Commedia

CYRANO MON AMOUR

TRAMA

Dicembre 1897, Parigi. Dopo una serie di insuccessi, il giovane drammaturgo Edmond Rostand sembra aver perso ogni ispirazione. Grazie all’amica Sarah Bernhardt, però, conosce Constant Coquelin, il più grande attore del momento, che insiste nel voler recitare nella sua prossima commedia e vorrebbe farla debuttare in sole tre settimane. C’è però un piccolo problema, Rostand non l’ha ancora scritta. L’unica cosa che conosce è il titolo: Cyrano de Bergerac.

RECENSIONI

Alexis Michalik, regista in origine teatrale ora anche cinematografico, realizza lo Shakespeare in Love francese raccontando le tragicomiche vicissitudini che hanno portato Edmond Rostand a mettere in scena una delle più celeberrime opere teatrali mai scritte: Cyrano de Bergerac. L’idea, derivativa ma efficace, trova in Michalik il suo narratore ideale, visto che fu proprio lui, ispirato dal film di John Madden, a scrivere una sceneggiatura per il cinema che divenne poi opera teatrale, vista l’impossibilità di trovare finanziatori sufficientemente convinti della validità del progetto cinematografico. È stato il grande successo della pièce ad aprire le porte al grande schermo e a rendere Michalik il candidato ideale per la trasposizione cinematografica. Una sorta di matrioska dell’ispirazione in cui un regista raggiunge il successo raccontando di un regista che raggiunge il successo e dove i confini tra arte e vita sono particolarmente sfumati. Bandito ogni realismo ciò che si mette in scena è la celebrazione del mito. Michalik (che si ritaglia con ironia anche il ruolo di Feydeau) sa quello che vuole e forte della conoscenza della materia muove con abilità le sue pedine. Lo scopo è intrattenere con leggerezza senza dare allo spettatore un attimo di tregua e basandosi sull’assunto che l’opera teatrale è il risultato di casualità e coincidenze della vita reale. Lo schema è classico e prevede una voce fuori campo a contestualizzare personaggi e situazioni e un rigido countdown che impone al protagonista tre settimane di tempo per scrivere l’opera; una licenza (non l’unica) dalla realtà per dare mordente al racconto. I rimandi al presente sono garantiti dalla figura di Monsieur Honoré, proprietario della brasserie accanto al teatro che esplicita (con eccesso di didascalia) i disagi del suo essere nero in un contesto sociale decisamente poco incline all’accoglienza.

Il fermento della Belle Époque è ricreato con soluzioni digitali perfettamente integrate che ampliano la portata dei set praghese e creano un’atmosfera credibile e sempre ancorata al mito. Tra le soluzioni di regia, la più originale è quella che sposta l’epilogo del Cyrano nel chiostro di un convento, quindi fuori dalle mura del teatro. Scelta che accentua il pathos del momento e idealizza il teatro come esperienza unica in grado di abbattere ogni muro e trasportare altrove. Davanti a certe svolte repentine, in cui le difficoltà passano in un baleno da insormontabili a superabili, occorre chiudere più di un occhio, ma il film riesce a mantenersi sufficientemente sopra le righe e frizzante per renderle digeribili (in tal senso Shakespeare in Love aveva maggiore compattezza e capacità di sospendere l’incredulità). Con grande senso del ritmo e caratterizzazioni un po’ schematiche ma vivaci il film riesce quindi nell’impresa, tutt’altro che semplice, di indurre al sorriso. Ciò che trasmette è un amore contagioso per il teatro, chi lo abita e la vita, che quel teatro ispira e di cui si nutre, in un rapporto di vicendevole e continuo scambio. Da non perdere i titoli di coda che propongono una carrellata dei più noti interpreti di Cyrano.