L'ALBERO DELLA VITA - THE FOUNTAIN

(The Fountain )

di Darren Aronofsky
TRAMA

E’ l’amore che conduce a sfidare la mortalità: ieri, oggi e domani.


RECENSIONI

The fountain è il film di un regista di culto (un culto frettolosissimo al punto da sembrare prefabbricato) che verrà ulteriormente alimentato: cinque anni di distanza dal predecessore (l’insopportabile benché amatissimo Requiem for a dream), vicende produttive travagliate (Brad Pitt che abbandona il progetto), l’attesa fattasi – chissà perché – spasmodica per un’opera in odore di flop (il flop proprio del film malato da rivalutarsi prossimamente) che segna un nuovo cambio di scenario per il regista, qui alle prese con un complicato fantasy drammatico. Tema: la ricerca dell’eterna giovinezza (la Fontana è proprio quella), mitologia comune a molte culture. Livelli temporali: tre (i secoli sedicesimo, ventunesimo, ventiseiesimo). Protagonista maschile: uno e trino [il conquistador Thomas , lo scienziato Tommy, l’astronauta (Major?) Tom]. Obiettivo: unico per tutti i Tommasi in gioco, ovvero salvare, ri-conquistare il proprio amore [la Regina, la Moglie, l’Amata (che è poi sempre Izzi, la Moglie… vabbè, lo capite da soli)]. Le storie si intrecciano e si inscrivono l’una nell’altra tra slanci visionari e derive new age fuori tempo massimo, tra commozione plasmata ad arte e tensioni raffreddate, tra bolle in viaggio nello spazio e scimmie operate al cervello, tra recriminazioni&pianti e scene madri, peli che si rizzano sulla corteccia dell’Albero della Vita (sì!) e linfa-sperma a fecondare qua e anche là. L’autore sembra straconvinto e porta avanti caparbiamente un discorso che può suonare presuntuoso (e forse lo è) ma che ha il merito, indiscutibile, di non cadere mai nella tentazione di una facile autodecodifica. Il finale è la fiera del kitsch, l’apoteosi roboante della sciocchezzuola, con le musiche effettate del fedele Mansell (acchiappano, diciamolo): un pasticciaccio talmente brutto (ma anche no) da toccare il sublime. Perché The fountain sarà pure paccottiglia ma il signor Aronofsky sa marchiarla a fuoco (la densa fotografia, che vira sul bianco e l’oro, è di un altro habitué del regista, Matthew Libatique) e mostra di conoscere perfettamente l’eccesso che innerva in ogni fotogramma (ogni dettaglio è curatissimo, dalle scenografie ai costumi) se è vero, com’è vero, che dopo la visione il film continua a perseguitarci, torna ad ondate, evocato e deriso, rimeditato tra sfottò e mugolii di dubbio, compatito con espressione disgustata, discusso e vituperato ma - come il novello Budda-Hugh Jackman nella navicella/sfera - ancora tenacemente, indiscutibilmente lì, al centro esatto della nostra zucca.

Luca Pacilio
Voto: 7.5
  
(01/11/2006)



COMMENTI
Da grande voglio fare il cancer movie

Non c’è nulla che funzioni nel film di Darren Aronofsky. Può sembrare strano, ma è così: il regista scrive (con Ari Handel) e dirige una prova di ampio sincretismo fantanarrativo, mescolando cuore e ragione, scienza e paranormale, passato e futuro, cielo e terra, la Bibbia con la mitologia maya. Avvicinare suggestioni aliene tra loro, scolarsi in un sorso il cocktail di piani e generi poteva stimolare sulla carta (nel libro di Izzi); nasce invece una confezione lussuosa, imbellita dalla fotografia pluricromatica di Libatique, ma non per questo originale. Attenzione: il campionario visivo intrattiene costantemente l’occhio (lo intrattiene, non lo cattura), grazie alla solida effettistica non inferiore a qualunque Spielberg, ma si sfilaccia appena la questione viene al nocciolo. All’interno di un ordito figurativo pieno di rimandi (l’ambiente astrale come le luci nella stanza della regina), il regista ripassa la materia a disposizione con mano pesantissima: basti considerare, tra tutti, lo stacco di montaggio che fa sfumare la rugosa corteccia dell’albero della vita in una curva femminile, precisamente della protagonista, per esemplificare chiaramente la leggerezza svogliata e distratta con cui il gioco viene condotto. The Fountain non si limita però al divertissment: è alta l’intenzione di Aronofsky il quale, poichè manovra dati contingenti (la ricerca sul cancro, l’incedere della fine), tantopiù li mortifica doppiamente attraverso la sciattezza con cui modula il racconto. Un maschio glabro tra le stelle vuole significare l’infinito (la morte? Il futuro? 2001???), mentre uno scienziato si batte per l’antidoto al tumore della moglie, mentre un conquistador si appresta a perire per i destini di Spagna – se il segmento passato stravince la partita temporale, nella sua spudoratezza fantasy, questo è però didatticamente introdotto dalla lettura del volume (The Fountain, appunto) che racconta la storia narrata nel film. L’intreccio abusa di iconografie radicate (il guerriero, il dottore, il maya, il budda etc.) provando a battere sulla stravaganza, ma non basta a coprire la sua nudità; risulta un dizionario di escandescenze new age (quasi ogni dialogo di Izzi, prestate orecchio a cosa dice questa donna) e una sagra cinematografica del fuori luogo (il ralenti dello svenimento), del dettaglio sbagliato (inchiostro e sangue sulla mano di Tommy), della ripetizione – più volte sono riproposte le stesse sequenze – e della trovata grossolana (l’amore nella vasca). E dire che alcuni snodi della vicenda, come la messa in discussione dell’impotenza contro il lutto (La morte è una malattia quindi esiste una cura, afferma l’uomo), gettano sull’opera un’ombra tenue realmente problematica. Per il resto il film, se a qualcosa servirà, sarà per collocare l’autore di Pi Greco - Il teorema del delirio e Requiem for a dream al giusto grado della scala artistica, finora sovrastimato.

Emanuele Di Nicola
Voto: 4
  
(15/03/2007)



Requiem for a Darren

Sarà anche un film sulla vita eterna questo The Fountain, ma chi scrive è rimasto sorpreso soprattutto dalla fervente suicidalità che lo pervade. Contorto, eccessivo, sconclusionato, intellettualistico, sproporzionatamente ambizioso e mille altre magagne ancora: in una parola, adorabile. Seduce (e forse circuisce) il feroce autolesionismo con cui Aronofsky si getta a capofitto in un film che è l’apoteosi del disastro volontario: idee elementari consegnate a una (con)forma(zione) complicatissima, drammaticità esulcerata ma non strutturata, personaggi pesantissimi scagliati in paurosi voli pindarici, massimi sistemi e archetipi culturali in allegra scampagnata tra secoli e corpi celesti.
C’è un’intera antologia dell’irritante in The Fountain, tutto quello che serve a contrariare il pubblico: il disegno narrativo è confuso, le situazioni esasperate (lacrime ed estasi si contendono i volti degli interpreti), i dialoghi magniloquenti (“La morte è la strada verso l’assoluto”, che diamine!) e la progressione drammatica non è pervenuta. Si procede a fiammate (illuminazioni, va da sé) e slanci vertiginosi, girando deliberatamente a vuoto e boccheggiando più di un tantino in questo loop trifasico. Eppure qualcosa succede e non è un qualcosa da poco: accompagnando Hugh Jackman (il triplice Tom) nelle sue evoluzioni cronologico-amorose, non dico ci si appassioni ma si è per così dire rapiti dalla spericolatezza degli incastri, dalla ridondanza dei simboli e delle metafore, dal gongorismo delle immagini.
Quello che si prova è più un incanto, uno stupore che una partecipazione emotiva alle vicende rappresentate, in questo senso - ovvero nel trasformare il vettore psicologico in energia circolare - The Fountain è perfettamente riuscito: rifiutando il dialogo lineare con lo spettatore in favore di una meravigliata anularità, il film si sottrae al consumo visivo e narrativo, affermando quella vitalità inesauribile (più o meno, suvvia non siamo rigidi) rappresentata dall’albero della vita. The Fountain, insomma, è il film stesso nel suo meccanismo comunicativo antilineare, rifiuto di una teleologia narrativa destinata al decadimento spettacolare e fondazione di un circuito visivo incantevole/durevole. Donde il rifluire delle immagini a scoppio ritardato, segno di una persistenza non soltanto retinica ma effettivamente immaginifica. Creazione di un organismo filmico vivente come resistenza allo sciupio vistoso, al Potlach cinematografico.
Ovviamente una direzione del genere equivale a un suicidio: ostacolare il logorio visivo, inibire l’usura spettacolare dei fotogrammi significa deludere lo spettatore, abituato a usare – fruire: orrore - il film come combustibile emotivo, propellente catartico utile ad espellere le passioni negative e scaricarsi psicologicamente. Uno spettacolare processo di deiezione. Nell’osare (ancora una volta è la superbia lo splendido peccato di Aronofsky) una costruzione filmica resistente, ostinata, permanente, l’autore dei bellissimi Pi e Requiem for a Dream celebra il suo fiammeggiante seppuku artistico. Ma la morte, ormai lo sappiamo, “è la strada verso l’assoluto”. Shibalba.

Alessandro Baratti
Voto: 7
  
(19/03/2007)




BarattiBaronciniBellucciBilliDi NicolaPacilioRanalliRangoni Machiavelli
7 5.5 5.5 4 4 7.5 4.5 6.5
Sangiorgio
7.5

Back