UN'ALTRA GIOVINEZZA

(Youth Without Youth )

di Francis Ford Coppola
TRAMA

Romania 1938. Dominic Matei, anziano studioso di linguistica, ha fallito sul lavoro e nella vita; il suicidio è già deciso, ma un fulmine lo colpisce e inizia una seconda giovinezza…


RECENSIONI

E' la domenica di Pasqua del 1938. Nello spiazzo di fronte alla stazione di Bucarest ha luogo l’imponderabile: un fulmine si abbatte, senza però ucciderlo, su Dominic Matei, studioso di fama ormai ossessionato dai ricordi di gioventù e dalle ricerche sull’origine del linguaggio intraprese anni prima. Primo paradosso: l’attempato professore si era diretto a Bucarest, dalla natia Piatra Neamt, con l’intenzione di suicidarsi ed un vuoto interiore apparentemente incolmabile, ma il sinistro incidente avrà conseguenze del tutto inaspettate; al posto di orribili menomazioni, quelle che la scienza medica subito gli prospetta, il lungo ricovero in ospedale evidenzierà in lui una trasformazione psico-fisica radicale, talmente profonda da lasciargli in dote un corpo completamente ringiovanito ed una serie di inedite, sorprendenti facoltà mentali. Secondo paradosso: il film che vede il grande Francis Ford Coppola soffermarsi di più sulla senilità, sulle angosce dovute al trascorrere del tempo e all’affievolirsi della spinta creativa, è anche quello che ne sancisce il ritorno fiammeggiante, una seconda giovinezza registica che con tutti i suoi azzardi, tra illusionismo dell’inquadratura e narrazione a scatole cinesi, difficilmente passerà inosservata.
Il tempo. Sì, il tempo. Quel flusso temporale, orientato verso una letale alchimia di riflessioni malinconiche e sfide superomistiche alle barriere più invalicabili della natura, colloca Un’altra giovinezza (Youth Without Youth) ai vertici della filmografia di Coppola, la cui poetica appare rigenerata anche a livello di impianto visivo dopo parentesi fiacche, e comunque datate, quali Jack (1996) e L’uomo della pioggia (1997). Un termine di paragone più adeguato è senz’altro il Dracula di Bram Stoker, straordinaria effige del vampiro che si compiace di valicare gli abissi del tempo per soddisfare le proprie pulsioni, aggiornando così quella brama di assoluto che ne divora l’animo. Non diversamente, in Youth Without Youth Coppola vampirizza il tempo. Ce lo lascia intuire già sui titoli di testa, in quella prima sequenza assolutamente rivelatrice che ci trascina, attraverso un tripudio di immagini evanescenti e distorte, negli ingranaggi di una macchina ad orologeria, (im)perfetta parafrasi del suo cinema. Per non dire, piuttosto, parafrasi del suo ritorno. Un ritorno che si appoggia alle pagine di Un’altra giovinezza, racconto scritto dal rumeno Mircea Eliade e pubblicato in Italia da Rizzoli, per risvegliare tensioni sopite, per tornare a dominare un linguaggio cinematografico che proprio nelle pieghe più nascoste del flusso temporale, del divenire, sa trovare ispirazione.
La paradossale vicenda del linguista Dominic Matei, interpretato con sublime intensità da Tim Roth, è una lama che fende il Novecento con discrezione, almeno apparente, facendo in realtà ribollire l’oscurità di determinate esperienze storiche, rievocate qui trasversalmente, spostando cioè di continuo l’accento su connotazioni simboliche, stati di coscienza alterati, intime lacerazioni esistenziali, allusioni cinefile e altri segni perturbanti. La citazione verbale del Falcone Maltese viene sbattuta in faccia allo spettatore senza alcun pudore, così come la seducente spia nazista agita di fronte alla faccia del ringiovanito Tim Roth una svastica tentatrice, quella ricamata sulla sua giarrettiera. Mescolati con l’onnipresente impronta noir si affacciano, progressivamente, lampi di metafisica inquietudine, escrescenze di un plot iperbolico che, nella sua antologica effervescenza, sembra accogliere un po’ di tutto: folli esperimenti nel Terzo Reich, metempsicosi, amori reincarnati (come nell’altrettanto esuberante Caotica Ana, dello spagnolo Julio Medem), doppi che affiorano dagli strati più reconditi dell’inconscio, personaggi che in stato di trance cominciano a esprimersi in sanscrito o in altri linguaggi antichissimi, facendo poi regredire le lancette dell’orologio a epoche precedenti la scrittura. Da tutto ciò un profondo senso di vertigine.
Non solo. Perché la complessa costruzione temporale del film di Coppola non si contenta della sua estensione verticale, che la farebbe circoscrivere all’esplorazione rapsodica e intuitiva di alcune stagioni della storia umana, da parte dell’Übermensch Dominic Matei alias Tim Roth. Il gusto barocco di inquadrature studiate e montate ad arte, con tanto di effetti digitali quasi mai peregrini, si presta invece ad amplificare la portata di monologhi interiori che travalicano le coordinate spazio-temporali loro assegnate; creano un tempo altro, ovvero uno spazio cinematografico funzionale alla ritrovata ipertrofia dello sguardo di Coppola, e lo fanno proprio in relazione a quel tema del doppio cui accennavamo di sfuggita, e che assume un peso sempre più rilevante nell’economia della pellicola. Quando dal continuo sdoppiarsi del Dominic post-folgore in due personalità distinte, così come dagli stati di trance e dalle molteplici identità della donna amata (notevole, per inciso, il magnetismo dell’interprete Alexandra Maria Lara), si trae spunto per dotare determinate sequenze di punti di vista aperti, insospettabili, anche lo spessore filosofico di Youth Without Youth ne risente positivamente.
Dai confronti tra Tim Roth e il suo doppio, emergono alcuni dei nuclei tematici che rendono così affascinante questo ritorno di Coppola: la possibilità di analizzare le origini del linguaggio, vecchio sogno del Dominic studioso, pare sia sul punto di realizzarsi, ma solo al prezzo di grandi sofferenze per Veronica, alter ego della stessa Laura amata in giovinezza. Ecco crearsi un conflitto, apparentemente insanabile, tra l’aspirazione ad un sapere assoluto e la rinuncia a coltivare tale aspirazione, in modo da preservare quei rapporti affettivi soggetti, comunque, alle insidie del tempo. Un background emotivo così denso e stratificato non è male, come dono; il dono offerto da un grande regista americano per annunciare, a chiunque fosse interessato, che la sua seconda giovinezza è iniziata.

Emanuele Di Nicola
Voto: 8
  
(27/10/2007)



COMMENTI
Dell’instabilità

Coppola gira il suo INLAND EMPIRE. Youth Without Youth (il titolo italiano, Un’altra giovinezza, dà semplicemente il voltastomaco) è infatti film personalissimo, (speri)mentale e proteiforme, edificato sul romanzo di un mostro sacro quale Mircea Eliade, ma svincolato da qualsiasi obbligo nei confronti delle autorità, che queste si chiamino Letteratura, Filosofia, Religione o Scienza. Youth Without Youth è un film sostanzialmente libero nell’idea di cinema che incarna, espressione di uno sguardo sul mondo che è immediatamente e inequivocabilmente Weltanschauung. Le assonanze col capolavoro di Lynch sono impressionanti: le costellazioni tematiche risultano pressoché le medesime (l’eterno ritorno, il doppio, la necessità di liberarsi dal Fantasma), le concezioni filmiche si somigliano vistosamente (la plasticità semantica, la fluidità spaziale, la mutevolezza come principio compositivo) e, soprattutto, è identico lo strumento ottico chiamato a oggettivare quest’idea di cinema, il digitale.
Girato con una Sony HDC-F950, Youth Without Youth abbandona la nozione di set cinematografico in favore di un implacabile nomadismo (Romania, Svizzera, India, Malta) e di una visione scheggiata, specchio della scomposizione dell’io in un’entità fratturata ma affascinante nella sua instabilità. Creazione e distruzione: Shiva, letteralmente assimilato al Tempo. Causa di dissolvimento e rigenerazione, morte e rinascita, fine e principio. Film-mandala dunque, questo Youth Without Youth, ma profondamente laicizzato, “dissacrato”, incardinato sul tempo come vettore da interrogare, esplorare, ma infine rifiutato nella sua oscurità mistica. Al misticismo subentra l’illusione: anche se non svanisce del tutto, il segreto viene strappato alla sfera dell’imperscrutabile e consegnato a quella dell’inesplicabile. Il mistero scende di un gradino verso l’uomo: è questa la sorpresa più paradossale di un film apparentemente irriducibile nella sua spiritualità. E tale è anche la differenza più eclatante rispetto a INLAND EMPIRE: se la pellicola di Lynch in ultima analisi era consacrata alla esemplarità allegorico-didascalica del percorso iniziatico, Youth Without Youth si sottrae alla teleologia della parabola, scegliendo la strada del dubbio, dell’indecifrabilità.
Ancora una volta è l’instabilità a imporsi: non soltanto vengono attraversati generi disparati con passo barcollante (mélo, spy story, horror, dramma psicologico venato di soprannaturale), ma si delinea una misura stilistica, un “timbro” che procede per vertiginosi alti e bassi, in continuo dissidio con se stesso: incantano i dialoghi in sanscrito tra Dominic Matei (un incredibile Tim Roth) e Veronica/Rupini (Alexandra Maria Lara, un’increspatura di caduca dolcezza), imbarazzano i mugolanti momenti ospedalieri (penalizzati per giunta da un doppiaggio oltraggioso), infastidiscono le pedanti lezioncine degli ampollosi esperti dell’ISMEO (ma anche all’interno delle singole sezioni si alternano passaggi improbabili e guizzi suggestivi). Lumeggiato dalla fotografia di Mihai Malaimare jr., Youth Without Youth è infine film montato prodigiosamente da Walter Murch, che sottrae la continuity alla grammatica della prevedibilità, e inquietamente screziato dalle musiche di Osvaldo Golijov, che compone uno score di rara vibrazione nervosa. Cinema apolide, periclitante, scopertamente indifeso: non saremo noi a censurarlo.

Alessandro Baratti
Voto: 7
  
(27/10/2007)




BarattiBellucciBilliCaporroCocciaDi NicolaPacilioRangoni Machiavelli
7 6.5 8 7.5 9 8 5 8
SangiorgioTallarita
8 9 8

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