Drammatico, Sci-Fi

APPLES

Titolo OriginaleMila
NazioneGrecia, Polonia, Slovenia
Anno Produzione2020
Durata90'
Scenografia
Musiche

TRAMA

Nel mezzo di una pandemia che causa un’improvvisa amnesia, Aris, un uomo di mezza età, si ritrova coinvolto in un programma di recupero pensato per aiutare i pazienti che non sono stati reclamati da nessuno a costruirsi una nuova identità. Aris svolge i compiti che gli vengono prescritti quotidianamente su delle audiocassette, in modo da potersi creare dei nuovi ricordi e documentarli con una macchina fotografica; torna a una vita normale e incontra Anna, a sua volta inserita in un programma di recupero.

RECENSIONI

Rieccolo il nuovo cinema greco, quello di cui Yorgos Lanthimos in questi anni ha portato nel mondo la bandiera (geniale & furbo, subito alla maniera) prima di infettarlo felicemente (infelicemente?) con le star e il successo vero (quello che si conta in dollari). Christos Nikou è stato suo assistente alla regia e te ne accorgi subito dall’impianto sci-fi/esistenziale: un morbo cancella ogni ricordo e un programma statale provvede a dotare di una nuova identità gli smemorati non reclamati da nessuno. Di qui l’imparare a vivere di nuovo, il ricostruire la propria persona da cima a fondo, il riapprocciare radicalmente l’esistenza (sperimentando, da neofita, tutto). E rifondarsi con la messa in discussione di un ordine, di un sistema di convenzioni (ricorda qualcosa? Dogtooth? Esatto).
Solito mondo ancorato al secolo scorso (assenti le nuove tecnologie, presenti musiche e balli vintage), consueto ammicco a feticci culturali riconoscibili e processati da prospettive straniate (è il turno di
Titanic). Usuali anche l’umorismo che si muove sotterraneo e di cui avvertiamo distinte le vibrazioni - il selfie con la Polaroid è utile -, la recitazione catatonica, il registro visivo virato su tinte smorte. E clinica è, naturalmente, la macchina da presa.
Ma autentico il tormento, ché forse il protagonista il suo passato non lo vuole affatto ritrovare. Realizziamo allora che la rappresentazione di questo tratto di vita metaforizza la difficile elaborazione di un lutto: recitare una nuova vita, piangere un dolore che non gli appartiene fa riscoprire ad Aris la sua vera ferita, gli consente di affrontarla e, forse, di superarla.