Commedia, Drammatico

CHE FINE HA FATTO BERNADETTE?

Titolo OriginaleWhere'd You Go, Bernadette
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2019
Durata109'
Tratto dal romanzo "Dove vai Bernadette?" di Maria Semple (2012)
Fotografia
Montaggio
Scenografia

TRAMA

Seattle. Elgie e Bernadette sono una coppia con figlia (Bee), benestante e apparentemente felice. Elgie, però, è sempre più occupato a sviluppare il proprio progetto per Microsoft, mentre Bernadette vive con difficoltà crescente i rapporti con il vicinato e la sua condizione di casalinga. Perché Bernadette, anche se nessuno lo sa, era uno dei più brillanti architetti d’America. Quando l’equilibrio tra le tensioni contrapposte sembra cedere, Elgie decide di correre ai ripari e di intervenire, prima che la depressione della moglie abbia il sopravvento.

RECENSIONI

Nel suo luminosissimo scrutare lo scorrere del tempo, Linklater ha quasi sempre raccontato di personaggi che tendono naturalmente verso un oltre fatto di incertezze e grandi cambiamenti, un futuro indecifrabile e imprevedibile, nell'attesa del quale bisogna solo farsi cogliere dall'attimo di un eterno presente in continuo divenire. Sono lì a dimostrarlo le due sperimentazioni produttive più clamorose del regista texano (la trilogia Before e Boyhood, veri e propri manifesti di una poetica personalissima, anche se inserita all'interno di una filmografia piuttosto disomogenea), ma anche film dalla gestazione più tradizionale come il bellissimo dittico spirituale La vita è un sogno e Tutti vogliono qualcosa, in cui il presente diventa una continua ricerca identitaria mentre il futuro viene spostato sempre un po' più in là. Il terreno più fertile entro cui interrogare e mettere in scena tale movimento è ovviamente quello del coming of age, genere che meglio di tutti gli altri incorpora il fluire del tempo nella sua stessa definizione. D'altronde non è certo un caso che i film più riusciti e celebrati di Linklater siano quasi tutti dei racconti di formazione in cui la struttura narrativa tradizionale viene spesso sabotata in favore di un andamento che privilegia il quotidiano all'eccezionale, il ricorrente all'anomalia, il banale allo straordinario.

Ora, Che fine ha fatto Bernadette? appartiene invece ad un'altra anima del lavoro di Linklater: qui oggetto dell'indagine non è più la crescita e la ricerca di sé di un giovane protagonista, bensì un momento di profonda crisi, di rottura e tormento di un soggetto adulto, incapace di fare i conti con la fine dei propri sogni e con la disillusione che la vita (ovvero quell'inafferrabile futuro che nei coming of age di cui sopra veniva puntualmente rimandato oltre i titoli di coda) porta inevitabilmente con sé. Tutt'altro che un infinito presente in divenire dunque, ma piuttosto una parentesi (lunga e terribile, mica gli 80 minuti parigini di Before Sunset), uno stallo disperatissimo, un momento ingabbiato in cui il tempo arranca, teso com'è tra un passato pieno di promesse e un futuro che appare nerissimo e privo di senso e d'amore. Che sia uno squattrinato musicista rock dalla vis comica e dalla forza sovversiva dirompente (School of Rock) o una donna depressa e sull'orlo di una crisi di nervi, un tempo considerata tra i più eccellenti architetti d'America e ora in cerca di rimettere ordine e di ricostruire la sua vita, i protagonisti di quest'altra costola della ricerca di Linklater sono sempre soggetti colti in un momento di profondo cambiamento esistenziale. Dopo la poetica dell'attimo mutevole, ecco l'istantanea di una crisi, una sospensione del continuo scorrere del tempo in favore di una paralisi schizofrenica e tormentata. «I just thought there would be more» diceva la madre di Mason in Boyhood: una battuta dura e indimenticabile che se da un lato sembrava suggellare un'esplorazione durata dodici anni, dall'altro, soprattutto se messa in relazione con il finale riservato al giovane protagonista, finiva per sottolineare la differenza di tempo e di percezione del tempo di una madre in crisi rispetto a quella di suo figlio, ancora giovane e immerso in quel viaggio di ricerca e costruzione del sé di cui sopra.

Nell'adattare il fortunato romanzo di Maria Semple (Dove vai Bernadette?, 2012), Linklater si muove invece all'interno di coordinate narrative decisamente tradizionali e piuttosto accomodanti, in cui, seguendo le consolidate logiche di una certa commedia americana dal retrogusto amarognolo, prevale sempre l'anomalia, l'espediente narrativo eccessivo e sopra le righe (la mafia russa!) e l'elemento straordinario (un viaggio in Antartide). Perché in Che fine ha fatto Bernadette?, come si diceva, non è tanto una questione di tempo, ma di spazio. Per Bernadette, la cui crisi è iniziata subito dopo il trasferimento da Los Angeles a Seattle, la rinascita (di sé e della propria istituzione familiare) avviene ancora attraverso un viaggio, questa volta verso il nulla arido e inospitale dei ghiacci, e la felicità deriva dal ritornare a provare l'ebbrezza della creazione, perfino nel deserto. La debolezza più grande di quest'ultimo Linklater mi sembra però che risieda proprio in questa palese evidenza di segni (il continuo movimento di distruzione e creazione che accompagna il racconto, la rinascita di un ex architetto che passa attraverso la ritrovata disposizione a creare, il viaggio come ricerca, l'Antartide come punto zero da cui ripartire, il ghiaccio come metafora di un sentimento, e così via), in un racconto che procede in modo decisamente prevedibile non tanto sotto il profilo narrativo (che chissenefrega), quanto su quello eminentemente comunicativo. A queste condizioni, Linklater fatica persino a scolpire una vera e propria anima nei suoi personaggi, ridotti per lo più a figure granitiche incapaci di suscitare un qualsivoglia interesse che vada oltre il mero ruolo per cui si trovano in scena (spicca negativamente una Cate Blanchett che, nel palese tentativo di replicare Blue Jasmine, finisce spesso nella trappola di un fastidioso overacting). Per un autore che da sempre è così attento a restituire vitalità e sincerità alle proprie storie, facendone quasi una questione di poetica (con risultati altalenanti, va detto; ma i momenti alti lo sono per davvero), si tratta di una mancanza non da poco.