Netflix, Sci-Fi

ANNIENTAMENTO

Titolo OriginaleAnnihilation
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2018
Genere
Sceneggiatura
Trattodall'omonimo romanzo di Jeff VanderMeer
Fotografia
Scenografia

TRAMA

L’Area X è un territorio dove un fenomeno in costante espansione e dall’origine sconosciuta altera le leggi fisiche, trasforma gli animali, le piante, manipola lo stesso scorrere del tempo. La Southern Reach, l’agenzia governativa incaricata di indagarne gli enigmi e nasconderla all’opinione pubblica, ha inviato numerose missioni esplorative. Nessuna però è mai tornata davvero dall’Area X. Questa volta, però, la dodicesima missione è composta unicamente da donne.

RECENSIONI

Quella della “fantascienza adulta” è una categoria critica forse un po’ demodé. Ma sembrano esattamente queste le intenzioni di Garland: girare un film di fantascienza che trascenda il genere (fino a un certo punto) e parli d’altro in modo, appunto, metaforicamente adulto. Il problema è che Alex fa un po’ di confusione. Punta evidentemente altissimo, prendendo Tarkovskj a suo nume tutelare. Il riferimento più evidente è Stalker: la Zona diventa l’Area X e il gioco dei rimandi è più o meno fatto (e finito). Ma conviene forse scomodare anche Solaris (i fantasmi/ospiti generati dall’oceano di Solaris diventano i flashback moderatamante rivelatori di Annientamento) e Sacrificio (il tema dalla Catastrofe, il pre-finale incendiario con Alexander/Lena che accettano l’ineluttabile). Tutto questo armamentario citazionista alto, però, condito da qualche deriva purovisibilista, fa a cazzotti con una struttura generale che grida serie B. La premessa aliena, la combriccola di stereotipi che affronta la missione, le creature mutanti, i dettagli splatter in found footage, la faciloneria con cui si indagano i misteri saltando a certe conclusioni narrative (la natura maligna delle mutazioni, il bagliore/prisma che rifrange e rimappa il DNA) sono tutte scemenzuole anche accettabili. Ma in altri contesti.

Garland oscilla troppo tra i due poli (vedi anche Arrival, per molti versi – anche estetici – operetta omologa a questa), perde il filo, fa cadere dall’alto roba tendenzialmente bassa e finisce per indisporre un po’. Si arriva alla fine, annoiati, senza sapere cosa abbiamo visto: una metafora sul cambiamento e sulla necessità di accettarlo? Un film sulla Malattia? O sull’ennesima invasione aliena? La versione snob de L’invasione degli Ultracorpi e/o La Cosa? Difficile dictu. Più facile (e naturale) constatare che il film, apparentemente, non funziona. La fantascienza adulta non andrebbe adulterata, il B-Movie dovrebbe rimanere in serie B, senza velleità di promozione. Annientamento fa entrambe le cose. Senza soluzione di continuità. Con una certa coerenza, viene da dire, fino all’ambiguo fotogramma finale, in cui un bagliore oculare configura la chiosa come uno strano ibrido tra “il solito colpo di scena in zona Cesarini” e un inception polisemico in grado di innestare uno strascico di “riflessione” nello spettatore (Lena è mutata? Sta mutando? E’ il suo doppio alieno? E’ un cambiamento/rimpiazzo letterale o metaforico?).

Col senno del dopo visione, però, la vera domanda, forse apologetica/assolutoria è: e se l’attesa che il film definisca una sua personalità fosse essa stessa la personalità del film?