Drammatico, Recensione, Sala, Thriller

AS BESTAS

Titolo OriginaleAs bestas
NazioneSpagna, Francia
Anno Produzione2022
Durata137'
Fotografia
Scenografia

TRAMA

Olga e Antoine, due coniugi francesi, si trasferiscono in un piccolo paesino diroccato nella campagna galiziana per dedicarsi all’agricoltura sostenibile, ma l’offerta di un’azienda di energia eolica sarà il catalizzatore di una faida tra i forestieri e gli abitanti del paese, in particolare due fratelli, vicini di casa di Olga e Antoine.

RECENSIONI

"L'esistenza tra il modo dell'essere gettato è l'esistenza inautentica mentre il modo della progettualità concerne l'esistenza autentica"
Adriano Fabris, Essere e tempo di Heidegger – Introduzione alla lettura

Rodrigo Sorogoyen, insieme a Carlos Vermut l'astro più luminoso nella generazione quarantenne del nuovo cinema spagnolo, torna con As Bestas a marcare il territorio di confine e indagare le modalità di trapasso tra umano e bestiale, razionale e istintuale - freudianamente tra legge e pulsioni. Ci sono novità, rispetto a Il regno e Madre, riguardo implicazioni tematiche e ideologiche e modi diegetici e rappresentativi. As Bestas non soltanto non si sottrae al celebre principio della pistola di Cechov ("se in un racconto compare una pistola, è necessario che prima o poi spari") ma lo moltiplica: il villaggio remoto abbarbicato sui monti galiziani è un'armeria da quante minacce concrete e metafisiche assomma concentricamente a partire dal prologo. Cambia tutto rispetto all'accelerazione costante de Il regno, stavolta il passo è lento ma inesorabile. Il film genera un clima diffuso - un microclima psichico preciso per un milieu preciso - dal quale, poco a poco, emerge la minaccia/pistola specifica ovvero il conflitto tra i colti, progressisti émigré francesi e una famiglia di rozzi allevatori a proposito dell'installazione di un campo eolico. I primi - specialmente il marito, professore universitario - hanno una visione fatta di agricoltura biologica e turismo sostenibile che hanno liberamente scelto di applicare su un luogo di cui liberamente si sono innamorati; i secondi vogliono solo prendere i soldi e scappare dal buco di culo dove sono stati gettati, dove sono nati e vissuti senza mai avere scelta. Heideggerianamente è un purissimo conflitto tra uomini e bestie - ma ovviamente, come vedremo, le cose sono sempre più complesse e più ambigue.
Per inquadrare precisamente As Bestas bisogna partire da modelli generali e specifici. Come Il regno, è un thriller sporchissimo e in questo caso il genere contaminante è chiaramente il western. Gli antecedenti primari, strutturali, sono Cane di paglia di Sam Peckinpah (scopertissimo, l'hanno citato tutti) e Sentieri Selvaggi e in generale il cinema di John Ford. Quindi, secondariamente e in senso caratteristico, Un tranquillo weekend di paura e C'era una volta il west. Da Cane di paglia vengono canovaccio, tema e caratterizzazioni, la gradualità inesorabile dell'assedio, anche se ci sono variazioni significative che modificano e aggiornano il senso, l'ideologia. Da John Ford e dal western il senso dell'insediamento, dell'avamposto civile in terra selvaggia oltre a luoghi/ambienti specifici (nel bar del paese tutto va come in un saloon) e al rapporto tra figura e paesaggio sempre soverchiante a favore del paesaggio. Ovviamente, ancora di più, il discorso si complica quando si passa a confrontare le implicazioni ideologiche sottese. Chi sono le bestie? Se nel western classico erano gli indiani a trovarsi di fronte a una scelta binaria - lasciarsi redimere dai salvatori bianchi oppure restare meno che umani e antagonisti - anche in As Bestas non ci sarebbe a prima vista gara tra il mite, colto, bonario, progressista, civile professore francese e gli allucinanti, violenti, sporchi e cattivi bruti locali rappresentati da Sorogoyen senza edulcorazioni esotiche da mito del buon selvaggio con i loro versi ferini e le loro facce da Goya, da endogamia e appunto da tranquillo weekend di paura. Inoltre, come già notato, uno progetta, gli altri tirano a campare.

Nella prima scena di bar/saloon arriva - inattesa e stridente nella bocca del rozzo incolto villico, stridente anche per il chiasmo degli idiomi tra il duro e consonantico spagnolo sporco di dialetto locale e il francese lingua franca - una digressione storica sull'invasione francese della Spagna nel 1807, una delle campagne napoleoniche che conquistavano e assoggettavano e contemporaneamente pretendevano di civilizzare e liberare esportando gli ideali illuministi della Rivoluzione. Significativamente è la guerra le cui atrocità ispirarono a Francisco Goya i Disastri oltre ad alcune pitture nere della Quinta del Sordo, dove si trova il celebre Duello rusticano[1]. Non si tratta solo di suggestioni iconografiche o del nome dei massimi riconoscimenti della cinematografia spagnola ancora una volta piovuti copiosi: il pessimismo cosmico dell'ultimo Goya risuona con la visione del mondo trasparente dal cinema di Sorogoyen. L'invasione napoleonica e la successiva cacciata grazie all'altrettanto sanguinosa Guerra di Indipendenza, i cui eccidi sono altrettanto documentati nelle tele del pittore di Fuendetodos, sono una prefigurazione su larga scala delle vicende di As Bestas.
Le nazionalità dei protagonisti non sono, quindi, casuali ma riflettono il posizionamento nella dialettica interna al film e dentro una delle principali faglie sociopolitiche della contemporaneità: il conflitto tra élite e popolo, doppio e proiezione storica di quello antropologico atemporale tra civiltà e natura. È arcinoto il movimento per cui, negli anni successivi alla grande crisi sistemica del capitalismo del 2008, le masse popolari si sono spostate a destra, supportando populismi sovranisti e xenobofi al di là delle retoriche pienamente allineati al capitale internazionale mentre i ceti istruiti, cittadini, benestanti si sono riposizionati a (centro)sinistra. Così in As Bestas il popolo è funzionale al capitale internazionale mentre i ceti istruiti nomadi parteggiano per la sostenibilità: è il proletariato locale a non farsi scrupoli a svendere il proprio territorio al profitto di una multinazionale norvegese mentre il professore alloctono può permettersi il lusso dell'idealismo. Un tema fondamentale - del film e del mondo - è quello della violenza, plasticamente reso dalla rapas das bestas in apertura: chi ne detiene il monopolio? O, almeno, come si distribuiscono le quote? C'è una violenza evidente, letterale ed è tutta dalla parte del mondo rurale dei fratelli allevatori (e quindi su larga scala del popolo schierato con i Trump, i Bolsonaro, le Meloni) ed è una violenza sporca, disturbante, abusiva, da might makes right, da stato di natura ante legem, da duello rusticano. È fatta di stalking, intimidazione e omicidio. E però esiste un'altra violenza invisibile che non è mai messa in conto ed è la violenza di sistema di cui, inconsapevolmente, la coppia di francesi si fa latrice, che può passare anche attraverso uomini miti e gentili con le migliori intenzioni: è, nel mondo, l'imposizione cieca di standard di comportamento giusti e santi a chi è impegnato a sopravvivere ed è costretto a farlo in un ecosistema sempre più ostile alla sopravvivenza, in anni in cui il capitale - e quindi la possibilità - si ritira e concentra in pochissime mani. Sorogoyen è abilissimo nel costruire il film come un campo dove queste forze sociali si scontrano lasciando irrisolte le ambiguità ideologiche in modo che ogni spettatore sia libero di vedere/non vedere le diverse violenze e ne derivino identificazioni spontanee che sono anche scelte di campo morali, politiche. È un tema simile a quello di uno dei film più celebrati della stagione, Gli spiriti dell'isola, tuttavia il trattamento Sorogoyen leva la grana grossa di McDonagh in fatto di simbolismi, esemplarità e colpi a effetto, scegliendo per il proprio microcosmo in vitro un clima maniacale depressivo piuttosto che isterico bipolare.

Abbiamo parlato di territorio e di legge: comunque la si legga, la Galizia rurale è rappresentata come un territorio selvaggio che divora i suoi figli (ancora, sempre Goya). Restando nell'orizzonte freudiano del Disagio della civiltà è un territorio ancora nel nome del padre violento, osceno e arbitrario dove i fratelli non si sono mai coalizzati per rimuoverlo e stabilire la solidarietà orizzontale e la legge. Non saranno certo i fratelli del film a uccidere il padre - non potrebbero neppure trovarlo: nella loro famiglia a guida matriarcale è assente, non menzionato, scomparso ma interamente introiettato. Piuttosto assassineranno il Prometeo venuto ancora una volta da oltre i Pirenei a illuminarli/accecarli con i suoi Lumi. Tuttavia va notato che il territorio delle bestie è contagioso, è una sabbia mobile che intrappola (ancora, sempre Goya) perché anche Antoine e Olga rimangono invischiati nella logica della faida (prima, lui) restando contro ogni ragionevolezza e (poi, lei) per trasmissione ereditaria nella tenuta automatica e ossessiva dell'avamposto, come Claudia Cardinale in C'era una volta il West donna sola in terreno maschile, ed è nonostante le sue ottimi ragioni una logica coloniale a oltranza che riporta al western, a John Ford. As Bestas, come già Il regno, dice anche come i territori degli uomini e delle bestie siano separati da una frontiera più psichica che fisica, attraversabile da chiunque in ogni momento, specialmente se sottoposto a forti pressioni ambientali. È una visione herzoghiana della civiltà come vetro sottile che separa da un profondo abisso oscuro. Cosa è cambiato negli anni che separano i due film, nei quali è successo di tutto? Se Il regno aveva accenti quasi "grillini" nel delineare un mondo a due livelli, dove quello superiore relativo al potere è interamente marcio, As Bestas resta ostile verso ogni istituzione (la guardia civil è inetta e imbelle ma - dato interessante - accusa Antoine di essere un "professorone" dimostrandosi ideologicamente "popolo" - e quindi Pasolini su Valle Giulia?) ma evidentemente non ha spazio per illudersi nemmeno sulla "gente" sia essa subalterna o élite. L'ultima sezione del film affianca al tema portante - e al suo correlato della xenofobia come catalizzatrice di tensioni altre - quello del genere. È estremamente interessante per l'evoluzione della visione del mondo sorogoyeniana l'imprevedibile squarcio possibile nel paesaggio senza speranza che passa dalla liberazione finale dal nome del padre e dalla solidarietà irrealizzabile tra fratelli, possibile tra sorelle. Probabilmente è meno funzionale all'equilibrio narrativo del film che è costretto a gonfiarsi in vista del finale per poter partorire l'appendice. Ancora una volta, oltre alla perizia di drammaturgia e ripresa nel padroneggiare ritmi e atmosfere e loro rapporto reciproco, nella cospirazione di audio e video, Rodrigo Sorogoyen è magistrale direttore di magistrali attori, tutti in carica di personaggi caratterizzati e tutti concorrenti a un registro perfettamente compiuto. As Bestas funziona tanto come thriller, tanto come aggiornamento di un trattato di pessimismo cosmico - con squarcio.

[1] «I due uomini sanguinanti che, nel desolato paesaggio delle sierras - luogo che allude alla prigionia e alla fatalità - combattono una lotta feroce e rituale, istintivamente mossi da quell'atavico sentimento umano volto alla distruzione e alla supremazia. I due cercano di colpirsi con freddezza e le loro fisionomie rivelano una monumentalità primordiale, e una furia talmente cieca e gratuita che è aliena alla dimensione umana e ricorda piuttosto «il battito delle onde del mare, il ritmico ronzio delle mosche su una carcassa che si decompone» (Borghesi)