Commedia

CETTO C’È, SENZADUBBIAMENTE

TRAMA

Cetto la Qualunque ha lasciato la politica e l’Italia per trasferirsi felicemente in Germania, dove ha avviato una catena di ristoranti e pizzerie e ha trovato una bella moglie tedesca che gli ha dato una figlia. Ma quando la zia che l’ha cresciuto, sorella di sua madre, lo chiama al capezzale, Cetto torna in Calabria, precisamente a Marina di Sopra, dove ora è sindaco suo figlio Melo. La zia ha un segreto da rivelargli: Cetto non è, come aveva sempre creduto, figlio di un venditore ambulante di candeggina, ma l’erede naturale del principe Luigi Buffo di Calabria. Dunque decide di trattenersi al Sud e godere dei privilegi del ruolo di sovrano “assolutista”, con il sostegno di un aristocratico gattopardiano. Ma non “tutto tutto” è rose e fiori, e anche il rapporto di Cetto con moglie e figlio verranno messi in gioco.

RECENSIONI

Il personaggio di Cetto La Qualunque nasce in seno al mai dimenticato Mai Dire Gol, e diventa col passare degli anni uno dei feticci preferiti di Antonio Albanese. Avrebbe potuto essere Epifanio Gilardi, o Frengo, o Alex Drastico; invece è Cetto, corrotto politicante siculo-calabrese che tifa Reggina, disprezza le donne e fa dell'ignoranza conclamata il suo fiore all'occhiello. Era il 2003: l'anno giusto per satireggiare Berlusconi e il berlusconismo prima del tramonto, cavalcando anche l'onda del populismo nascente. Rispetto alle altre figurine “situazioniste”, valide per il tempo di uno sketch tv, è abbastanza evidente che Cetto abbia sempre avuto delle potenzialità oltre la semplice e semplicistica soglia del comico. Qualunquemente, anno 2011, arriva in tempo, come requiem e pietra tombale sul conservatorismo e sulla legalità come male da debellare. Funziona – o meglio, funzionava – anche in double feature con Checco Zalone, che in quello stesso anno sfondava il botteghino con Che bella giornata: quando esce al cinema, Qualunquemente spodesta a sorpresa Zalone dal podio con oltre 5 milioni di incasso in tre giorni. C'è stato un momento in cui i due erano quasi complementari, facce diverse di una stessa medaglia: in fondo il feroce e ottuso Cetto è una delle possibili evoluzioni del candido voltairiano impersonato da Luca Medici. Giustamente le onde si cavalcano prima che passino, e già nel 2012 arriva Tutto tutto niente niente. In un così breve lasso di tempo, però, gli equilibri si sono modificati: la realtà politica ha superato la finzione, e la farsa sull'imprenditorialità di vocazione criminale inizia a perdere mordente. Si ride, per chi vuole continuare a farlo, ma il film «psichedelico, grottesco, drammatico e comico come il tempo che stiamo vivendo» (come da definizione del medesimo Albanese) è troppo uguale alla cronaca da cui attinge, non riuscendo a superarla in fantasia. Tutto sommato lo si può leggere come un instant movie, una fotografia impietosa e semi-documentaristica della contemporaneità.

Con Cetto c'è, senzadubbiamente accade ancora qualcosa di diverso: mentre Albanese trova dopo oltre un lustro un nuovo spunto inesplorato (il rigurgito sovranista, verso e oltre l'ancien régime), il reale non solo supera l'immaginazione ma la usa come trampolino. Uno dei risultati è il video-proclama di Emanuele Filiberto di Savoia che annuncia per il bene dell'Italia, se mai sarà necessario, la nuova discesa in campo della sua famiglia per il ritorno alla monarchia. I piani dell'iper / anti / irrealismo si mescolano così tanto che ci vuole quasi un giorno per stabilire che si tratta di uno scherzo (anche se...) privo di fondamenta. Un piccolo episodio, forse, utile però a comprendere come di un certo tipo di parodia non si senta più davvero il bisogno. E infatti il passo di Cetto c'è, senzadubbiamente, svuotato di quasi tutto il suo potere sovversivo, è quello della buffonata appena al di sopra del nadir cinepanettoniano, in cui la sciatteria (di contenuto, ma anche di messinscena) che si respira è figlia della totale incapacità: l'incapacità di individuare l'oggetto della propria presa in giro (perché quell'oggetto, essenzialmente, si sfotte da solo da anni), l'incapacità di andare oltre la gag auto-conclusiva di matrice televisiva ripetuta allo sfinimento, l'incapacità di farsi artisticamente da parte lasciando a sé un personaggio che a suo modo è entrato nel mito. Una regressione totale, ben confezionata come nelle puntate precedenti (le ospitate sul piccolo schermo, la creazione online della Piattaforma Pileau su cui campeggiano in Home lo slogan “Prima voti, poi rifletti” e il quesito “Repubblica o Monarchia?” in cui poter esprimere la propria preferenza), ma che nasconde un terribile vuoto di idee, creatività, e soprattutto funzionalità. Un po' diretto ai nostalgici forzisti (Cetto c'è rimanda ovviamente a “Meno male che Silvio c'è”), un po' ai pentastellati (la carriera del figlio Melo), un po' a chi oggi usa il nazionalismo come scudo e ariete da sfondamento, il terzo capitolo della saga è arrendevole e fuori tempo massimo, superato di slancio da un campione zaloniano che nel frattempo è stato capace di veicolare la satira attraverso altri canali e altri linguaggi. Che prossimamente diverranno a loro volta obsoleti.