THE AVIATOR

(The Aviator )

di Martin Scorsese
TRAMA

Vent’anni della vita di Howard Hughes: milionario, regista, produttore, aviatore.


RECENSIONI
Martin Scorsese goes to Hollywood

Con THE AVIATOR Scorsese narra del periodo più significativo della vita dell’eccentrico magnate Howard Hughes: la sceneggiatura di John Logan (IL GlADIATORE) si concentra infatti sul ventennio 1920-1940, segnato da leggendarie imprese cinematografiche e aviatorie, dagli incontri con Katharine Hepburn e Ava Gardner e da un gravissimo incidente aereo le cui conseguenze contribuirono a portare Hughes, genio e sregolatezza, al progressivo isolamento.
Prodotto da Michael Mann, fortemente voluto da Leonardo Di Caprio, THE AVIATOR, film sontuosamente ordinario, non ha nulla di sbagliato a parte la firma: quello di Scorsese è infatti un biopic che, correttamente, affastella episodi senza nulla approfondire, succube com’è dell’esigenza imperativa di una narrazione quanto più possibile lineare (ci si concede un paio di ellissi al massimo) e vagamente completa, che punta ad esaltare più il guardato (l’impeccabile scenografia, un casting e una messinscena studiatissimi) che lo sguardo dell’autore. Nessun rischio, bando agli azzardi: quello di Scorsese è un compitino (o compitone) da 100 milioni di dollari, volutamente tradizionale, al quale il regista presta il mestiere e basta; persino la rappresentazione del mondo hollywoodiano dell’epoca d’oro, che pretendeva pennello ben più fine, potendo diventare specchio riflettente di e riflessivo su una realtà, si risolve in una carrellata priva di analisi, in una scontata collana di aneddoti clamorosamente autoassolutoria (l’unica acidità in senso contrario: “Tu sei una stella del cinema, niente di più!”), sorta di sfondo ben disegnato ma privo di prospettiva. E se può esserci del gioco sottile nel ritrarre la Hepburn come il tipico personaggio à la Hepburn e il menage tra i due amanti attraverso siparietti cukoriani, la cosa rimane, per l’appunto, un giochetto e niente più. Può darsi che con questo film Scorsese, che rimane – nella fattispecie – un regista alle prese con una ghiotta commissione, volesse coscientemente approdare sulle sponde del cinema classico ma non è questo, d’alta accademia e basta, il lavoro che si può pretendere dall’autore, non l’ennesimo affrescone professionale, di alta fattura, certo, ma in cui viene a mancare quasi del tutto l’impronta del grande maestro. THE AVIATOR - tre ore che scivolano senza pesantezze - si limita a consegnarci il ritratto semplificato, e non sempre equilibrato, di un affascinante visionario, personaggio che se non si riduce a puro schema è solo per la forzosa attenzione posta alle sue fobie e compulsioni - fatte risalire (cfr. GANGS OF NEW YORK, ma soprattutto CITIZEN KANE: Rosebud diventa Quarantena) a un evento primario - e per il solito Di Caprio che, gestendolo sempre in maniera superba, nella parte successiva all’incidente mette da parte il corredo da bimbo cresciuto, sfoderando mascella e carisma brandiani.

Luca Pacilio
Voto: 6



Sulle ali del Mito

Sarà anche il film meno personale di Martin Scorsese, quello più finalizzato al riconoscimento di Hollywood (desiderio solo in parte soddisfatto nel rito degli Oscar) e forse non il titolo migliore della sua densa filmografia, ma nella biografia del magnate Howard Hughes si respirano momenti di grande cinema. La prima parte è folgorante e dimostra la totale padronanza di Scorsese nell'assemblare in modo armonico il proprio punto di vista con gli elementi della tessitura cinematografica: il montaggio epico di Thelma Schoonmaker, la creatività nei costumi di Sandy Powell, la fotografia accurata di Robert Richardson e le sontuose scenografie di Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo. L'età d'oro di Hollywood è ritratta con un brio al limite della "maniera", e alcune gag hanno forse il sapore dell'interpretazione di un'epoca a posteriori, ma lo schermo riesce ad accendersi sul sogno dando concretezza all'immaginario collettivo. Del resto la scelta di Scorsese è di puntare sull'evocazione e non sulla mera riproduzione. A partire dal protagonista (e produttore) Leonardo Di Caprio, bravissimo interprete delle due facce del mito, entrambe a un passo dalla follia: quella fobica e quella megalomane. In apparenza il divo americano non ha nulla in comune con il vero Hughes: non gli assomiglia fisicamente ed è molto più giovane (il lungometraggio si sviluppa nell'arco di un ventennio e a fine film Hughes "dovrebbe" avere più di quarant'anni), ma Di Caprio non si affida all'imitazione (come, ad esempio, Jamie Foxx nel ruolo di Ray Charles) e va al cuore del personaggio, dando voce, corpo e anima alle sue contraddizioni, la baldanza abbinata alle profonde paure. È proprio grazie alla sua vigorosa interpretazione che si riesce a credere nel personaggio, perché il copione non offre grandi appigli e limita la psicologia di Hughes al rapporto con la madre in un prologo banalotto (poi ripreso con poca fantasia nel finale). Le stesse maniacali fissazioni vengono riproposte con poche varianti senza sviscerarne le dinamiche e la seconda parte si impaluda nello scontro, non proprio irresistibile, tra il miliardario e il senatore corrotto (un bravo Alan Alda), fino allo scontato processo risolutore. Non è solo grazie al carisma di Cate Blanchett rispetto al bel visino di Kate Beckinsale che Katharine Hepburn annulla totalmente Ava Gardner. È proprio a livello narrativo che la tanta carne al fuoco perde progressivamente vigore, fino a un epilogo che lascia più mogi che soddisfatti. Nonostante questo disequilibrio nella sceneggiatura, il film riesce comunque a trasmettere la suggestione di un periodo storico e la determinazione di un uomo incapace di venire a patti con le proprie pulsioni. E alcune sequenze (non solo quelle spettacolari degli incidenti aerei) valgono il prezzo del biglietto. Una per tutte: il "Ti presento i miei" a casa Hepburn.

Luca Baroncini
Voto: 7




BaronciniBellucciBilliCatoniDi NicolaGarellaPacilioRangoni Machiavelli
7 6.5 5.5 6 8 6.5 6 7
SelleriTroniZambenedetti
6 7 8

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