ANGEL-A

(Angel-A )

di Luc Besson
TRAMA

André, vessato dai suoi creditori decide di suicidarsi lanciandosi nella Senna, ma una donna ha pensato di fare lo stesso…


RECENSIONI
Il cielo sopra Parigi

Se un merito ha Besson è di sapere bene quello che fa: è chiaro come la fatuità di Angel-A non rappresenti soltanto la scelta di un registro consapevole ma costituisca anche la base dell’intero progetto artistico in campo; il regista gioca con gli estremi (e forse è per accentuarli che ha girato la pellicola il bianco e nero); narra una favoletta sulla diversità e l’(auto)accettazione chiudendola in tempo, prima che diventi (troppo) stucchevole; propone un film a basso costo, dopo la débacle di Giovanna D’Arco, basato su un’idea (una) e ambientato in una Parigi troppo ostentatamente cartolinesca per non essere frutto scenografico di una scelta volutamente ovvia (e ovviamente voluta). Angel–A è insomma un film artificiale al punto da sembrare mettere in scena il suo stesso disegno di messinscena e che in questa scoperta concezione formale, vuota di contenuto fino alla noncuranza, nuda, certo, ma solo per sottolinearne l’impudicizia, falsa (lacrime&buonismi, sorrisi&patetismi compresi) al limite della plateale presa per i fondelli, ha il suo maggiore motivo di interesse.
Il registro visivo (la fotografia è di Thierry Arbogast) è quello parossisticamente iconografico e parapubblicitario (come non pensare a una nota réclame di assicurazioni quando la riproduzione della Nike di Samotracia si ritrova, per arguto gioco di prospettive, la testa di Angela, a rivelare la natura sovrumana della donna?) di certi Leconte (Rue de plaisir, La ragazza sul ponte), la splendida Rie Rasmussen è una vice-Jovovich di altera bellezza e di talento attoriale pari al nulla stilizzato nel quale si trova a recitare. Complice l’umorismo, peraltro a corrente alternata, il film procede giulivamente da una stazione narrativa all’altra, presentando le avventure di questa strana coppia (lei alta, raffinata, bionda; lui basso, impacciato, scuro) secondo un tono stralunato e antinaturalistico che la caricatura semplicistica dei personaggi e dei caratteri di contorno non fa che accentuare.
Inconsueto in tutto, il film (e Besson) sembra tendere scientemente a un suicidio critico da consumarsi rigorosamente fuori dagli sche(r)mi. Il regista non sarà simpatico, e men che meno un genio, ma gli si riconosca il coraggio della diversità e quello di mostrare fieramente il petto di fronte all’artiglieria che non aspetta altro che il “Fuoco!”.

Luca Pacilio
Voto: 6




BaronciniBellucciCocciaPacilioSelleri
4.5 5.5 4.5 6 7

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