Drammatico

DISPERATO APRILE

Titolo OriginaleAbril Despedaçado
NazioneBrasile/Svizzera/Francia
Anno Produzione2001
Durata106'
Tratto dadal romanzo Aprile spezzato di Ismail Kadaré
Fotografia

TRAMA

RECENSIONI

Il dovere (la morte) contro la volontà (la vita) nelle sterminate praterie sudamericane, fotografate in tutto il loro splendore da Walter Carvalho. Già, e questo è il principale problema del film di Walter Salles: le immagini bellissime, liriche, impregnate di morbido decadentismo, impaginate con gusto squisito, cancellano, alla lettera, tutto il resto.
Non conosciamo il romanzo Aprile spezzato di Ismail Kadaré, alla base dello script, ma l’adattamento cinematografico prosciuga senza pietà la forza insita nel soggetto, dilatando senza pudori i tempi, impoverendo l’introspezione psicologica sino a fare dei personaggi non archetipi tragici, ma macchiette (il padre/padrone, il fratellino sveglio cui spetta l’onore d’introdurre la vicenda, il giovane sognatore, la madre ansiosa e così via), riducendo a semplice decorazione persino il messaggio eversivo insito nell’apparizione del circo itinerante.
Non che il tutto non sia molto piacevole da vedere, ma, tra attori bamboleggianti e inserti “poetici” (l’interminabile scorribanda selvosa dell’incipit), la noia serpeggia.

Dopo il successo internazionale di "Central do Brasil", Walter Salles trasforma in immagini l'omonimo romanzo dello scrittore albanese Ismail Kadarè. Si racconta l'interminabile e disumana faida che contrappone due famiglie nel Brasile del 1910 per il possesso dell'unica cosa che sembra avere valore: la terra. Fin dalla prima inquadratura si resta colpiti dalla bellezza delle immagini. Ogni fotogramma sembra studiato per stupire visivamente e la luce naturale si trasforma sui volti, negli oggetti, nel paesaggio, in pennellate di colore. Tanta capacità tecnica non è sempre supportata dalla sceneggiatura, che dopo un inizio potente ha qualche inceppo nella prevedibile storia d'amore tra il bello (ma anche bravo) co-protagonista e la graziosa artista del circo (che comunque permette di realizzare una bellissima sequenza in cui la ragazza volteggia nel cielo appesa ad una fune). 
Si ha più volte la sensazione di ammiccamento nei confronti dello spettatore, di confezione furba, di virtuosismo visivo gratuito, di trappola emotiva, ma è difficile, e non necessario, sottrarsi all'emozione di una storia raccontata con qualche ingenuità ma molta passione. Nel finale ennesima citazione de "I quattrocento colpi" di Truffaut.