Commedia, Musicale

BLUES BROTHERS – IL MITO CONTINUA

TRAMA

Diciotto anni dopo, Elwood Blues esce di galera, scopre che il fratello è morto e vuole riunire la band.

RECENSIONI

Senza John Belushi, John Candy, Cab Calloway (deceduti, a loro il film è dedicato) e senza John Landis, "morto" anch'egli da tempo nella commedia goliardica in cui eccelleva, Dan Aykroyd si fa in quattro (i nuovi Blues Brothers: il piccolo J. Evan Bonifant, John Goodman e Joe Morton) e lascia che i riflettori si concentrino su di lui e sui numeri musicali, conscio che la carica animale del compianto "fratello" non è replicabile. L'operazione, quindi, si veste di nostalgia e non porta una ventata d'aria fresca, ancora divisa (come la musica stessa) fra Paradiso e Inferno, orfanotrofi e club malfamati. Replica, con poche varianti, l'originale, richiama all'appello (e allo stesso numero) Aretha Franklin, James Brown, la polizia e il gran concerto finale. Latita la carica dissacrante ed il racconto è pressoché inerte, ma ci sono almeno tre sequenze degne del “mito”: quella con "Ghost riders" eseguita in versione ZZ top/bluegrass davanti ad una folla da stadio e con il cielo solcato dagli effetti speciali; quella da "Sodoma e Gomorra" ("Non voltatevi!" urla Elwood) con l'ammucchiata di auto della polizia; la jam-session con la super-band nella maison della bellissima strega voodoo Erykah Badu, immersa nelle paludi del Mississippi ("Li stenderemo!" è una gag, dato che gli avversari sono, fra gli altri, B.B. King, Eric Clapton, Dr. John, Jimmie Vaughan, Gary U.S. Bond, Clarence Clemons, Bo Diddley e Steve Winwood). Landis avrebbe dovuto ampliare la matrice assurdo/demenziale di scene come quella della schiuma da barba e dell'auto-sommergibile e telecomandata. Si accontenta di un ballo caraibico di zombi che ricorda il suo Thriller di Michael Jackson, ma è palpabile l'entusiasmo di Dan Aykroyd, immerso nei suoi miti musicali, tutti fratelli nel blues. Dopo i titoli di coda James Brown concede il bis. Director’s cut disponibile dal 2006.