Drammatico, Giallo

ACUSADA

TRAMA

Chi ha massacrato a colpi di forbice una giovane ragazza? Dolores, la sua migliore amica, è l’unica sospettata. A due anni dal brutale omicidio si avvicina la data del processo che è diventato un caso mediatico. Dolores è colpevole oppure innocente?

RECENSIONI

L’argentino Gonzalo Tobal mette in scena un fatto di cronaca nera dalle dinamiche oscure abbinando alla detection le ripercussioni dell’evento sul nucleo familiare dell’accusata, una ragazza che avrebbe ucciso la sua migliore amica dopo che questa ha pubblicato online un video che la riprendeva mentre faceva sesso. Sono passati due anni dall’omicidio e il processo è nella sua fase cruciale, quella che determinerà l’incarcerazione o l’assoluzione dell’imputata. Tobal, anche co-sceneggiatore, pone lo spettatore come giudice della vicenda. Nulla trapela dal viso della bella protagonista (Lali Espósito, star in patria), potrebbe essere stata preda di una furia omicida come essere vittima di un complotto ordito per distogliere l’attenzione dal vero colpevole. È questo l’aspetto più interessante del lungometraggio, quello che tira fuori la parte morbosa di ognuno di noi, che vogliamo sapere, lo pretendiamo, per confrontarci con l’abisso umano, il nostro abisso, e cercare di capire come possa essere stato possibile superare quel limite che la razionalità, il buon senso e la morale ci consentono di non oltrepassare.

L’indagine impostata dal regista alterna il dentro al fuori, quello che i media deducono e spesso spacciano come verità con toni sensazionalistici, al dramma di una famiglia che si trova a dover cambiare radicalmente ogni abitudine per provare a superare un momento terribile che si spera temporaneo. La sceneggiatura dosa con equilibrio informazioni e scansione degli eventi mantenendo curiosità sullo sviluppo della vicenda. La messa in scena si concentra principalmente su alcuni luoghi: l’aula di tribunale, la dimora dell’accusata, punto da cui tutto parte e a cui tutto si riconduce, la casa di campagna, lo studio televisivo. Ma il fulcro è ovviamente la protagonista che con il suo sguardo impenetrabile ed enigmatico tutto sa, ripercorre, calcola e valuta, ma poco trasmette. Senza particolari guizzi ma con un buon senso del ritmo, qualche brutta simbologia di troppo (l’uccellino sul corpo della vittima anelito di libertà, il puma disperso e poi ritrovato a dimostrazione che le cose improbabili possono accadere), l’opera fa il suo dovere e arriva a intrattenere, stimolando anche riflessioni sulle derive personali e collettive in relazione ai fatti di cronaca nera, in cui ciò che pare fondamentale è l’immagine da dare in pasto ai media (il caso Meredith è ovviamente nell’aria). Nulla di così significativo né nel piano stilistico né su quello tematico, ma un film onesto nel suo cavalcare un sentire contemporaneo in modo sfaccettato. La presenza in concorso al festival di Venezia lo ha ovviamente reso bersaglio facile alle critiche.