Biografico, Drammatico

DON’T WORRY

Titolo OriginaleDon't worry, He Won't Get Far on Foot
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2018
Durata113
Trattodalla biografia di John Callahan Don't Worry, He Won't Get Far on Foot
Scenografia

TRAMA

John Callahan (1951 – 2010) era un vignettista satirico di Portland, Oregon; e un alcolista. Questo film racconta la sua storia, a partire dalla sua autobiografia e da un progetto di Robin Williams.

RECENSIONI

«Tranquilli, non andrà lontano a piedi»

Don’t worry è la storia di un uomo che cade e ha il coraggio di non rialzarsi; e di scherzarci su.
John Callahan, alcolista dai 12 anni, sulla sedia a rotelle dai 21, libero dall’alcol dai 27, scrisse prima canzoni, poi vignette satiriche per il Willamette Week di Portland, -la sua città, la città di Gus Van Sant non di nascita, ma di elezione-, morì 59 enne dopo una diagnosi fatale, senza attendere: “I’m ready to die” e se ne andò poco dopo, racconta il fratello Tom.

Tratteggiato con efficace approssimazione, come i suoi disegni, il passato di John emerge in quelle due o tre cose –anzi quattro- che sa e iterativamente racconta di sé, dalle origini irlandesi all’abbandono da parte di sua madre, in un confessionale che diventa platea, dal tormento intimo alla battuta di spirito confezionata per gli astanti: noi siamo lui e loro, perché spettatori e protagonisti coincidono quando l’empatia funziona, quando l’ironia funziona, quando il giudizio si disattiva e disfunziona, lasciando la libertà di ascoltare una storia sentendosi ascoltati. Gus van Sant, regista indipendente, ma non troppo, parla da sempre di un’America di dipendenze -stavolta è l’alcol, altre volte è stata la droga, la violenza, la TV-, e se ne svincola, raccogliendo un’autobiografia e restituendone un ibrido tra oggettività dei fatti e soggettività del sentimento, fra istituzione e strada, fatalità e colpa, addomesticamento e ribellione, autenticità e filtro, nonché tra canoni di genere e impronta di stile;  trova nel “mostro” Amazon il produttore di un film sognato dall’amico Robin Williams e a lui dedicato, lo scrive, lo monta alternando i piani temporali, frammentando lo schermo, prestandolo alla satira della vignetta che si disegna sotto ai nostri occhi, che, ora come allora, a volte fa ridere, a volte no, che procurò al suo autore plauso e proteste, impattando la questione del politicamente scorretto; allora come ora.
È proprio la presenza del protagonista e del suo tratto, che convive col tratto registico, a restituire con immediatezza una storia passata, a far vivere nell’oggi il suo dramma e la sua catarsi, affidandone l’interpretazione a quello che, dopo Her e Inherent Vice, è il volto più vintage del cinema americano, quel Joaquin Phoenix che ricordiamo 21 enne circuìto da Nicole Kidman in Da Morire (1995), che non potremo mai ricordare mentre assisteva, due anni prima, su un marciapiede hollywoodiano alla morte del fratello River, giovane promessa del cinema dopo Belli e Dannati (My Own Private Idaho) in quegli anni 90 in cui Gus Van Sant già immaginava un film su John Callahan -che conosceva di persona-, ma l’avrebbe proposto a Joaquin solo qualche anno fa, prima di incominciare le riprese. A Phoenix non piaceva l’idea del biopic; ma la sceneggiatura svelava molto di più: una libertà e una difficoltà alle quali non si poteva dire di no.
Insieme a lui, fra gli altri, un folgorante Jack Black, Rooney Mara angelica e salvifica, Jonah Hill Cristo New Age dal Dio personalizzato, l’occhio glaciale di Udo Kier e l’irriverenza di Beth Ditto, a comporre un quadro di progressiva redenzione. Perché il cuore del discorso tragico e satiresco è indulgente, compassionevole e, al di là del presente al quale si rivolge, del passato a cavallo fra anni 70 e 80 in cui si ambienta, ricorda l’ingenuità necessaria di un certo cinema degli anni 90, di quel Good Will Hunting che, sarà pur stato un genio, ma aveva quel “good” a fare la differenza, a ricordarci che la qualità umana non è matematica, ma è altrettanto complessa e affascinante. Anche in questo caso, un dettaglio del titolo ci consegna una chiave: una virgola. Quella che separa la rassicurazione “don’t worry”, dalla cinica (auto)ironia “non andrà lontano”. Chi parla sono cowboy tardivi, con certezze tutte occidentali, di fronte a un dispositivo medico rovesciato al suolo; parla ancora una volta un’America che non smonta mai da cavallo, ma sul cui suolo si trascinano storie spesso dimenticate, in ogni angolo del quotidiano.
E allora pensiamo al drappello di ragazzini che, nell’aiutare John a tornare “in sella” alla sua sedia a rotelle, si scambiano parole prive di tatto, si disgustano della sua condizione mentre prestano attenzione a non fargli male, mostrando un rispetto che non esiste a parole, perché non contiene formalità, non conosce perbenismo, né pietismo, ma solidarietà immediata, riconoscimento immediato nell’altro. È qui che la nazione si fa strada, su cui John supera i limiti di velocità per un quadriplegico, è nel discorso collaterale, l’unico possibile per un protagonista che non conosce sua madre, che Van Sant ritrova la sua collocazione sentimentale, che la psicologia spicciola diventa funzionale a un tema, quello solidale che emerge in un afflato di quartiere, che vive nell’incontro fortuito mentre aspira all’ “entità superiore” e, insieme a questa, si conferma -come una città, uno Stato, uno stato d’animo- own, private.