AMERICAN GANGSTER

(American Gangster )

di Ridley Scott
TRAMA

Frank Lucas traffica in eroina ad Harlem, Richie Roberts è il poliziotto che raccoglie prove per incastrarlo.


RECENSIONI
Stringhe di Storia

Lo sviluppo e l'uso intensivo del sistema retorico della “narrazione debole”, una deriva possibile all'interno dei regimi della modernità cinematografica, ha un'innegabile rilevanza storica. Si tratta, semplificando, della restrizione della focalizzazione su uno o pochi personaggi assieme alla strutturazione complessiva del film intorno a concetti psicologici o, più vagamente, teorici. Lo si dà per scontato ma, con una certa sorpresa, sorgono alcuni spunti interessanti alla visione dell'ultimo lavoro di Ridley Scott, questo American Gangster la cui storia produttiva è stata piuttosto sofferta (doveva essere diretto da Antoine Fuqua) e lunga. Basandosi sul lungo articolo di Mark Jacobson “The Return of the Superfly” (articolo originale su NyMagazine), Steve Zaillian (Risvegli, Gangs of New York, Schindler's List, Mission Impossible, etc) ritrae i due protagonisti attraverso brevi estratti della loro quotidianità. Emergono i legami più o meno saldi con la famiglia, la passione per il lavoro e le difficoltà varie.
Le vite di Richie e Frank corrono su due binari paralleli, molto diversi per ambiente e difficoltà, tra la fine degli anni Sessanta e l'inizio dei Settanta. C'è la guerra in Vietnam, sfruttata da Frank Lucas per avere contatti diretti con i produttori di eroina dell'Estremo Oriente (droga che viene fatta rientrare nelle bare dei soldati), ci sono i protagonisti del jet set, ci sono i gruppi razziali della malavita organizzata e la corruzione della polizia (la notoriamente infame Squadra Investigativa Speciale dello NYPD). Almeno questo è quanto viene chiamato in causa.
D'altra parte ci sono i riferimenti culturali e cinematografici, forse più chiari nella memoria dei quaranta-cinquantenni americani (e per questo appena accennati) che chiamano in causa il breve e glorioso successo delle prime produzioni di blaxploitation come Super Fly, Shaft, Coffy, The Mack e quelle di indagine “dal vero” Tutti gli uomini del presidente, Serpico.
Le attrazioni che possono balenare in relazione alle due ore e mezza del film di Scott sono innumerevoli ed ognuna sarebbe ficcante per mettere in luce dove American Gangster sia fallace, semplicistico e, propriamente, un grande film contemporaneo. A Scott interessa, ed è chiaro dalla struttura retorica del film, la sola riuscita delle singole sequenze, ognuna, nella sua statica compiutezza rende conto di un punto qualificante dei protagonisti fino alla -pedestre- convergenza prefinale. Certo, come è più che lecito aspettarsi come minimo sindacale, il ritmo interno dei singoli sintagmi è calibrato e, solitamente, funziona ma è la giustapposizione, sola, a dover rendere conto di tutto.
La produzione di senso non è lasciata all'intuizione, non a questo servono le continue ellissi (dobbiamo chiamare in causa Miami Vice?), è lasciata nelle mani del mestiere, della convergenza di cui dicevamo. Frammenti sparsi che dovrebbero fungere da nuclei di attrazione di senso ma abbandonati in un mare di pseudo-fattualità che portano il marchio di quella “narrazione debole” che abbiamo chiamato in causa. In questo senso balzano agli occhi le mancanze -saranno un portato del cinema di genere che è morto ma con cui la comprensione deve fare i conti?-: i dettagli non ci sono, sono le generalizzazioni, caratteriali, di tipologia d'azione a condurre per mano la storia e, con lei, molto banalmente, la comprensione dello spettatore.
Balza ancora una volta alla mente il parallelo con le produzioni seriali della tv americana contemporanea (via cavo, meglio ancora) in cui questo tipo di ritmo, ma strutturato su composizioni multiple, ha un senso e, soprattutto produce senso, oltre ad essere frutto di un tipo di scrittura differente. Ogni puntata strutturata su una cadenza narrativa, ogni stagione strutturata su una prospettiva retorica: un rollercoaster a tappe che si giova di elementi di stasi. La rilassatezza del procedere di American Gangster ha qualcosa a che vedere con quell'idea ma non è servita né dalle soluzioni registiche né, tanto meno, dalla qualità di scrittura (se lo slang di quegli anni in originale può essere una attrattiva, una volta doppiato il film rimane solo sciattezza e “voci patinate”). Per chi lo conosce un parallelo può essere la serie HBO “The Wire” di cui compare nella parte di Tango l'attore protagonista delle prime tre stagioni, Idris Elba interprete di Russel “Stringer” Bell, personaggio assai simile al Frank Lucas, nella Baltimora dei giorni nostri.
È puramente illusorio tutto American Gangster, non è certo il ritorno del Ridley Scott di quattro o cinque lustri fa, è solo un grosso film che affastella facce note (dalla tv e dal cinema), vaghe reminiscenze del passato (registiche -poche- e storiche) in una chiave cromatica che dovrebbe sostituirsi alle istanze e postazioni chiave della narrazione atte a creare il senso, anziché evitarlo. Un po' di fumo residuo di un passato arrosto. Mark Jacobson ha anche condotto una chiacchierata tra il vero Frank Lucas e Nicky Barnes (Cuba Gooding, jr nel film), in inglese su NYMagazine

Luigi Garella
Voto: 6
  
(20/01/2008)



COMMENTI

C’era una volta in America il Filmone. Quello, come si dice, “di ampio respiro”, che si prende il suo tempo, che segue i suoi protagonisti “in formazione”, ne fa emblemi morali quasi metafisici (il Bene, il Male), ripercorre e integra nella narrazione stralci di Storia Americana significante e chiude col retrogusto dell’Epica. Tanto per fare nomi e cognomi, penso a cose come Il Padrino, Scarface (quello bruttarello ma mitico di De Palma) o lo Scorsese di Goodfellas e Casino. Mi pare dunque evidente che sia questo, benché virato decisamente al Poliziesco, il terreno sul quale vorrebbe giocare American Gangster: minutaggio generoso, protagonisti moralmente ambigui e “interscambiabili”, il Vietnam, il gran finale scorsesiano. Tutto bene? Non esattamente. Se le intenzioni di Scott sono chiare è altrettanto chiaro che il suo è un instant classic solo, appunto, intenzionale. American Gangster è infatti un esempio di ottimo intrattenimento ma è decisamente troppo scoperto e semplicistico per aspirare a qualcosa di più. Spiega tutto per filo e per segno, poi lo ripete e infine lo ribadisce, confeziona complessità psicologiche (ed “etiche”) precotte, fa excursus storici un po’ grossolani, concede le sue quote di dovuto, disilluso American Dream, e, insomma, prende il suo spettatore per mano e lo conduce sano e salvo alla fine senza scossoni. Anche nelle singole sequenze: Frank Lucas corrompe qualcuno? Scott mostra la mazzetta che passa di mano dal corruttore al corrotto, mostra il corrotto che guarda la mazzetta e, dopo un falso indugiare del corrotto, mostra la mazzetta che finisce nella tasca interna della giacca del corrotto; il collega sfigato di Richie Roberts cade nel tunnel della droga? Un unico movimento di macchina mostrerà lo spacciatore, inquadrerà il tavolo col necessaire per farsi e chiuderà sul primo piano del poveretto alterato e tremante (per poi, oltretutto, ribadire il concetto nel dialogo successivo). E così via. Fatto sta che preso per quello che è, e non per quello che probabilmente vorrebbe essere, American Gangster funziona comunque a meraviglia e regala 157’ scolastici sì, ma serrati, dove il montaggio (soprattutto alternato e parallelo) la fa da padrone e Scott dirige il tutto con polso fermo. Quasi sempre. Perché nelle (fortunatamente poche) sequenze propriamente d’azione tornano le inquadrature troppo strette, la mdp tremolante e il montaggio semi-subliminale de Il Gladiatore o Le Crociate, con omologa indecifrabilità visiva e conseguente inefficacia spettacolare.

Gianluca Pelleschi
Voto: 7




BellucciDi NicolaGarellaGiorgioPacilioPelleschiRanalliRangoni Machiavelli
6.5 6.5 6 7.5 6.5 7 7 6.5
Tallarita
6.5

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