L'AMORE AI TEMPI DEL COLERA

(Love in the Time of Cholera )

di Mike Newell
TRAMA

Cartagena, fine 800. Il giovane Florentino Ariza si innamora della bella Fermina Daza. Gli ci vorranno più di cinquant’anni per coronare il suo sogno d’amore.


RECENSIONI
Il colera ai tempi dell’amore

Sarebbe stato interessante fare un’analisi comparata di tutti gli adattamenti cinematografici dei romanzi di Gabriel García Márquez, alla luce di questo, ma il ponderoso elenco contempla pochissimi titoli usciti in Italia. Dunque, a parte Eréndira (1983) (da L'incredibile e triste storia della candida Erendira e della sua nonna snaturata, titolo meraviglioso che vale più del racconto – e del film -), Cronaca di una morte annunciata (pasticcio coproduttivo diretto da Rosi) e Nessuno scrive al colonnello di Ripstein non ho visto altro. Si era parlato, qualche anno fa, di una possibile riduzione di quella che rimane la più ambiziosa e difficile opera del sudamericano (L’autunno del patriarca: maratona stilistica e linguistica, del tutto peculiare nella produzione del Nostro) cui era interessato Marlon Brando, che voleva Sean Penn come regista, ma non se n’è più fatto nulla (peccato).
L’amore ai tempi del colera, per chi amò Cent’anni di solitudine (l’epopea di Macondo rimane intoccabile forse per l’alone leggendario che circonda le sue pagine e per l’incommensurabile culto di cui è ancora fatta oggetto), è stato il lavoro che ha restituito, almeno in parte, la magia di quel fatidico libro (una magia che, parlo a titolo del tutto personale, si prova una volta e mai più: la rilettura è stata, come per molta parte della produzione del romanziere, l’occasione di un drastico ridimensionamento) e, a tutt’oggi, l’ultima opera di Márquez davvero significativa in una produzione nutrita e costantemente rimpolpata.

S’incarica della difficile trasposizione Mike Newell, regista di un titolo chiave del cinema inglese anni 80 (il sopravvalutato Ballando con uno sconosciuto), della commedia-faro del cinema inglese anni 90 (il sopravvalutato Quattro matrimoni e un funerale) e di un paio di chicche da rivalutare, invece, assolutamente (Un incantevole aprile e Un’avventura terribilmente complicata), oltre che di alcune incursioni hollywoodiane (trascurabili Donnie Brasco e Mona Lisa smile, oltre all’ Harry Potter 2005, in generale molto apprezzato - non l’ho visto -). Newell, dunque, alle prese con il libro, ha l’indiscutibile merito di comprendere che un grande romanzo, pur considerando le tentazioni del botteghino, non è per forza un romanzone e, al di là della vicenda superficiale, che riporta con discreta puntualità (ricomponendo una cronologia e una struttura che nel testo sono decisamente più ardite) evita, pur restando dalle parti dell’adattamento popolare, la pedissequa illustrazione, va di macchina a mano in chiave espressionista e traduce i toni carichi del romanzo puntando su una forte caratterizzazione di alcuni personaggi, al limite della parodia (Leguizamo che sembra un cattivo dei film di Leone, Bardem che chaplineggia), e su un registro a volte brillante e quasi scherzoso, altre volte melodrammatico e grottesco; ma al di là di questa facile voltura di una delle caratteristiche principali della scrittura marqueziana e nella generale e un po’ vigliacca accortezza che caratterizza l’intera pellicola (la voce fuori campo del protagonista, di descrittività interiore piuttosto banale, è una misura di sicurezza del tutto superflua che non si giustifica neanche in relazione al testo, che era in terza persona), il merito dell’inglese è di demitologizzare il tempo della narrazione, sfrondando gli avvenimenti della patina magica, e di riportarli in una chiave più realistica e, direi, coerentemente patologica (l’amore è il colera, il colera è l’amore: i tempi del colera sono i tempi dell’amore e viceversa; il finale lo dice chiaramente: la nave in quarantena è in realtà luogo in cui si issa la bandiera gialla per preservare l’amore che vi si sta consumando): dunque la favola dell’innamorato respinto, che corona il suo sogno dopo decenni, si presta anche sul grande schermo a mostrarsi quale parabola sul tentativo di trovare la felicità senza l’amore e suo malgrado, laddove il dilagare epidemico del sentimento distrugge l’esistenza interiore di Florentino, ma ne plasma quella sociale: è la sua condanna ma anche la molla del riscatto e della rivalsa fino alla piena affermazione.

Peccato che il personaggio più bello (ancor più del testardo Ariza che persegue il suo obiettivo fino alla vecchiaia, tenendo nel frattempo debito conto di tutte le sue avventure erotiche, anestetici al mal di cuore), Fermina Daza, ridotta a sorta di capriccioso schizzetto, rimanga, nonostante la sostanziosa presenza in scena, carattere sostanzialmente irrisolto, privo di un’identità riconoscibile. Le scelte attoriali sono in linea con il sostrato produttivo: Bardem convince più da vecchio che da giovane, la Mezzogiorno arranca, preferendo a entrambi il perfetto Benjamin Bratt (Juvenal).
Newell, grazie anche all’onesto adattamento di Ronald Harwood, confeziona insomma un film dignitoso, sicuramente compromissorio e privo di coraggio, ma senza cadute evidenti e con una sua compattezza stilistica.

Luca Pacilio
Voto: 6
  
(31/12/2007)




Pacilio
6

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