Amazon Prime, Drammatico, Recensione

ARGENTINA, 1985

Titolo OriginaleArgentina, 1985
NazioneArgentina, U.S.A.
Anno Produzione2022
Durata140'
Fotografia
Scenografia

TRAMA

La storia dei procuratori Julio Strassera e Luis Moreno Ocampo che nel 1985 ebbero il coraggio di indagare e perseguire la dittatura militare più cruenta della storia argentina.

RECENSIONI

Oggettività vs soggettività. Da una parte c’è la Storia, dall’altra il modo di raccontarla. I fatti sono noti. Al termine della sanguinosa dittatura argentina, che dal 1976 al 1983 portò all’arresto, alla detenzione clandestina, alla tortura e all’assassinio di migliaia di dissidenti o sospettati tali (i rapporti ufficiali parlano di novemila accertati, ma quelli ufficiosi di almeno trentamila), il presidente eletto democraticamente, Raúl Alfonsín, firmò un decreto per mettere sotto indagine e poi rinviare a giudizio i responsabili di tale massacro. A essere incaricato dell’arduo compito fu il procuratore Julio Strassera che, insieme al suo assistente Moreno Ocampo, riuscì a costituire un team di giovani avvocati che si trovò nella classica situazione di Davide contro Golia. I rigurgiti della dittatura erano infatti ancora freschi e tutto sembrava remare contro il loro operato; gli appartenenti alle tre giunte militari sotto accusa ricorsero a tutti gli stratagemmi e alle conoscenze possibili per uscirne indenni, ma il processo si fece e portò a un risultato clamoroso che è diventato monito ed esempio per tutte le ingiustizie. Le udienze preliminari, quelle pubbliche, la difficile raccolta delle prove, il processo, con la celeberrima arringa che termina con il potente “Nunca más!” (“Mai più!”), sono un pezzo di storia che il film si premura di tramandarci, anche perché con rimandi a un presente ancora troppe volte smemorato.

L’argentino Santiago Mitre non osa granché dal punto di vista visivo, il suo è un cinema classico, in cui la regia si mette al servizio del racconto, ma risulta invece audace nell’approccio con cui decide, insieme al co-sceneggiatore Mariano Llinás, di affrontare il tema forte. L’originalità sta nel non ricorrere ai toni solenni e grevi verso cui il dramma evocato indirizzerebbe, ma nell’affidarsi anche all’umorismo e all’ironia, cercando nel quotidiano di chi portò a compimento quella battaglia una chiave di lettura e interpretazione dei fatti. Una scelta rischiosa, considerando la sofferenza che accompagna la ferita ancora aperta di cui la narrazione si fa specchio, l’irriverenza poteva essere una deriva in cui perdersi, invece Mitre riesce a trovare un solido e prezioso equilibrio. Lo sguardo cerca l’umanità dei personaggi, i protagonisti, prima di rappresentare qualcosa, sono persone, con i propri problemi personali e di relazione. La cifra stilistica adottata consente di creare una immediata empatia che nulla toglie all’orrore dei fatti raccontati. Interessante anche il lavoro svolto sulla percezione. Il passato non lo vediamo mai, non ci sono flashback esplicativi, ma ne sentiamo tutto il peso attraverso l’effetto che le parole di chi ricorda hanno su chi le ascolta. Buona l’alchimia tra il protagonista Ricardo Darín, attore dal grande carisma troppo spesso sottovalutato, e il giovane ma già affermato Peter Lanzani.
Al Festival di Venezia, dove è stato presentato in concorso, ha vinto il premio FIPRESCI.