AMERICAN PSYCHO

(American Psycho )

di Mary Harron
TRAMA

Fine anni Ottanta: Pat Bateman e' un giovane yuppie di giorno e un feroce assassino di notte.


RECENSIONI
Griffatissimi quegli anni

AMERICAN PSYCHO, romanzo cult per eccellenza dello scorso decennio, attendeva da tempo la sua versione cinematografica. Passato dalle mani di registi come Oliver Stone e David Cronenberg (interessante sarebbe stato l'incontro tra il cinema malato del canadese e l'infetta letteratura di Ellis) finisce in quelle della semisconosciuta Mary Harron (HO SPARATO AD ANDY WARHOL). Affresco agghiacciante della giovane generazione yuppie statunitense negli anni 80 dell'edonismo reaganiano, AP mostra, in una cornice di sadici omicidi, violenze gratuite e compiaciute che non mancarono di suscitare polemiche, un mondo in cui ciò che conta è l'apparenza, l'ostentazione, il lusso per il lusso; un mondo in cui, come scrive Ellis, "l'individualità è fuori questione", "la riflessione è inutile", "solo ciò che è superficiale conta qualcosa". Pat Bateman ha tutto: fascino, bellezza, soldi, ma in una prospettiva in cui non conta soltanto avere questo ma soprattutto averne più degli altri, il suo istinto di primordiale prevaricazione, il suo razzismo di fondo, il suo disprezzo per gli altri si traducono in scoppi di violenza inenarrabili. Il quadro in cui si muove il personaggio è costellato dai filmetti porno che il suo televisore rimanda senza posa, da persone che giudicano a vicenda le rispettive mise griffate, locali notturni, ristoranti esclusivi (il mitico Dorsia), strisce di coca, profumi, gel per capelli, status symbol di una ristretta cerchia di eletti in cui per contare occorre omologarsi, fare meglio degli altri, non sgarrare mai. Pat e gli altri, manichini standardizzati, prototipi di un mondo artificiale spietato, si confondono spesso: dall'altra parte può esserci Tizio o qualcuno che gli somiglia, poco cambia. In questa giostra allucinante i sanguinosi omicidi sembrano quasi degli intermezzi macabri (e il romanzo, più del film, lascia il dubbio che si tratti solo di morbose fantasie), che tingono di sfumature surreali un ritratto che, pur nel suo eccesso, non appare mai esasperato, anzi. La Harron, alle prese con una materia così incandescente, sceglie di scivolarci sopra accortamente, carpisce alcuni aspetti del romanzo, altri (quelli piu' complessi) li trascura volutamente, aggira le insidie e, non azzardando in alcun modo, snocciola un compitino non distruttubile ma irrimediabilmente anonimo. Punta di piu' sull'accurata ricostruzione degli ambienti di un decennio segnato indelebilmente dal raffinato design degli interni, la riconoscibile fattura degli abiti, i fornitissimi set di prodotti di bellezza, il lucore metallico degli attrezzi ginnici. Se ancora la primissima parte riesce nell'intento di descrivere, con pochi estremi tratti, il protagonista e la sua maniacalita', esaurita la conoscenza del carattere, il tutto si infiacchisce inevitabilmente. Il tono grottesco, che il romanzo mantiene dall'inizio alla fine, impeccabile catalogo delle deliranti fisime di un'epoca, si smorza subito e declina mestamente in macchietta isterica. Ne esce un'opera molto attenta nel non varcare i limiti (ma la versione italiana ha subito dei tagli), niente affatto efferata (laddove una maggiore cattiveria avrebbe probabilmente giovato), ben poco visionaria. L'unico merito della pellicola sarà quindi quello di avvicinare i pochi ai quali l'opera di Ellis è sconosciuta ad un romanzo scritto meravigliosamente bene che descriveva in maniera clamorosamente esatta gli anni 80, ponendo su di essi la definitiva pietra tombale.

Luca Pacilio
Voto: 5.5




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6 5.5 5.5 6.5 6 5

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