Drammatico, Recensione, Sala

CLUB ZERO

Titolo OriginaleClub Zero
NazioneAustria, U.K., Germania, Francia, Danimarca
Anno Produzione2023
Durata110'
Scenografia

TRAMA

Miss Novak, la nuova insegnante in una scuola d’élite, introduce cinque suoi studenti a un culto basato su una riduzione radicale dell’alimentazione, manipolandoli e sottraendoli all’influenza dei loro genitori, che si rendono conto troppo tardi di quanto accaduto.

RECENSIONI

Club Zero non è un film sul fanatismo, non è un film sull’ideologia, non è un film sull’educazione e non è, di certo, nemmeno un film sull’alimentazione. L’ultimo lavoro di Jessica Hausner (che torna su grande schermo a quattro anni dal precedente Little Joe) sarà pure il racconto perverso su una docente (Mia Wasikowska) che propone a un manipolo di studenti una nuova forma di alimentazione, l’”alimentazione consapevole”, basata su profondi respiri prima di ingurgitare anche la minima dose di cibo e volta alla graduale emancipazione dalla fame, ma il motore della storia non andrebbe letto sotto la luce della denuncia politica. Beninteso: è vero che Miss Novak (questo il nome dell’insegnante che sconvolge l’istituto per figli di ricchissimi benpensanti, citazione non casuale della donna che visse due volte, e quindi la donna-immagine di Vertigo) è un aggiornamento del pifferaio di Hamelin, pronta ad incantare i bambini di tutto il mondo con le note di slogan progressisti per strapparli a famiglie liberal, ottuse, cieche, impassibili, incapaci di intervenire su una figlia che mangia il suo stesso vomito di fronte ai loro occhi attoniti, e condurli all’interno di una grotta per morire (?). La lettura ideologica renderebbe però la pellicola poco interessante. Non che non ci si possa spendere in letture su questo o su quel tema (anche se resta inalterata la convinzione di chi scrive che un film non dovrebbe essere su niente) ma la lettura apertamente politica denuncerebbe una banalità intellettuale del film – forse, non a torto – perdendosi però il suo punto centrale e il reale motivo d’interesse: che la grotta del pifferaio non è altro che un quadro, un dipinto che mette in discussione la natura del mondo “reale” che si è dispiegato davanti ai nostro occhi prima del finale e che, per tanto, quello di Hausner non è un film politicizzato ma apertamente politico, un film sulle immagini, sull’erosione del reale, sulla simulacrizzazione totale. Non è che, piuttosto che i ragazzi, è il mondo, con le sue istituzioni (la scuola, la famiglia) a essere già sparito? Non è che non abbiamo più alcuna verità a cui appellarci (nemmeno quella scientifica) e che persino i nostri corpi non hanno più niente da dire al punto che ne neghiamo pure i bisogni più radicali in una latente volontà di scomparsa? Non è che il “club dello zero” è il vuoto totale davanti alla macchina da presa, le inquadrature patinate del film che ci infastidiscono più che altro perché sembrano totalmente vuote?

Nel finale, guardiamo i ragazzi camminare in un campo celeste dopo uno dei mille (nauseanti) zoom a cui Hausner ci obbliga per tutta la visione, li scrutiamo all’interno di un quadro di cui sparisce la cornice e ne ipotizziamo il suicidio, certo, ma chi ci dice che i ragazzi non fossero già immagini prima, già morti viventi che camminavano su una terra vuota? A pensarci bene, Club Zero sembra essere totalmente sprovvisto di fisicità, di contatto tra i corpi, di umanità. Nessuno tocca nessuno, i potenziali baci vengono castrati, i personaggi sono per lo più inquadrati seduti, i genitori si limitano a guardare i figli senza tendere loro alcuna mano. Li rimproverano, sì, ma non li toccano. Semplicemente, li lasciano fare, passivi, distanti, presenti verbalmente ma con la vista offuscata e gli arti implicitamente amputati. Siamo di fronte a un’opera sulla progressiva messa in immagine di corpi che avevano già perso concretezza perché a sparire è stato prima di tutto il mondo attorno a loro: immagini che diventano immagini. Un film sugli occhi anestetizzati al dolore e alle richieste di aiuto, incapaci di cogliere i segnali di malessere, impotenti e rincoglioniti di fronte alla violenza (ancora il vomito, i corpi sempre più consumati e magri dei ragazzi) perché anche un figlio non sembra altro che un segno privo di referente tra i tanti segni privi di referente, icone con cui non sembra poter esserci alcun contatto (e anche la cui scomparsa viene accettata con giusto un minimo di rammarico). Non li tocchiamo, non li capiamo e, quindi, in tutta sostanza, nemmeno li guardiamo davvero. Immagini, e nulla più.