Biografico, Commedia, Drammatico

COPIA ORIGINALE

Titolo OriginaleCan You Ever Forgive Me?
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2018
Durata107'
Trattodall'autobiografia di Lee Israel Can You Ever Forgive Me? Memoirs of a Literary Forger (Potrete mai perdonarmi? Memorie di una falsaria letteraria)
Fotografia
Montaggio

TRAMA

New York, 1991. Lee Israel, biografa newyorkese caduta nel dimenticatoio letterario, riscopre il proprio talento falsificando lettere autografe di grandi scrittori americani del passato, riuscendo così a pagare affitto, bollette e cure veterinarie per il suo unico amico: un gatto. Ma è chiaro che il giro d’affari non potrà durare. Tratto dalla sua autobiografia, il film racconta la vera storia di Leonore Carol “Lee” Israel (1939 – 2014).

RECENSIONI

Hanno sempre un loro perché i film americani -molti- che finiscono in tribunale. Non i film stessi, naturalmente, ma la loro diegesi: il pathos raggiunge il suo culmine davanti a un “vostro onore”, estraneo al linguaggio giuridico italiano, eppure così familiare, consolidato da cento visioni cinematografiche; il protagonista dispiega davanti alla corte un contenuto morale che ci sorprende o ci rassicura nelle nostre convinzioni, l’istituzione diventa un luogo al contempo pubblico e privato, il discorso al suo interno un discorso sulla stessa democrazia e sull’individuo che ne partecipa. Copia Originale non è un legal movie, ma è in un’aula di tribunale che ci consegna un personaggio altrimenti defilato, sfuggente, ci consente l’empatia con la sua solitudine fino ad allora risolta con dispettosa misantropia, ci racconta la sua fragilità chiedendoci il perdono invocato nel titolo originale “Can you ever forgive me?” (Potrete mai perdonarmi?) senza retrocedere sulla sua ambiguità: la frase, attribuita a Dorohty Parker in uno dei falsi stilati a regola d’arte da Lee Israel (Melissa McCarthy) invoca un perdono letterario, retorico: proprio come la protagonista, davanti al giudice, si confessa in un discorso che non fa una piega -l’avvocato, dopo un brivido iniziale la lascia procedere-, un monologo perfettamente confezionato che termina con l’accettazione della pena, qualunque essa sia (Israel nella realtà affermò di non essersi mai sottoposta al programma di riabilitazione dall’alcolismo) e con la ripresa della penna -anche se siamo nell’era delle macchine da scrivere- con un’autobiografia. La scrittrice Lee Israel, caduta in disgrazia nell’85 dopo aver gettato discredito su Estée Lauder con una biografia non autorizzata, torna in auge narrando se stessa.
La sua storia, con poche alterazioni di sceneggiatura, approda sul grande schermo per la regia di Marielle Heller (Diario di una teenager, 2015) a quattro anni dalla sua morte. Pare che Israel abbia davvero affermato che le lettere, falsi letterari o copie “originali” sostituite a quelle autentiche, siano state il suo lavoro migliore; constatazione di ironico compiacimento e criminale amarezza che ricorda quel “Talented” Mister Ripley che affermava “meglio essere un finto qualcun altro che un’autentica nullità”: è qui che la questione  dell’identità e dell’abilità nel produrre qualcosa di falso si intrecciano alla questione della “riproducibilità”, e la creazione finzionale diventa discorso squisitamente cinematografico, non reale tuttavia realistico, e la storia raccontata entra nell’alveo di un certo cinema rétro contemporaneo che ripensa un tempo perduto con collezionistica nostalgia e, come la crème de la crème degli intellettuali newyorkesi cade nell’inganno delle falsificazioni di Israel, per stupidità e desiderio di tenere in vita un autore del passato tramite i suoi carteggi, così cediamo all’illusione di un cinema tramontato per nutrire il bisogno di far rivivere un’epoca e un modo di fare film che non esistono più; è il caso di Old man and the gun, anch’essa storia di un fuorilegge scomparso negli anni 2000 che ha vissuto secondo le proprie regole e a discapito degli altri, finché ha potuto. A volte la vita oscilla tra la necessità impellente di affermare se stessi e quella di pagare le bollette. Fra l’una e l’altra cosa, c’è spesso un gatto. Quello di Israel, sfortunato, apparteneva a un tempo che ancora non conosceva il trionfo felino dell’internet, ma la solitudine per cui si può affermare di essere stati amati, nella vita, solo da un animale domestico, non è estranea forse ad alcuna epoca, pur se si presta drammaticamente alla presente (anche il cuore d’avvocato del problematico Turturro della serie The Night Of, 2016, sembra cedere solo di fronte a un gatto senza nessuno, senza neanche un nome, emerso da una scena del crimine nella notte newyorkese: segno di un tempo sospeso, di decisioni da procrastinare). Le sorti di un uomo, di una donna, di un animale, forse di intere nazioni paiono legate a un colpo di coda e le città, sognate, sono relegate al ruolo di sfondo, come la New York del film, dipinta, jazzata, letterata, indifferente, perfetta, in una parola: cinematografica. Si affianca alla scrittrice un viveur britannico dagli occhi azzurri (Richard E. Grant), amico fanfarone, disincantato senza ritegno, che esagera, sbaglia, ma sopporta e, soprattutto, ha stile. Potremo perdonarlo?
Potremo mai perdonarti, Lee Israel, per aver consegnato alla realtà un altro po’ di credibili bugie che mistificano il mondo dell’arte e dell’intelletto, perché avevi bisogno di soldi e soddisfazione? Il fine giustifica i mezzi? Come non disse mai Niccolò Machiavelli.