Biografico, Commedia d'animazione, Drammatico

BENVENUTI A MARWEN

TRAMA

Lo hanno quasi ucciso, ne hanno paralizzato l’esistenza, ridotto e offuscato i ricordi, ma non l’immaginazione. L’universo di Mark si è ristretto in un villaggio in miniatura prodotto dalla sua mente e dalla sue mani. Le creature fantastiche, le bambole che lo abitano – sono valorose partigiane e un capitano americano loro amico piombato dal cielo, sono ottusi e crudeli soldati nazisti – tengono in vita Mark ma gli impediscono di tornare ad avere un contatto vero, profondo, con il mondo reale.

RECENSIONI

Chi ha incastrato la vita di Mark Hogancamp? Marwencol, un documentario del 2010 firmato da Jeff Malmberg, lo aveva già raccontato. Un libro illustrato, Welcome to Marwencol di Hogancamp e Chris Shellen, cinque anni dopo avrebbe fatto il resto. Zemeckis, con Benvenuti a Marwen, sposta, ricompone, combina e fonde i suoi immaginari con quelli altrui, con la sorte drammatica, poi ribaltata, e le ricchissime capacità creative di Mark, con storie vere e al contempo fantastiche. È la notte dell'8 aprile del 2000 quando l’illustratore dalla vita un po' burrascosa Hogancamp, ubriaco, viene pestato a sangue e quasi ucciso da un gruppo di uomini, dopo aver confessato la sua passione per le scarpe femminili, che ama portare ai piedi. Sopravvive ma perde parti di memoria; si inventerà un'altra esistenza, fino a esserne risucchiato, ossessionato, creando un villaggio in miniatura, una cittadina immaginaria in Belgio, con la chiesa, il bar, la fontana, gli edifici bombardati… Ci sono i soldati di Hitler, c'è una jeep militare, e c'è l’alter ego di Mark, il capitano Hogie; c'è, soprattutto, accanto a lui, un gruppo di donne di varia provenienza geografica e sociale; bellissime e diverse, sono l'eroine di Marwen che imbracciano le armi e uccidono i nazisti.  È una vera e propria narrazione, che ora prosegue, ora si ripete, muta, si amplia, con Mark che ne immagina le traiettorie muovendo bambole e oggetti, i più dettagliati accessori, fotografando tutto in 35 mm. Tanto i cattivi quanto le ragazze sono rielaborazioni di chi, rispettivamente, lo ha odiato e, all'opposto, ben voluto nella vita reale, di chi ancora tiene a lui.

Ci sono la morte e la paura, nelle opere di Mark, lo smarrimento e l'impotenza, ma anche l'amore e il desiderio, l'eccesso e la meraviglia; per questo Zemeckis riesce a fare di Benvenuti a Marwen una sorta di summa malinconica eppure vitalissima del suo cinema, che «ancora una volta»,  come scrive Alessandro Cappabianca, «somiglia a una macchina del tempo, percorribile in tutti i sensi. Però attenzione: la macchina del tempo per lui serve ad alleviare i sintomi del suo passaggio. Serve al racconto. Ora (e dopo il capolavoro Allied) l'età cui preferisce tornare è quella del secondo conflitto mondiale, come se aleggiasse nell'aria un pericolo di (nuovo) nazismo; il racconto si fa sempre più problematico, sempre più angoscioso. Il Soggetto impazzito, l'ex-eroe, gioca con le bambole e indossa tacchi a spillo». Ma non si tratta di feticismo un po'spinto, qui, né di una devianza inaccettabile come crede chi lo ha brutalmente aggredito: semplicemente, è il suo modo per tentare di avvicinarsi di più all'«essenza» - ne è felicemente convinto - che le donne custodiscono. Benvenuti a Marwen è drammatico e «angoscioso» ma è anche liberissimo e sanamente purificatorio, è un incubo bizzarro e un sogno dolcissimo, opera a suo modo infinita nello smarrirsi  e riprodursi senza soluzione di continuità tra il presente e il passato, tra il cinema e la Storia, tra l'artificiale e il reale, tra il live action e il motion capture, i colori e gli oggetti, tra i modellini e il digitale; e ancora una volta la perizia tecnica, il dettaglio, gli effetti visivi danno forma straordinaria al sentimento. A quello di Mark, al nostro, perché è un film, al contempo, follemente e cartesianamente umanista. Ed è fatto di più film insieme, di più sguardi, perché anche tra la fantasia di Hogancamp e quella del regista (ossessioni - diverse - comprese) non può esserci vera separazione, e così anche vedere, riconoscere, definire diventa atto problematico (siamo sempre in più punti, nello stesso momento: nella narrazione di Hogancamp, nella ri-narrazione di Zemeckis, dentro le immagini di entrambi).

Marwen è una nuova, irrisolta Cartoonia, ma senza Jessica non può esserci un Rabbit, ci sono Hogie, lì caduto col suo aereo, e salvato, e poi protetto da Caralala, Roberta, Anna e le altre, fino a Nicol, fino all'amore, che va difeso dalle svastiche e persino da una strega. È un film dove Allied (che diventa anche il nome - e non casuale -  di un’azienda di traslochi…) incontra Forrest Gump; dove Zemeckis riporta al mondo Vertigo (e anche qui non casualmente), in un ritorno al futuro. È un film senza Flight, ma che ha origine da una caduta, perché anche Mark/capitano Hogie è precipitato, come lì il personaggio di Denzel Washington; è un cast away in un paesino che non esiste (Steve Carell è immenso nel suo straniato concentrato di comico e di imploso). Con Benvenuti a Marwen il regista di Chicago fa quello che Spielberg fa con Ready Player One: non solo perché l’immaginaria cittadina belga del passato e la virtuale OASIS nel 2045 sono in fondo speculari, insieme prigione e rivolta dei protagonisti, fuga e condanna, in una sospensione che non può essere però quella sulle corde di The Walk. Ma perché, soprattutto, come in Ready Player One, Welcome to Marwen ci dice che il gioco, il piacere del cinema - un cinema che guarda altro cinema, che si reinventa, che si espande -  è un gioco serissimo. E che anche la fantasia - quella di un personaggio e di un mondo di finzione, quella di un cineasta - lo è. Straordinariamente, politicamente, verissima.