Abrams, Fantascienza

10 CLOVERFIELD LANE

Titolo Originale10 Cloverfield Lane
NazioneU.S.A.
Anno Produzione2016
Genere
Durata103'
Interpreti
Fotografia
Montaggio
Scenografia

TRAMA

Michelle, nel bel mezzo di una litigata col fidanzato Ben, tra strani blackout, ha un incidente d’auto e perde i sensi. Si risveglia in un bunker, in compagnia di due uomini.

RECENSIONI


Abrams Touch? Premiata ditta Abrams-Goddard-Reeves? Al netto di altre possibili e ridicole definizioni, le produzioni Abrams hanno qualcosa di profondamente autoriale. Tutte, cioè, sembrano adagiate su un tappeto teorico più o meno spesso che non si mangia l’opera(zione) ma anzi, convive e dialoga con la pratica di una fruibilità che non viene mai meno. Lost era un saggio autoironico sulla serialità che aveva già detto tutto sull’argomento; Mission Impossible III una boccata d’aria condizionata che giocava, rinvigorendoli, con molti codici della serie; Cloverfield il punto di arrivo e di non ritorno delle riflessioni sulla riprovisione e sulla bulimia videodocumentaria contemporanea; Star Wars VII un omaggio / remake / sequel di un Mito Cinematografico e Cinefilo da smontare e rimontare sotto gli occhi dei fan. Insomma, ci siamo capiti.


10 Cloverfield Line non fa eccezione. Il gioco con lo spettatore inizia fin dal titolo. E’ il sequel di Cloverfield? Uno spin-off? Un film parallelo ambientato nello stesso universo narrativo? Una presa per i fondelli? E’ lo stesso turbinio di domande e dubbi in cui ci trascina il grado zero della narrazione: l’apocalisse è reale o immaginata? Globale o rionale? Il nemico è dentro o è fuori? Il bunker è una trappola o un rifugio? Lo scopriremo o ci sarà un finale alla The Cube? La sospensione lostiana (vedi anche la botola), ridotta all’osso (poche stanze e tre attori, roba da film scommessa), si protrae per quasi tutti i 103’, senza che lo spettatore se ne accorga o abbia modo di lamentarsi. Perché l’esordiente Dan Trachtenberg gestisce alla perfezione i pochi metri quadrati a disposizione, modula e (con)fonde i registri, carica di tensione e mistero le uniche due finestrelle sul mondo esterno, predilige le inquadrature lunghe, i movimenti di macchina fluidi e il montaggio invisibile, si affida a un John Goodman perfetto che crea, alimenta e riproduce l’ambiguità del film tutto.

Il finale, poi, è una specie di omologo concettuale di quello visto in Quella Casa Nel Bosco, di (guarda caso) Drew Goddard. Dal KammerSpielFilm al Blockbuster in una manciata di secondi. Un concentrato quasi stordente di spiegazioni che sconfessano, in parte, le premesse metatestuali e la buttano nella caciara di una fantascienza citazionista e ludica (La Guerra dei Mondi, 12 Monkeys, World Invasion, Cloverfield), servita alla maniera di Shyamalan e conclusa con una deriva eroistica sospesa sul baratro della parodia, forse memore o forse no del Peter Jackson di Bad Taste. Viva Abrams, o chi per lui.