Supereroi

CAPTAIN AMERICA: THE WINTER SOLDIER

Titolo OriginaleCaptain America: The Winter Soldier
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2014
Genere
Durata136'
Fotografia
Montaggio
Scenografia

TRAMA

Lo scongelato Steve Rogers cerca di adattarsi alla vita moderna mentre allo S.H.I.E.L.D. ne succedono di tutti i colori.

RECENSIONI

Ormai è diventato difficile valutare i film della Marvel Studios. Il gioco dei rimandi interni, degli agganci, delle esche narrative che proiettano verso il futuro della produzione cinematografica Marvel si è fatto talmente fitto da togliere autonomia ai singoli film. Banalmente, ormai ognuno di questi film somiglia, concettualmente, a un albo a fumetti, realmente “giudicabile” solo adottando uno sguardo sinottico, d’insieme, al netto dell’albo più o meno riuscito. E Captain America: The Winter Soldier ci è sembrato comunque un albo sostanzialmente riuscito.

A livello narrativo, le vicende S.H.I.E.L.D. / Hydra rendono (o danno l'impressione di rendere) l'episodio un episodio a suo modo chiave nell'universo Marvel, non incentrato esclusivamente sulla figura del supereroe di turno ma di importanza, diciamo, più generale. Non una pietra angolare ma qualcosa del genere. Per far questo, certo, occorrono quasi 130 minuti di film. Perché comunque Captain America vuole il suo spazio, essendo tra i personaggi più complessi dell'Universo Marvel in virtù della propria trasversalità cronologica (e 'ideologica') che innesca un gioco costruito in abisso, diciamo intra- ed extra-diegetico, sul mutamento del concetto stesso di supereroe e sull’evoluzione del patriottismo e del nazionalismo declinati all'intrattenimento.

Sono 130 minuti in cui si accarezzano modi e tempi dello spy thriller, in cui si dà in pasto al pubblico generalista un po’ d’azione d’ordinanza, si coccolano i Marvel addicts con i continui link al passato/presente/futuro della MarvelSaga. Si fa tutto questo con un prodotto ormai standardizzato. Il MarvelMovie. Un genere quasi a sé nel quale però non mancano differenze interne. Di tono e di impostazione registica: cambiano i dosaggi dell’elemento ironia (dal sovradosaggio di Iron Man al minimo sindacale di Captain America), cambia l’impatto più o meno digitale (The Avengers era un tripudio di CGI, questo è assai più analogico, almeno come look, diciamo) e cambia, come già detto, il peso specifico narrativo all’interno della cosmologia marveliana, peso che qui viene spacciato per elevato, con timidi accenni di “evento” alla Nolan (abilissimo a gonfiare artificialmente le ambizioni dei suoi film).

Cambio al vertice di regia ma permanenza degli sceneggiatori (Christopher Markus e Stephen McFeely) del primo Captain America, garantendo continuità ad un personaggio vecchio stile, simbolo delle certezze morali di una nazione e con (nonostante lo SHIELD e le citazioni di altri supereroi) una mitologia a sé all’interno dell’universo della Marvel, per quanto quest’ultima, in campo cinematografico, proponga sempre la stessa formula con ponderato dosaggio di azione e pause riflessive, adagiandosi su alti standard qualitativi (non solo per budget) ma con la ricerca di idee o approcci artistici un minimo differenti per ogni film. La presenza di Robert Redford, ad esempio, richiama il thriller spionistico anni settanta, dato che la parte del leone la fa un intreccio dove è bandita la fiducia nel Sistema e il complotto insegue come un criminale l’eroe innocente. Il cruccio di Steve Rogers/Capitan America infatti, provenendo da altri tempi, è non sapere più chi sono i buoni e i cattivi. La complessità della politica contingente lo confonde, gli autori gli vengono in aiuto affiancandogli vecchie conoscenze (il Soldato d’Inverno, alias Bucky, sua spalla durante la Seconda Guerra Mondiale). I fratelli Russo, poi, hanno il merito di accantonare CGI e accumulo di meraviglie per maggiore azione dal vero, in linea con gli albi di un supereroe dove i poteri sono minimi e si affrontano nemici di uguale taglia. Un nuovo look alla Die Hard fra sparatorie, inseguimenti in auto con sfaceli, combattimenti aerei ed esplosioni, corpi a corpo dove la velocità del capitano (al pari delle traiettorie del suo scudo) è coreografata con sapienza. Per fortuna i registi, che provengono dalla commedia ma sono stati scelti per il loro lavoro nel serial Community, non hanno intaccato lo spirito serio dell’opera, pur garantendo momenti distensivi e battute.