Azione, Commedia, Poliziesco

BAD BOYS FOR LIFE

TRAMA

Nonostante l’età e i logoranti anni di servizio, Mike va a tutto gas. Marcus invece è diventato nonno e culla col nipote l’idea della pensione. Investigatori da sempre e amici per sempre, sorvegliano Miami e assicurano i cattivi di turno alla giustizia. Ma è da lontano che arriva il pericolo e colpisce in pieno petto Mike. Vittima di un sicario misterioso e di un passato burrascoso, Mike sopravvive grazie ai medici e al voto di Marcus, che ha giurato su Dio di non impugnare più un’arma. Le cose andranno altrimenti, perché Mike è deciso a scoprire chi lo voleva morto e Marcus non potrà fare a meno di aiutarlo. Con buona pace di Dio e brutta fine dei cattivi.

RECENSIONI

Bad Boys…

Ci sono voluti almeno dodici anni di annunci, ritardi, cancellazioni, rumors, uscite di scena e nuovi annunci ufficiali. Lo dirige Bay, non lo dirige Bay; Michael Bay e Will Smith torneranno insieme, non torneranno perché i loro costi di ingaggio sono troppo alti (Bay, nel 2008, era reduce dall'enorme successo del primo Transformers, Will Smith non era ancora entrato nella fase calante della sua carriera); lo dirige Joe Carnahan, Joe Carnahan lascia la produzione per divergenze creative. Nel 2017 Martin Lawrence ne annuncia la cancellazione, nel 2018 (ed è la volta buona) ritorna in calendario per la regia di Adil El Arbi e Bilall Fallah. Un continuo tergiversare che da un lato, soprattutto per i fan della prima ora, ha creato un'aura mi(s)tica attorno al progetto, dall'altro invece ha consentito al film di uscire in un periodo decisamente più propizio, sicuramente capace di renderlo più interessante di quanto sarebbe stato dodici anni fa.
Insomma, ora che il terzo film finalmente esiste, perfino una saga come Bad Boys, accusata fin da subito di essere nient'altro che l'ennesima nostalgica variazione sul tema del buddy cop movie degli anni '80 (benché calato in un contesto black), rischia di dirci qualcosa sul cinema americano degli ultimi tre decenni. E non tanto perché precursore di mode e stili particolarmente rilevanti o perché capace di influenzare la produzione a venire. La trilogia Bad Boys, oggi, offre prima di tutto la possibilità di osservare l'evoluzione del bockbuster statunitense attraverso l'immediatezza di una continuità narrativa costruita su soli tre film, usciti, causa lungimiranza produttiva (alle spalle c'è pur sempre il guru Bruckeimer), ritardi, difficoltà, o semplice fortuna, in tre momenti cruciali e differenti del cinema (d'azione) popolare statunitense (1995, 2003, 2020). Un Bignami in tre capitoli, uno specchio di ciò che è stato e quindi, per quel che riguarda questa terza parte, un'evidenza di ciò che è.

Il primo Bad Boys (1995, esordio di Michael Bay e primo film importante anche per Will Smith, fino a quel momento star solamente televisiva di Willy, il principe di Bel-Air) andava infatti ad esasperare la frenesia e lo stile patinato di quell'estetica che all'epoca, soprattutto nell'europa segnata dall'arrivo di MTV, venne frettolosamente e maldestramente definita “da videoclip” (termine la cui accezione eminentemente negativa, grazie al cielo, sta scomparendo), senza però rinunciare ad una componente narrativa piuttosto articolata, per quanto ingenua: lo scambio di identità come pretesto per rimettere in discussione in modo giocoso i ruoli e i codici che definiscono il buddy movie. Ne usciva una sorta di delirante ed elettrica commedia (degli equivoci) mascherata da poliziesco, che certamente strizzava l'occhio ad Arma letale o a Beverly Hills Cop, ma la cui piena adesione alla contemporaneità era da ricercarsi proprio nello stile ipercinetico ed esplosivo che lo stesso Bay, da quel momento in avanti, contribuirà a consolidare.

Bad Boys II (2003) invece, quintessenza pre-Transfomers del gigantismo del nostro, riduceva all'osso la componente narrativa per lasciare spazio ad un'esperienza adrenalinica  assolutamente gratuita che, in fin dei conti, non raccontava nulla se non la magniloquenza della sua messa in scena. Un film a suo modo estremo, in grado di veicolare una libertà e un'insolenza che all'interno del blockbuster forse solo la saga di Fast&Furious (ma appena dal quinto capitolo in poi: era ormai il 2011) è stata in grado di raggiungere. La comicità si faceva molto più triviale (erano gli anni di American Pie e Scary Movie) e andava a braccetto con una violenza, fatta di corpi martoriati, autopsie improvvisate, esplicite allusioni necrofile e decine di cadaveri gettati in strada e trasformati in ostacoli, capace di raggiungere un livello assolutamente fuori scala per il pubblico di riferimento (nel pieno post 11/9 il torture porn à la Saw e Hostel era ad un passo dal vivere il suo breve periodo di gloria). Insomma, l'ottovolante irriverente e sfrontato di Michael Bay raggiunge qui il suo punto di non ritorno (altro che 6 Underground): prendere o lasciare.

… for Life

Diciassette anni però non sono pochi. Nel mezzo c'è stato il consolidamento del modello stilistico-spettacolare (ma anche e soprattutto ideologico) di Fast&Furious, che a sua volta, per sopravvivere, ha dovuto adeguare il suo racconto a quel superomismo sci-fi tipico del cinecomic, la vera pentola d'oro del blockbuster USA degli anni '10. Il piano Marvel e il trionfo della serialità televisiva (streaming e affini) hanno sancito il definitivo ritorno delle grandi narrazioni e, di conseguenza, la vittoria di queste ultime su un cinema d'azione popolare capace di sorprendere più con ardite soluzioni visive che con solidi racconti e intricati colpi di scena (con qualche illustre eccezione: Mad Max: Fury Road o la saga John Wick). E ancora, in questi diciassette anni abbiamo vis(su)to il picco di quel sentimento nostalgico per gli anni '80 che ha condizionato tantissime produzioni e che ora si sta fisiologicamente trasformando in qualcos'altro, spostando inevitabilmente l'attenzione del revival al decennio successivo.
Questo, semplificando e non di poco, il contesto in cui esce Bad Boys for Life. Lontani anni luce dal gigantismo gratuito del secondo capitolo, Adil El Arbi e Bilall Fallah scelgono coscientemente di stare alla larga da una sterile imitazione del modello Bay e di recuperare piuttosto una narrazione forte con cui rilanciare la saga anche in prospettiva futura (il quarto capitolo è già in fase di sviluppo). Un racconto in cui, abbracciando pienamente il sentimento Fast&Furious, quello della famiglia (non solo di sangue) è un tema che assume una centralità che certamente non aveva avuto nei primi due titoli delle serie e che il film cavalca in modo talmente deciso da mettere in risalto le sue evidenti intenzioni parodiche (i continui riferimenti alla telenovela). Perché oggi la vera battaglia non è certo quella del bene contro il male. Non è più il tempo degli anonimi cattivoni da far fuori senza rimorsi, talmente spietati da giustificare e anzi incitare persino i poco professionali metodi da bad boys dei due detective protagonisti. Oggi che tutto è pubblico e che un (tentato) omicidio viene registrato e diffuso in rete al mondo intero, oggi che la ricerca degli obiettivi avviene semplicemente digitando alcuni nomi su un motore di ricerca, la vera guerra è quella dei sentimenti. Via dunque quel distaccato romanticismo vintage dei signori della droga (argomento piuttosto diffuso nel cinema d'azione americano a cavallo tra gli anni Novanta e i Dieci del nuovo millennio): oggi le vicende di Mike e Marcus non riguardano più qualcosa di esterno e lontano che si intreccia con la sfera più intima solo occasionalmente (il recupero della sorella di Marcus/fidanzata di Mike nel finale di Bad Boys II, ad esempio). È il privato il nuovo campo di battaglia, anche quello che si credeva rimosso o dimenticato per sempre. Una guerra privata, fino al parossismo: una guerra contro il passato e contro se stessi, capace finanche di stimolare, in relazione ai suoi interpreti, curiose e autoironiche suggestioni meta-: se da un lato Martin Lawrence si pone come attore pronto per il pensionamento, dall'altro c'è un Will Smith che, come in Gemini Man, si trova costretto a combattere, fino all’inferno, i fantasmi del suo passato (e se la sua morte e resurrezione all'inizio del film fosse il flop di After Earth?). Sono stimoli che, gratuiti o appena abbozzati, finiscono comunque per innescare un gioco di rimandi piuttosto divertente, ancora una volta valorizzato da quei diciassette anni di attesa di cui sopra.
Insomma, se nostalgia dev'essere, che nostalgia sia. Tanto vale metterla al centro del discorso e riflettere sul tempo che passa e sul cambiamento, intersecando più livelli possibili in un film che, nonostante sia altro rispetto ai primi due capitoli della serie, riesce comunque a riproporne con insperata forza quello spirito fracassone e goliardico (con giusto un pizzico di esoterismo pseudo sci-fi per restare al passo coi tempi) che aveva fatto la fortuna del franchise. Intanto accogliamo per l'ennesima volta senza porci troppe domande il piacere paternalistico e reazionario di vedere i vecchi bad boys insegnare alle nuove leve come si fa, perché questo film è per noi. Perché arrivando oggi (e non ieri, non domani) Bad Boys for Life riesce a scavalcare quel superficiale sentimento nostalgico per gli eighties di cui era stato in parte accusato il primo capitolo. La nostalgia, questa volta, sta tutta in tre film; capaci, pur senza eccellere, di raccontare un'epoca.