Fantasy, Poliziesco

BRIGHT

Titolo OriginaleBright
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2017
Durata117’
Sceneggiatura
Fotografia

TRAMA

Los Angeles: l’agente Daryl Ward fa coppia con il primo poliziotto orco. Si imbattono in un elfo “bright” e scoprono che una setta di rinnegati vuole risvegliare il signore oscuro. La caccia alla bacchetta magica dell’elfo è aperta.

RECENSIONI

Netflix investe 90 milioni di dollari, credendo nell’altromondo ideato dal figlio di John Landis, un Tolkien ambientato a Los Angeles e rivisto da Alien Nation di Graham Baker (poliziotto affiancato ad alieno) e/o R.I.P.D. di Robert Schwentke, dove la strana coppia di poliziotti era formata da un defunto e un marshall del Far West. Max Landis, via End of Watch, ha pensato alla regia di David Ayer sin dalle fasi di scrittura: forze dell’ordine e marciume nella città degli angeli sono nel Dna del regista e il prologo, fra graffiti suburbani, hip hop e sirene della polizia è lì a testimoniarlo. Ma anche Ayer è un rinnegato: se le sue opere (da sceneggiatore o regista) hanno sempre faticato a portare a termine senza convenzioni gli spunti inediti, con Suicide Squad (sempre con Will Smith) è stata definitiva l’involuzione, previa incastonatura delle figure scomode in un impianto che predilige azione e sconquassi alla Michael Bay con spessore alla Peter Berg. Anche qui, anziché descrivere le traiettorie del pur derivativo universo bizzarro di Landis, finisce con assecondare la qualunquistica sarabanda ginnica. Tre fuggitivi, sparatorie, lotte, esplosioni, il facile tema pulsante del razzismo: due ore abbarbicate sulle traiettorie delle fazioni in campo a caccia del tesoro. Da parte del regista, potrebbe esserci la consapevolezza che, fra orchi “afroamericani”, fatine dispettose, elfi V.I.P., centauri e signori oscuri, c’era ben poco di originale da esplorare, ma avrebbe senz’altro giovato sospendere le attività per raccontare qualcosa di più sui Bright, l’Unità Speciale Magia, la guerra totale di duemila anni prima. Innegabilmente spettacolare, ma l’archetipo Will Smith, a prescindere dall’usurato schema del buddy-cop movie, impone anche un’ironia che rovina la già esigua tensione in campo. Paradigmatica, in questo senso, tutta l’inutile parte finale in macchietta/marchetta.