CICLONE ESTIVO, Drammatico, Sentimentale

DISOBEDIENCE

Titolo OriginaleDisobedience
NazioneU.S.A., Gran Bretagna, Irlanda
Anno Produzione2017
Durata114'
Tratto dal romanzo Disobbedienza del 2007 di Naomi Alderman
Fotografia
Montaggio
Scenografia

TRAMA

Ronit Krushka, originaria di una comunità ebrea ortodossa londinese, lavora come fotografa a New York dopo aver troncato i rapporti con gli affetti del suo passato. Informata della morte del padre, torna a Londra per seguire le cerimonie della sepoltura e della settimana del lutto. Lì viene accolta dai suoi amici di un tempo, Esti e Dovid, che scopre essere sposati, e che le offrono ospitalità a casa loro. Tra Ronit ed Esti c’era stata un’attrazione che un tempo aveva creato turbamento nella comunità e che ora rischia di tornare ad accendersi.

RECENSIONI

La passione, l'ossessione, e la riaffermazione del proprio libero arbitrio. La filmografia del cileno Sebastián Lelio sembra ruotare nella sua interezza attorno all'indagine sui dogmi precostituiti e sul loro superamento e scardinamento. Gloria (2013, e conseguente remake americano sempre da lui realizzato nel 2018), Una donna fantastica (2017, a sorpresa Oscar al Miglior Film Straniero nel 2018) e Disobedience sono tutti incentrati su microcosmi sociali e affettivi votati alla costrizione e alla contrizione. Essere se stessi e poter esprimere la propria natura è una battaglia quotidiana, da combattere da soli contro il moralismo e i preconcetti di un'umanità matrigna e distratta, incapace di comunicare con l'altro e di confrontarsi con esso. Alla quasi 60enne Gloria, divorziata con due figli ormai adulti e autonomi, viene chiesto socialmente il rispetto di un “ruolo” che lei puntualmente rigetta e disattende; alla giovane trans Marina, che ha una relazione con un uomo più grande di 20 anni, viene invece imposto di diventare vittima sacrificale di un sistema che considera la sua identità una aberrazione. Sono due facce di una stessa medaglia, Gloria e Marina, quella della ribellione e della rivoluzione. “Il vero cinema è disobbedienza”, dice Lelio, e in direzione ostinata e contraria si muove anche la protagonista di Disobedience, Ronit, che torna da New York a Londra per prendere parte ai funerali del padre rabbino. Tra i precedenti lavori del regista cileno e questo, tuttavia, sembra esserci un significativo scarto: Ronit è la miccia che scatena il caos, ma non è da sola e non deve gestire in solitaria l'inferno che le si scatena addosso per il solo fatto di essersi palesata. Assieme a lei c'è anche Esti, rimasta talmente legata a doppio filo alla comunità ebraico ortodossa da cui proviene da averne sposato un esponente per devozione e non per amore. Da quel contesto Ronit invece è faticosamente riuscita ad affrancarsi, smarcandosi da un passato destinato tuttavia a ritornare e a farsi inevitabilmente “terra straniera”.

È importante constatare come qui lo specifico ambiente religioso rappresentato sia solo una possibilità fra le tante, cartina al tornasole di un'autorevolezza che sfocia facilmente nell'autoritarismo, ammantandosi di ipocrisia. All'autore interessa l'universalità del suo assunto di partenza, ovunque lo si innesti. E poi c'è l'amore (o la sua assenza), dicevamo: un sentimento che per Lelio non salva le persone, ma le risveglia, fungendo da veicolo per una presa di coscienza di sé e del mondo. Per quanto Gloria, Marina, Ronit e Esti possano amare e intrecciare rapporti apparentemente fondamentali, in realtà questi legami servono solo per comprendere qualcosa di nuovo su loro stesse; sono “Esperienze che scatenano altre esperienze”, come riassume efficacemente Carlo Valeri su Sentieri Selvaggi. Anche da questo punto di vista qualcosa cambia: la controparte maschile di Disobedience, Dovid, non è per nulla marginale. Se i flirt di Gloria e tutto sommato anche il compagno di Marina erano figurine attaccate sullo sfondo prive di qualunque tridimensionalità e introspezione, qui il marito di Esti è parte attiva del gioco delle parti. C'è, esiste e continua a esistere, anche nel momento in cui fra le due donne scoppia nuovamente l'ardore sopito e lui si defila nell'ombra. Nel tormento che (s)travolge l'anticonformista coraggiosa Ronit e la timida repressa Esti, le tribolazioni morali di Dovid assumono un ruolo importante. Anche lui resta imbrigliato nella rete del pregiudizio, soprattutto nostro, da spettatori: siamo portati a non credere che uno studioso devoto della Torah, tradizionalista e rigido possa compiere un percorso che lo rimetta in discussione in modo così radicale. Ma ognuno ha le proprie prigioni, ognuno nasconde qualcosa perché è obbligato a farlo. Forse nel passaggio dalla produzione cilena a quella statunitense qualcosa nella potenza del messaggio si perde, è vero; ma la coerenza della poetica di Lelio resta intatta e ancora una volta si evolve, come se i suoi film fossero i capitoli di una unica grande storia.