A MORTE HOLLYWOOD!

(Cecil B. DeMented )

di John Waters
TRAMA

La diva Honey Whitlock viene rapita da un commando di giovani cinefili svitati, che la costringono a partecipare al loro primo film…


RECENSIONI
Non ci ha fatto abbastanza male

Lo spunto dell'ultimo film di Waters (distribuito in Italia con vergognoso ritardo, oltre un anno) non è originalissimo, anzi, ma promette riflessioni al vetriolo sullo scontro di due mondi, in disaccordo non solo sul modo ideale di realizzare un film, ma sulla definizione del termine "cinema": da un lato, i produttori e i loro seguaci (poliziotti in testa), per i quali la pellicola è solo un ologramma, un prodotto da vendere alle migliori condizioni possibili, dall'altro, i giovani arrabbiati, decisi a consacrare alle riprese ogni loro risorsa, e persino la vita. 
Assistito dall'acida ironia che gli è propria, il regista evita le contrapposizioni troppo nette, rifiutandosi di realizzare un'agiografia del cinema "no budget": la variopinta factory spinta al crimine dalla voglia di fare film è tratteggiata con la stessa beffarda precisione destinata ai tronfi tutori dell'ordine, tanto pubblico e morale quanto produttivo. Il conflitto tra anarchia e sistema è risolto con salomonica e birichina imparzialità: il formato dell'opera è rigorosamente underground, ma lo stile (dal découpage alla fotografia) rispetta con esattezza anche troppo accentuata le regole del cinema classico. 
Il film funziona egregiamente quando si tratta di sbeffeggiare i prodotti hollywoodiani, la stupidità di chi li realizza e, più ancora, di chi li consuma come fossero hamburger: geniali i titoli di testa, che mostrano multisale in cui si proiettano solo kolossal di fantascienza, improbabili sequel e remake e - sacrilegio! - la versione americana di "Amanti perduti", mentre sono più scontate, anche se godibili, le battute riservate ai grandi successi dell'industria delle lacrime, da "Patch Adams" (in director's cut) a "Forrest Gump" (in un teatro di posa si gira "Gump Again"). 
Waters coglie con non del tutto dissimulato affetto l'atmosfera decadente della sua Baltimora, trasfigurata per l'occasione in una complessa teoria di antichi locali destinati ai film di genere, orride sale per famiglie e apocalittici drive in, e confeziona sequenze memorabili per tempismo e invenzioni politicamente scorrette (ad esempio il prologo, fulmineo, vivacissimo e crudele, in cui il regista e sceneggiatore scherza con l'handicap, la morte e lo snobismo metropolitano come pochi altri saprebbero e/o avrebbero il coraggio di fare). 
Ma, da quando la "grande attrice" inizia a conoscere il mondo dei suoi rapitori, il film procede a sobbalzi: alcune, poche, trovate da applausi (i tormenti eterosessuali del parrucchiere) si perdono in un mare di citazioni fastidiosamente esplicite, proclami deliranti e ripetitivi e frecciatine ironiche troppo dense di livore per non apparire enfatiche. Il ritmo si sfilaccia, e la struttura del film ne risente: le risate ci sono, quello che manca è un motivo d'interesse qualunque, uno stimolo che spinga lo spettatore ad interessarsi alle vicende dei personaggi, più macchinette o funzioni da videogame che altro. Affinità elettive tra Hollywood e il cinema a basso costo? Autoironia allo stato puro? Va bene, ma che noia! Morale della favola? Si muore un po' per poter fare un film: sai che originalità. 
Decisamente spento quasi tutto il cast: Stephen Dorff ha un'espressione facciale cui è evidentemente molto affezionato, dato che non la cambia praticamente mai, e lo stesso vale per i suoi compagni di avventure; per fortuna ci sono i soliti noti dei film di Waters, dall'ex cicciona Ricki Lake all'inappuntabile Patricia Hearst, e alcune "stelle" in partecipazione straordinaria (Eric Roberts, nei panni dell'ex marito della diva, su tutti). Il sagace John, alle prese con una maschera divistica tra le più consolidate, non riesce a bissare la rilettura satirica operata sul personaggio - Kathleen Turner in "La signora ammazzatutti": Melanie Griffith scherza volentieri con la sua immagine di star spocchiosa e oca giuliva, evitando il ridicolo potenziale insito nell'ammiccamento conclusivo a "Viale del tramonto", ma appare un po' impacciata, come se la repentina metamorfosi del personaggio non convincesse lei per prima. In tema di deliri hollywoodiani, meglio ricordarla nel ruolo della disinvolta fedifraga in "Celebrity", pamphlet cinico ed autunnale da molti ingiustamente sottovalutato. 
"A morte Hollywood!" è un piacevole divertissement, colorato, grazioso e superfluo, in cui l'elemento trash è ridotto a luccicante ciarpame. Decisamente poco, per un regista acuto e spiritoso come Waters.

Stefano Selleri
Voto: 6.5



Fresh Waters

Spumeggiante, disincantato, freschissimo Waters: la corrosiva carica degli inizi, dissacrando il facile dissacrabile made in USA, si è stemperata o forse, semplicemente, una realtà diventata spazzatura non può essere più narrata col gusto (cattivo) di un tempo? L'acidità watersiana , dunque, non passa più attraverso l'immondezzaio, rimanendone un vago, ottundente fetore, ma si camuffa, si fa quasi elegante, si sostiene su una produzione alt(r)a, entra in una dimensione che ormai non fatichiamo a riconoscere esistente. Waters meno provocatorio? Bastano pochi minuti per capire che dietro la patina si nasconde la solita beffarda cattiveria, il solito incontenibile sberleffo che tutto seppellisce. Come nel delizioso PECKER (recuperare, recuperare) il regista preferisce puntare su un registro più lieve, ma che traduce uno spirito ancora pungente, arrabbiato anche se incolpevolmente rassegnato. L'epoca del cinema trash e' andata: ora che trash è davvero tutto Waters segue un'altra via, quella di una folle commedia intellettuale, citazionista e stratificata ma anche (cribbio!) frizzante, divertente, inventiva come poche (in USA come nessuna). La storia perde interesse quasi subito, ma a chi importa? il film regge comunque sull'irresistibile continuità delle sue trovate (elencare è inutile e dannoso); proponendo la consueta galleria di figure amabilmente demenziali che si muovono sullo sfondo dell'irrinunciata, natia Baltimora, l'autore stavolta gioca con il cinema, lo rivisita, ne maltratta malinconicamente la Mecca, invoca l'aiuto dello spettatore piu' sensibile ("Pubblico di nicchia, aiutateci!", la folgorante battuta), parla di un film di cui gia' il primo biglietto venduto consentirebbe di ottenere un profitto ("No budget!" si canta nei titoli di coda), usa una star (la Griffith diventa l'icona che non è mai riuscita ad essere) e gioca con la sua luccicanza. Impagabile Waters, solo tu mi fai ridere così.

Luca Pacilio
Voto: 7




BellucciPacilioRangoni MachiavelliSelleriZambenedetti
6 7 8 6.5 3

Back