Commedia, Drammatico

DIO È DONNA E SI CHIAMA PETRUNYA

Titolo OriginaleGospod postoi, imeto i’ e Petrunija
NazioneMacedonia, Belgio, Croazia
Anno Produzione2019
Durata100'

TRAMA

Macedonia. Disillusa dalla vita e senza lavoro, la giovane Petrunya si ritrova per caso nel mezzo di un’affollata cerimonia religiosa riservata agli uomini: una croce di legno viene lanciata nel fiume e chi la recupera avrà un anno di prosperità…

RECENSIONI

LA FEMMINA E IL MASCHIO

Petrunya, 32 anni, laureata in Storia, sostiene un colloquio di lavoro. In una sartoria. Il principale prima guarda il cellulare, non le concede attenzione, non la vede; dopo la osserva e trova una donna non bella, quindi inutile, non assumibile perché non soddisfa il requisito («Non ti scoperei mai»). Petrunya però si fa toccare, vuole il posto. Nell’incipit lavoristico c’è già tutta la sostanza di Dio è donna e si chiama Petrunya e perfino il senso di ciò che avverrà: le sarte cuciono sullo sfondo a vetri, in un open space, al centro c’è il capo in posizione di padrone assoluto. Una società maschilista. La giovane che prova a essere assunta è qui disposta a venire umiliata. Un femminile sottomesso. E non per caso: è il punto di origine del percorso perché Petrunya, partendo da questa scena, arriverà a ribellarsi alla condizione atavica e affermare il proprio essere donna per interposta metafora. Teona Strugar Mitevska prende come McGuffin del racconto un fatto realmente avvenuto: il lancio della croce in acqua a Štip, Macedonia, il 19 gennaio 2004, tradizione tipica dell’epifania ortodossa “funestata” dall’oggetto sacro raccolto da una donna.

«Uno scandalo senza precedenti», lo definisce un personaggio, e così parte la ronde indiavolata che coinvolge Petrunya: all’inizio non si fa riconoscere, poi davanti al clamore mediatico la ragazza viene individuata e sceglie perfino di consegnarsi all’autorità. La vicenda, naturalmente, non tocca solo lei ma il mondo intorno: i parenti provano a nascondere la vergogna, ostentando una paradossale adesione alla cultura tradizionale; i media incalzano, e la storia si concede la divagazione della giornalista televisiva che tenta di denunciare il maschilismo imperante, ma perde l'impiego; le persone comuni rilasciano interviste, le più varie, sino alla risposta liberatoria di una signora che sceglie il “vaffanculo”. Petrunya intanto, cosciente o meno, rende la questione pubblica e la trasforma in dibattito sul patriarcato, forza il contesto obbligandolo allo scomodo confronto con l’evento: se Dio fosse donna? Se la società fosse meno maschile? La reazione, oltre allo sdegno implicito, è nell’esplosione del fanatismo, con la manifestazione degli estremisti religiosi e nazionalisti che scoppia nel finale: la Macedonia come metonimia di noi tutti. Come la Polonia di Malgorzata Szumowska in Un’altra vita - Mug: un episodio singolo (il trapianto di volto dopo un incidente in cantiere) per scoperchiare una natura primitiva e arretrata, per ragionare sulla pelle di uno Stato.

È chiara la regista: «In molti mi chiedono se è un film femminista (...). Sì, è un film femminista, è difficile non fare propri i principi di giustizia e uguaglianza. Petrunya è un simbolo di modernità che si oppone a due poteri consolidati, la Chiesa e lo Stato». Il suo passo è problematico eppure lieve, a volte esilarante, costruito su una magnifica Zorica Nusheva che impegna la sua fisicità, e ben sostiene l’evoluzione di pensiero che la conduce alla piccola ma ostinata rivolta. L’autrice la segue tra primi e lunghissimi piani, sfida la convenzione della bellezza o la inchioda sullo sfondo, suggerendola come vittima di una condizione, la trasforma in simbolo continuo anche sfacciato (lo sfondo edenico della centrale di polizia e lei come novella Eva, “prima donna” di un nuovo genere non subalterno). E alla fine Strugar Mitevska, fermo restando gli indubbi punti a favore (la solida regia - il senso del ritmo - il tempo comico - la direzione degli attori), ripropone l’annosa questione del film a tema, quel tipo di storia che al suo “argomento” di fatto si consegna: certamente onesto (si leggano le sue interviste), intelligente e in tempo, ovvero piantato per scelta nel contemporaneo, Dio è donna e si chiama Petrunya è anche un “bel film”? Risposta complessa: a tratti il meccanismo gira a dovere, diverte e scuote, fa cinema civile, a tratti mostra l’evidenza del suo schema e chiarisce presto dove si vuole andare a parare.

Premi delle giurie indipendenti (Guild Film Prize e Premio della giuria ecumenica) al Festival di Berlino 2019.