Erotico, Mystery, Thriller

DOPPIO AMORE

Titolo OriginaleL'amant double
NazioneFrancia
Anno Produzione2017
Durata110'
Sceneggiatura
Liberamente ispiratoa Lives of the Twins di Joyce Carol Oates
Fotografia
Scenografia

TRAMA

Chloé ha un dolore che non passa. Giovane donna fragile, affronta la possibilità della somatizzazione in terapia. Paul, lo psicologo, la ascolta senza dire niente fino al giorno in cui decide di mettere fine alle sedute. L’attrazione che prova per  Chloé è incompatibile con la deontologia professionale…

RECENSIONI

CAT PEOPLE

Attention, le spoiler est comme l’amant: double.

Dietro la sua apparenza di mystery arzigogolato L’amant double è un film paradossalmente semplice, lontano, tanto per limitarci alle ultime cose del regista, dalla complessa stratificazione del discorso affrontato in Frantz: se in questo si giocava una partita che, come scriveva Baratti, chiamava in causa innanzitutto lo spettatore (e, a un secondo livello, come postillavo, lo spettatore che conosceva il suo cinema), al gioco di L’amant double partecipa in prima istanza il regista che interpreta la retorica del genere in termini di pura messa in scena. Doppio amore è allora un campione di arte applicata, esplicito nel suo dichiararsi operazione di mera superficie (e superficialità) cinematografica: depalmiano soprattutto per questo, per il suo smaccato citazionismo (anche autoriferito), per l’intertestualità e per la ricognizione teorica (e ironica - a tratti quasi parodica -) di ossessioni, figure, componenti stilistiche e poetiche di autori vari, operata senza complessi (di colpa...). In questo senso l’elenco dei rimandi è lunghissimo: da Cronenberg (anche se il regista dichiara di non aver visto Inseparabili, Joyce Carol Oates, autrice del romanzo, l’ha visto eccome) a Lynch (la scena notturna in auto ha anche lo spudorato sottofondo di Elvis Presley), dalle paranoie polanskiane (la vicina di casa, replicante materna, con la camera-santuario della figlia e il suo gatto impagliato) a Schrader (Cat People - ma ce la ricordiamo Nastassja Kinski in quel film che parla di fratelli e felini? Quasi una Vacht ante litteram -) e poi, ancora Siodmak, Verhoeven, persino Ridley Scott (il ventre spaccato dal feto).
François Ozon procede indefesso nel suo percorso, rimanendo sia riconoscibilissimo, sia convinto artefice di un cinema fresco e imprevedibile, mai paralizzato in formule, ma piuttosto aperto all’azzardo fino allo scotto dell’incomprensione (tanto da concedersi anche un momento videoclip in cui mescola Bergman e Fleur & Manu con sprezzo del ridicolo - vedi foto in alto -).
Lo dicevo da Cannes l’anno scorso: quando ci si consacra totalmente alla causa della Settima Arte, senza mettere in campo tematiche sensibili, le giurie nella migliore delle ipotesi ti ignorano, nella peggiore ti sminuiscono. È bizzarro, ma di fronte al cinema immacolato anche molta critica entra in crisi. Figuriamoci se si tratta dell’Ozon più disinibito, provocatorio e divertito (anche gratuito) degli ultimi anni: ovvio, in questo senso, il pollice verso dei Cahiers che lo bollano come esercizio fatuo, volgare e vagamente misogino.
Doppio amore è subito hitchcockiano (Chloé/ Marina Vacht all’inizio si taglia i capelli, tronca cioè con il passato - Jeune et jolie? -, vestendo un nuovo look che è una nuova identità) e post-hitchcockiano (De Palma, si è detto, ma anche Almodovar: il modo in cui il regista lavora con i modelli ricorda molto la maniera in cui lo spagnolo assorbe e innerva i classici nelle sue opere). E l’iris che si chiude è una soluzione visiva sottolineata, eclatante. Ozon è insomma subito dimostrativo: così il montaggio formale del primo piano della vagina, che richiama quello dell’occhio attraversato da una lacrima, accostamento tanto surreale (e surrealista) quanto emblematico, si completerà, più avanti, con l’immagine delle corde vocali di Chloé impegnate in un urlo orgasmico, traducendo in immagine esplicita l’interno del personaggio. Un denudamento della psiche che avverrà anche in chiave sfrontatamente simbolica: per tutte la scena in cui la donna si reca dallo psicanalista, sale le scale ed entra in (una) Vertigo.

Ozon, com’è suo costume, stravolge la novella di partenza di Joyce Carol Oates (che lo firma col suo pseudonimo di Rosamond Smith - l’écrivaine double -), inventa (come in Frantz) un terzo atto e piega la storia di Lives of Twins a saggio filmico sul doppio (che è come dire sul cinema): non più solo tema (i gemelli), ma anche struttura, l’opera muovendosi, diversamente dal romanzo, sui due livelli della realtà e dell’allucinazione. A differenza di titoli precedenti (si pensi solo a Sotto la sabbia, Swimming Pool o Ricky - film che non ho remore nel definire cronenberghiano -) in cui i due piani si alternavano senza segnalazioni, Ozon, conservando l’apparenza realistica, rimarca sottilmente la duplicità dimensionale: così mentre lo studio di Paul (la realtà) ha tinte morbide e calde, quello di Louis (l’immaginazione) si presenta simile al primo - stessa geometria d’interni - ma tutto virato su un’unica, algida tinta (il blu), lo stesso valendo per gli indumenti indossati dai due personaggi. Il discorso del doppio naturalmente si pone anche a livello visivo, nelle ricercate simmetrie, nell'orgia di specchi (il riflesso e l’opposto), negli split screen (in un film che ha chiari rimandi a De Palma - si pensi solo a Sisters - esso non presenta le evidenti cesure dell’americano, anzi, nella scena del confronto tra psicoanalista e paziente, si preferisce diluire i due piani a creare quasi un effetto verosimile di prossimità).
Lynchianamente Ozon ripropone (doppia?) gli elementi che appartengono alla realtà nella dimensione immaginativa variandoli e distorcendoli (il gatto - che scomparso al primo livello riappare con altro sembiante presso Louis -, l’orchidea nella cui terra Chloé affonda le dita, la spilla della madre - ancora un gatto, a rivelare la presenza del felino nell’esistenza della giovane come un riverbero del controllo e giudizio materno - che diventa prima un regalo di Louis, poi un cuore sanguinolento). Allo stesso modo le esperienze vissute si rifrangono alterate nell’altra dimensione. Tutto si replica, l’esperienza viene rivissuta in un’altra chiave: così alle sedute con Paul fanno riscontro quelle fantastiche con Louis in cui la terapia consiste nell’esplorazione delle fantasie sessuali della donna (e certo che il gemello sa sempre Chloé cosa desidera: non esiste se non nella sua testa - «Non avevi mai scopato così, ma l’avevi immaginato» -). Quindi nell’altra dimensione la donna decodifica quanto accaduto nella realtà (convinta che venga giudicata une petite conne - così viene redarguita da Louis, che è come dire da se stessa - chiede conferma di questa impressione a Paul). Fino a quando il livello mentale non tracima e una fantasia erotica di dominio, partorita dall’altra parte, viene praticata su Paul. Qui Ozon forza la mano del thriller erotico e, frantumandone le convenzioni, turba, come spesso fa, le medie certezze del pubblico (specie di quello maschio ed etero) con una scena di pegging (una penetrazione con strap-on dildo a mia memoria non era mai stata mostrata dal cinema commerciale). Non è solo un momento in cui il complesso delle aspettative dello spettatore viene chiaramente tirato dentro il gioco cinematografico e messo in crisi, ma anche quello in cui il regista fa uno dei suoi consueti affondi politici, portando all’attenzione del grande pubblico (tendenzialmente colto-borghese) una visione alternativa dei ruoli sessuali (ne scrivevo su Una nuova amica).

Chloé, nata da un rapporto occasionale della madre, dunque creatura senza un padre, ostile nei confronti di una genitrice che sente giudicante e oppressiva (a Louis - quindi a se stessa - la dice morta), si autodefinisce una seduttrice a cui piace essere guardata: non è solo un personaggio dichiaratamente problematico, un rebus che si propone come tale, ma anche un carattere che si muove in un universo palesemente schizofrenico (come la Delphine dell’ultimo film di Polanski). Se per Ozon le immagini sono potenzialmente bugiarde e chi narra può farlo mentendo (Nella casa, Frantz), stavolta questa duplicità il regista la mette a nudo: per questo se Louis - che sembra reale - è un’invenzione della mente, il dolore al ventre - che si ipotizzava psicosomatico - si rivela fisico (tradotto: il gemello, che appare, non esiste; la gemella, che non appare, esiste). Insomma, tanto per essere chiari, Doppio amore è un film ambiguo senza ambiguità (ci torno), in cui, se pure si manipola lo spettatore (parlerei di transfert), glielo si confessa sottovoce (uno psicanalista, forse due…). Un’opera programmaticamente (fin dal titolo) double-face (due dimensioni, due tempi - il presente, il passato -) e - tanto per proseguire nel gioco degli ossimori - linearmente contorta, chiaramente oscura (eccetera eccetera) in cui il labirinto di rimandi tra reale e immaginario è, soprattutto a revisione avvenuta, di specchiata chiarezza, almeno quanto il momento in cui la protagonista abbraccia il sogno (si addormenta nella sala museale - vedi immagine di copertina -).
Virtuosistico, con un finale di forzatissima lambiccatura, Doppio amore è davvero la celebrazione sensazionale dell’ambiguità del cinema ozoniano, da sempre in bilico tra verità e menzogna: per ossequiarla il francese non può che metterla in luce. È dunque un’ambiguità esposta, dichiarata (senza ambiguità, appunto): per questo Chloé non può che lavorare in un museo (tra l'altro luogo hitchcockiano, prima, e depalmiano, poi) in cui è anch’essa esibita (nel senso di exhibition, proprio), figura tra figure. Per questo realtà e sogno ozoniani si incontrano (finalmente!) in un amplesso, in una dimensione immaginaria in cui l’una e l’altro come al solito si somigliano (anzi, sono gemelli) e si con-fondono. Una dimensione immaginaria che è l’apoteosi di un gemellaggio che il regista pratica da sempre. Una dimensione immaginaria che ostentatamente è il cinema, bellezza.