APOCALYPTO

(Apocalypto )

di Mel Gibson
TRAMA

Impero Maya, 500 anni fa: il villaggio di Zampa Di Giaguaro viene attaccato da alcuni guerrieri che razziano, uccidono e rapiscono uomini, donne e bambini. "Zampa", poco prima di essere catturato, riesce a nascondere in una grotta il figlioletto e la moglie incinta...


RECENSIONI
Buona la seconda

The Passion era sembrato, a chi scrive, l’equivalente cinematografico di un calendario cangiante di Padre Pio o di una Madonna col Bambino al neon. Il maggior difetto della pacchianata gore del cattolicissimo Gibson era però, a conti fatti, l’insopportabile stridere tra componenti hollywoodiane in senso deteriore e una sbandierata (quanto falsa) fedeltà alle scritture e alla realtà storica dei fatti. Apocalypto, che pure bazzica per certi aspetti territori contigui, ci dispone decisamente meglio nei suoi confronti: spogliato delle pesanti sovrastrutture mistico/religiose del suo illustre precedente, il rinnovato scontro tra un’anima “estrema” e una “ordinaria”, tra il rigore storico/antropologico e il kolossal codificato sembra quasi funzionare e dotare il film di una sua personalità. Perché si può discutere sulla furbizia dell’operazione o sui suoi svarioni storiografici ma Apocalypto si presenta, nella struttura di base, come un ordinario film d’avventura ipervitaminizzato. Lo sfondo storico Maya resta, appunto, uno sfondo per una risaputa vicenda di amore, guerra, amicizia virile e fuga, condita con tutti gli elementi classici del genere (un po’ di humour, netta divisione buoni-cattivi, sostanziale happy end) e da altrettanto classici corollari (mito del buon selvaggio con annesso messaggio “naturalista”). Anabolizzano il tutto, “sporcando” (in senso buono) l’altrimenti anodino risultato, la scelta della lingua e una messinscena più cruda e realistica della media[1], due elementi sui quali conviene soffermarsi: 1) riguardo alla lingua, al di là del (presunto) rigore filologico, è comunque apprezzabile l’idea di affidare lo sviluppo narrativo della pellicola allo “specifico filmico” dell’immagine: i pochi dialoghi in lingua yucateca (comunque sottotitolati) alla fine non risultano indispensabili alla progressione drammatica; 2) Apocalypto si concede senz’altro alcune sequenze mediamente forti anche se, a ben vedere, la violenza percepita risulta superiore a quella grafica, effettivamente mostrata: “merito” di espedienti risaputissimi quanto efficaci come la macchina a mano, il montaggio frenetico, l’uso del fuoricampo (anche “interno” all’inquadratura) e dei realistici quanto sovramplificati effetti sonori. 

[1] Ne approfitto per spendere due parole sul Caso Apocalypto: secondo l’umile parere del sottoscritto, il V.M.14 ci stava, l’isterico teatrino di queste ore, no. E quando scrivo “no” intendo ovviamente “sì”, perché il tutto era inevitabile. E allora prendiamo con giusto piglio divertito i fantastici incipit degli opinionisti (“Non ho visto il film, però…”), la cialtrona ma spassosa disinformazione giornalistica (“138 minuti di continui stupri, violenze ed efferatezze”) o i pareri delusi degli storiofili che si interrogano sul perché mai il film non illustri il calendario, le mappe celesti o le altre scoperte Maya in ambito algebrico/matematico.

Gianluca Pelleschi
Voto: 6.5
  
(07/01/2007)



Mayator

Dopo avere rivisitato i Vangeli in chiave splatter, Mel Gibson passa alle civiltà mesoamericane. Ancora una volta il centro della sua visione è la commistione viscerale di sangue e dolore. I riti sacrificali dei Maya diventano infatti un "ottimo" spunto per mettere in scena, con enfasi e calcolato sadismo, la propria personale ossessione. Uno spende migliaia di euro per visitare i siti archeologici di Messico e Guatemala e sentirsi raccontare il rito del sacrificio come un atto di grande onore ricevuto (accadeva che alla fine del gioco della "pelota" venisse offerto agli Dei chi vinceva e non chi perdeva), e si trova davanti alla solita interpretazione occidentale, e mistificante, dei fatti. Con una civiltà ridotta all'ennesima trasposizione del mito americano (uomo come tanti, solo contro tutti, che ha i minuti contati per salvare la famiglia e trasformarsi in eroe) e contrapposizioni tanto ovvie da risultare irritanti. Ecco quindi la tribù dei "buoni", che si divertono come matti cacciando tapiri, accudendo amorevolmente la prole, ballando in allegria e ridendo tutto il giorno per idiozie (il "viagra" dell'epoca scambiato con peperoncino, ah! ah!), e quella dei "cattivi", crudelissimi saccheggiatori dal ghigno perennemente malefico a ricordare, caso mai si insinuasse il dubbio, per chi bisogna parteggiare. Ma la strada per il sacrificio è irta di ralenti e bisogna sorbirsi eterne perle di saggezza tra Cielo di Selce e Zampa di Giaguaro e pure la profezia menagrama di una bimbetta infetta e quanto mai loquace. Nonostante la spettacolarità dell'impianto, il dinamismo della macchina da presa e l'afflato epico del racconto, le caratterizzazioni elementari dei personaggi e dei conflitti finiscono per far emergere la grossolanità del progetto. Il sospetto, che la successione dei fatti trasforma in conferma, è che il protagonista, sanguinante, dolente, immolato, sempre sul punto di non farcela, riuscirà sempre e comunque a scamparla. L'invulnerabilità rende il percorso troppo pedestre per poter scomodare un minimo di partecipazione. In questo senso la seconda parte abbandona sbrigativamente il taglio pseudo-documentaristico e mette lo spettatore davanti alla nascita del primo supereroe mesoamericano, con tutti i luoghi comuni del pericolo (trappole a gogo, corse a perdifiato nella foresta, serpenti, pantere, frecce avvelenate, sabbie mobili, tuffi a perpendicolo da cascate chilometriche) maldestramente rappresentati. Fino al provvidenziale salvataggio in extremis, con tanto di parto in acqua, che la battuta "Scusa il ritardo, ma c'era molto traffico!" avrebbe degnamente introdotto. La famiglia è quindi salva, l'eroismo celebrato e pure la paura terapeuticamente superata. Poco male se si trattasse di una puntata di Tarzan, o di un sequel di Predator, ma quando si gioca con la Storia e le pretese sono alte, con una accurata attenzione all'antropologia e addirittura una ricerca filologica approfondita, il tonfo della caduta è, per forza di cose, più pesante.

Luca Baroncini
Voto: 4.5
  
(07/01/2007)




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