ARARAT

(Ararat )

di Atom Egoyan
TRAMA

Un regista di origini armene gira un film sul genocidio del suo popolo, per mano turca, durante la prima guerra mondiale. Intorno a questa, altre storie si intrecciano.


RECENSIONI
Storia per Storia

Abituati al peculiare modus narrandi del regista (ma gli ultimi, lodatissimi, Il dolce domani e Il viaggio di Felicia mi sono parsi dei sapienti compromessi), alle sue complesse strutture a mosaico in cui il tempo viene fatto a pezzi, l'attenzione si concentra su singole tessere per poi allargarsi sul complicato disegno di insieme, coincidente, quasi sempre, con un'agnizione folgorante (Exotica, il suo capolavoro), ritroviamo tale approccio anche in quest'ultima pellicola, pur se debitamente manipolato. Con Ararat troppo è in ballo: la necessità di riaprire una ferita, quella del genocidio degli armeni per mano turca (un milione e mezzo di morti tra il 1914 e il 1915), questione ancora dolente - sfociata in una diaspora -, ancorché rimossa, sotterrata, in parte ancora negata. Egoyan stavolta dà spazio a un'ossessione che, serpeggiante in alcune sue opere precedenti, acquista in questo caso piena voce ponendolo, lui armeno di origini, di fronte all'ancestrale responsabilità di ricordare e far ricordare. Peccato che il film che ne esce fuori rimanga intrappolato in questa esigenza, talmente forte da portare il cineasta a forzare i limiti della sua poetica e, coscientemente (ma questo non rileva), a fare una cosa del tutto nuova per il suo cinema: sottolineare, spiegare, ricostruire, consegnando il film a una didascalia neanche troppo nascosta (il poliziotto Plummer è addirittura pedante nel chiedere informazioni a Raffi, in un fitto scambio di battute che suona alquanto meccanico e artificioso).
La messinscena della memoria avviene attraverso un set cinematografico, quello di un film che Egoyan non avrebbe mai girato: epico, demodé, retorico, un film che generazioni di armeni aspettavano e che ha la funzione indiretta di istruire lo spettatore sugli eventi di cui è comprensibilmente all'oscuro. Ararat si muove dunque fra queste due dimensioni: da una parte un'opera che vorrebbe soddisfare un'esigenza pubblica, evocando la tragedia dimenticata di un popolo, e dall'altro il frutto del lavoro di un regista che comunque non vuole abdicare totalmente alle sue istanze poetiche e che cerca di conseguenza di adattare al meglio i due registri, impelagandosi in un ibrido cerchiobottista che lascia insoddisfatti da entrambi i punti di vista. Le diverse generazioni coinvolte nella vicenda danno, egoyanamente, il loro contributo alla visione dei fatti, fanno incrociare prospettive, creano oggetti e prove di un avvenimento occultato (un libro, un video, un quadro, un film), ma stavolta il complesso intrico e meno agile e disinvolto, fungendo da elegante ricamo per quello che è il nucleo centrale della narrazione: il lungo confronto tra il poliziotto della dogana e il giovane Raffi. Attraverso e oltre esso i temi dell'identità e della memoria, della messinscena nella messinscena, vengono toccati mediante lambicatissimi espedienti che omaggiano luoghi e situazioni cari al regista (un elenco sarebbe facile quanto inutile), ma fungendo da raffinata cornice teorica a tratti in debito di funzionalità. Il tentativo stavolta è chiaro, facendo leva sul consueto scavo intimo, anche se svilito per le ragioni di cui sopra, Egoyan sembra puntare alla Storia per storie che - non tutte utili al disegno, affastellandosi, assoggettate alla necessità di conseguire un obiettivo evidente - diventano espressioni piegate palesemente allo scopo, senza la consueta leggerezza fatale ma, al contrario, con tutta la pesantezza del calcolo, della necessità di onorare un progetto. Il gioco prospettico (Egoyan interessato non tanto a ciò che si vede ma al modo in cui lo si vede: di qui il moltiplicarsi di sguardi e immagini di tutte le fatte, una costante delle sue opere) del film (diseguale dunque, fiaccato da un doppiaggio appiattente che elimina i diversi idiomi che si ascoltano nella versione originale, non privo di spunti suggestivi - il confronto tra Ali e Raffi -, alternati a piccoli disastri) è dunque inevitabilmente opaco, meno risolto che in passato. E il tema della trasposizione della fotografia del pittore Gorki bambino con la madre, nella tela dipinta dallo stesso Gorki adulto, se è la perfetta resa del teorema egoyaniano della realtà che si percepisce filtrata, da una rappresentazione all'altra (i video di Speaking Parts - Mondo virtuale), ci pare venisse restituito molto meglio nei bellissimi 4 minuti di A portrait of Arshile che Egoyan ha girato nel 1995.

Luca Pacilio
Voto: 5




BellucciPacilio
6 5

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