ASSAULT ON PRECINCT 13

(Assault on Precinct 13 )

di Jean-François Richet
TRAMA

Nel bel mezzo di una bufera di neve durante l’ultima sera dell’anno un furgone sta trasportando un gruppo di malviventi, tra cui spicca il nome del temibile gangster Marion Bishop, per tradurli nella prigione di Stato a Sonora, le condizioni atmosferiche però non consentono di proseguire il viaggio così poliziotti e criminali si vedono costretti a fermarsi al distretto di polizia più vicino, il Distretto 13, presidiato dal Sergente Roenick, che nel frattempo sta per essere smantellato. Tutti quanti, a causa di un improvviso quanto immotivato assedio da parte di una sconosciuta organizzazione, trascorreranno un gran brutto capodanno.


RECENSIONI
Fai un Assalto, fanne un altro…

Soggiacendo all’irrimediabile presupposto, quantunque discutibile (almeno) negli intenti, di un arte riproducibile e dunque remakeabile come il cinema, assistiamo con certo timore e malcelato tremore a un’opera che fa di tutto per essere altra dall’irraggiungibilità del suo modello e che, tuttavia, misura nel suo scorrere la sua triste identità in questa urgenza del differire. L’ambiguità sottesa da questo tipo di operazione (appartenente in maniera intrinseca al concetto di remake) non si sottrae alle speculazioni riguardanti “il medesimo e l’altro”, perché la referenza pesa sempre come un macigno, inevitabilmente e senza che vi siano annunciate retoriche del confronto. Potremmo definire (per una volta tanto le de-limitazioni pertengono costitutivamente all’oggetto trattato) Assault on Precinct 13 come il volenteroso tentativo da parte di Richet di ridisegnare il film rimescolando con smaliziata abilità le carte carpenteriane (in cui il gioco chiasmatico è l’elemento più facile e innocuo, insieme al (re)make-up scenografico) ridisponendole complessivamente sul medesimo tavolo narrativo, cercando di puntare sull’introspezione psicologica a tutti i costi e ampliando il più possibile il discorso estetico sulla contaminazione tra le derive diegetiche di matrice western (la centralità della tematica dell’assedio) e la monoliticità claustrofobica del poliziesco con risultati decisamente non sgradevoli, soprattutto in virtù di una regia calibratamente convulsa, ma che evidenziano una palese ampollosità nella trattazione e nella messa in scena dei caratteri, sempre troppo squadrati o studiatamente introspettivi (il Sergente “Napoleon” Roenick di Ethan Hawke) e debordati (il programmato isterismo di Beck/Leguizamo, l’insostenibile luciferinità di Gabriel Byrne), pervenendo alla (ri)costituzione di un oggetto testuale alquanto slabbrato, con sbavature finali che si prodigano nell’affannosa ricerca di un “oltre il prototipo” dagli esiti un poco imbarazzanti (l’alleanza eccessiva ed eccedente tra il gangster e il poliziotto), divertente senza margini di dubbio, coinvolgente finché si vuole, e lontanissima da quell’asciuttezza e ruvidezza formali che avevano decretato nel film di Carpenter le sorti di un’opera di prosciugato, disperatissimo splendore.

Mauro F. Giorgio
Voto: 6




GiorgioZambenedetti
6 6

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