Drammatico, Noir

CASABLANCA

Titolo OriginaleCasablanca
NazioneU.S.A.
Anno Produzione1942
Durata102'

TRAMA

Marocco, 1941. Rick (Humphrey Bogart), che gestisce un locale a Casablanca, incontra per caso Ilse (Ingrid Bergman), la donna da lui amata diversi anni prima e mai dimenticata, ma che ora è sposata.

RECENSIONI

Intreccio inverosimile (specie nello scioglimento, stigmatizzato dalla protagonista di Harry, ti presento Sally…), personaggi piatti, dialoghi pomposi, realizzazione e recitazione di solida maniera: davvero, questo film non ha nulla di speciale. Anzi, tutto. Casablanca non è solo una proverbiale variazione sul tema chiave della tradizione narrativa occidentale (il triangolo erotico), né si esaurisce nel trionfo dei suoi divini interpreti. È un teorema sul cinema in quanto isola felice da qualche parte fra Storia e Mito, universo impermeabile ai decreti del buon senso e del buon gusto perché soggetto solo alla propria natura spudoratamente lavica. Assolutamente perfetto nella miscela di azione, umorismo, disillusione e rimpianto (tanto da risultare irritante), il film individua nell’iperbole e nell’essenzialità le proprie regole supreme. Come dice il titolo della pièce all’origine della travagliata sceneggiatura, tutti vengono da Rick: scientifica perfidia e dissimulato eroismo sostano a pochi metri di distanza, le contraddittorie metamorfosi dell’esistenza intrecciano macabre danze fra i tavoli. Il tempo passa ma non può nulla nei confronti di un sentimento sepolto e tutt’altro che estinto, tanto forte da rendere tremendamente plausibile il sospetto che tutto (guerra in testa) sia solo una conseguenza dell’amore (è il rombo del cannone o il battito del mio cuore?). Un’inquadratura, una battuta bastano a fissare il tono di una scena, rendendo immortale una manciata di immagini (una per tutte, Sam alle prese con la canzone proibita). Rick e Ilsa avranno sempre Parigi. E noi con loro.

 

Il classico dei classici, quintessenza del miglior cinema hollywoodiano, un racconto dai risvolti imprevedibili, emozionante nel pericolo e commovente nell'impossibile storia d'amore, con controcanto di dialoghi brillanti e delle note di "As time goes by" di Herman Hupfeld (e ‘La Marsigliese’ rivista da Max Steiner). Magicamente baciato dalla contingenza storica, per cui il racconto su esiliati e rifugiati con leitmotiv del sacrificio si specchia nei molti “esuli” ingaggiati per il film. L’aura magica è anche figlia dell’alchimia fra una Ingrid Bergman seducente e un Humphrey Bogart con carattere ambiguo che segna il film (duro dal buon cuore, né eroe né malvagio, fa quel che va fatto), rinforzato da comprimari che svelano progressivamente le proprie propensioni (Sydney Greenstreet e Peter Lorre si riuniscono a Bogart dopo Il Mistero del Falco). Grande messinscena in studio (tranne sequenze all’aeroporto e panoramiche su Parigi), montaggio da manuale (Owen Marks, con Don Siegel incaricato della direzione e montaggio della seconda unità), sapiente uso della fotografia (Arthur Edeson, che fa miracoli con il viso della protagonista), prodigio di una sceneggiatura con, alla base, una commedia teatrale di Murray Burnett e Joan Alison mai rappresentata, incompleta durante le riprese e perfetta alla loro conclusione, con tira e molla fra le iniezioni politiche e melodrammatiche di Koch e la ricerca di momenti romantici da parte dei coniugi Epstein e del regista: la sinergia (governata dal produttore Hal B. Wallis) dà vita ad un’atmosfera penetrante, che culla fra dolcezza e mestizia. Un successo di pubblico oltre le aspettative, che portò fino all’Oscar per il miglior film.