Azione

ACCERCHIATO

Titolo OriginaleNowhere to run
NazioneU.S.A.
Anno Produzione1993
Genere
Durata95'

TRAMA

Evade di galera e si rifugia in una zona paludosa, dove aiuta una madre con due figli a non farsi portare via la terra da un prepotente capitalista.

RECENSIONI

Gli imbarazzi dei personaggi dentro la trama (quello di Rosanna Arquette che si ritrova Van Damme nudo nella doccia) diventano quelli dello spettatore dinnanzi ad un film cucito addosso all’eroe senza volto (= psicologia) di Jean-Claude Van Damme: Robert Harmon non ha imparato la lezione dal suo fallimentare Teneramente in Tre con John Travolta (uscito dopo ma girato prima) e persevera in patetismi, fra figure paterne e bambini di mezzo. Target di pubblico sconosciuto: gli amanti dell’azione restano delusi dal tentativo del belga di dotarsi di un’anima cavalleresca, pietistica ed innamorata; i bambini che si identificano con il fratellino di Macaulay Culkin devono sorbirsi un film ad alta concentrazione di eros, d’obbligo in una sceneggiatura di Joe–Basic Instinct– Eszterhas, con voyeurismo spinto sul massiccio protagonista e sulla «Rosanna» dei Toto (Arquette, a prescindere da questo, vale il film). Figlia di Eszterhas anche una delle situazioni più scult, quando la bambina riferisce alla madre le dimensioni del pene (!), inconsueta come quella in cui l’eroe si gusta una rivista osé. Imbarazzante anche il tema portante del racconto, uno dei più usurati della storia del cinema, con Il Cavaliere della Valle Solitaria che aiuta la proprietaria terriera contro i cattivi latifondisti: un archetipo western con cui, solo al cinema, gli ideali sconfiggono il potere del denaro. A seguire, vari elementi inverosimili, in cui la forma levigata ed il tono serio scongiurano intenti salvifici di sublime trash: dall’evasione iniziale (in cui rivediamo l’Harmon di The Hitcher e delle statali sperdute nell’infinito), in cui è incredibile che i secondini non sospettino una trappola, alle varie sortite in casa altrui del fuggiasco (per rubare una saliera: un E.T. deficiente); dall’ambiguità irrisolta del poliziotto/amante, alla scena della pistola passata dal ragazzino al rallentatore. Lo stile di Eszterhas, che ha venduto un soggetto scritto anni prima con il defunto regista Richard Marquand (insieme anche per Hearts of Fire, con risultati disastrosi), è comunque un motivo d’interesse per come, perversamente e ingenuamente, fa di tutto per rendere macho lui (idilliaco con i figli, marlboro-man con la moto, gentiluomo che dice di «no» a letto) e sexy/madre-forte lei: la produzione ottusa, però, finge di non notare tali inusitati ingredienti di disturbo e reitera il Van Damme-movie style. Harmon, invece, fa coesistere le due posizioni, passando con disinvoltura inopportuna dalla passione sentita alla scazzottata da fumetto: il suo unico talento alberga nella figuratività (due scene finali: l’inquadratura rasoterra «allargata» da un colpo di fucile; la macchina da presa che gira su se stessa per rendere il volo con la forca dello scagnozzo).