L’ORGOGLIO DEGLI AMBERSON

(The Magnificent Ambersons )

di: Orson Welles
TRAMA

Il capitalismo industriale va diffondendosi negli U.S.A.; anche in una cittadina del Midwest (innominata nel romanzo, Welles la rivela come Indianapolis) dove l’aristocrazia del denaro ha al suo vertice gli ammirati e invidiati Amberson, proprietari terrieri. Alla generazione di operosi pionieri succede quella dell’apogeo (i fratelli Jack e Isabel), che ha introiettato il senso di potenza della famiglia e lo vive con magnificente naturalezza; ma il vincolo, psicologico e sociale, del contegno e del prestigio è causa di infelicità autoinflitta: così Isabel sposa l’affidabile ma incolore Wilbur Minafer. Nel rampollo George tutto si guasta, degenera: l’orgoglio è hybris, la sicurezza del proprio carisma sociale è disprezzo della comunità che si affatica per produrre la ricchezza di cui egli gode immeritatamente, il gusto della libertà è infantile capriccio; l’universo lussuoso della domus, abitato da oggetti sovrabbondanti e frivolo compiacimento, esalta un’egoistica bramosia primordiale – la cui selvaggia energia è con fatica occultata da un contegno sussiegoso – sorda alla comprensione degli altri. George Minafer Amberson nega la felicità a se stesso e a chi lo ama (la madre arrendevole, la giovane Lucy Morgan): il deserto morale si proietta in un deserto esistenziale mentre trova compimento il tragitto biografico.
L’ontogenesi famigliare ricapitola la filogenesi di classe: la débacle rovinosa, fra isterici melodrammi e rimpianti autocommiseratòri, segue l’esaurimento della funzione sociale ed è parallela all’ascesa della borghesia industriale, quella dell’elettricità e del motore a scoppio (incarnata da Eugene Morgan, padre di Lucy e antico innamorato di Isabel), che soppianta la stremata casta dei vecchi possidenti decaduti con i loro costumi, le ubbie passatiste e le rendite, i castelli e i cavalli, la campagna e la piccola città. Il capitalismo dell’automobile e della metropoli, della società di massa, ammicca sorridente ai contemporanei, schernisce la tradizione, addita le magnifiche sorti e progressive, impicciolisce il mondo contraendo lo spazio e il tempo, illude e stordisce e modella una nuova umanità senza mutare il proprio spirito ironico, la propria paradossale natura: distruggere per creare, creare per distruggere.



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