A L'ATTAQUE!

(Al'Attaque! )

di Robert Guediguian
TRAMA

Due sceneggiatori decidono di realizzare un film politico, incentrato sulle vicende di un garage marsigliese gestito da una famiglia di immigrati d'origine italiana.


RECENSIONI
Una risata (forse) ci salverà

Leggendo il soggetto si pensa quasi istantaneamente: ancora una storia di lotta di classe, con tutti i manicheismi del caso. Non è così, o meglio, non esclusivamente. Quella politica è solo una lettura possibile, certo non privilegiata rispetto ad altre, meno immediate. 
Come in ogni spettacolo, pittorico o meno, che si rispetti, è la cornice a stabilire come deve essere inquadrato (anche fuori di metafora) il contenuto, in questo caso il film nel film: gli sceneggiatori vogliono realizzare un'opera impegnata e finiscono per dare vita ad una favola, solare quanto improbabile, che allo stesso tempo utilizza i più banali stereotipi del cinema politico (le minoranze etniche, i capitalisti sordidi, le incomprensioni reciproche tra il mondo degli oppressi e quello degli sfruttatori) e li ribalta in chiave grottesca o surreale, per ritrovare, attraverso la finzione più spudorata, qualche scheggia di verità. 
Mentre la stesura dello script procede, gli stessi "autori" (e con loro il pubblico) perdono interesse nella trattazione diretta dei "grandi temi" (come la globalizzazione) per concentrarsi su come tali problemi si riflettano sull'esistenza dei protagonisti, sempre più sfaccettati, contraddittori, interessanti anche al di là delle motivazioni "alte", didattiche, che li hanno generati. Il messaggio, sociale in senso lato prima ancora che politico, c'è ed è evidente, ma la facile retorica da comizio è evitata grazie ai meccanismi dell'individualizzazione e della s - drammatizzazione, che donano concretezza e plasticità alle "idee" e permettono di gustare il film indipendentemente dalla condivisione della filosofia politica espressa: questo potrà sembrare "scorretto" a chi va al cinema per assistere a messinscene di proclami, ma è anche vero che non si può piacere a tutti. 
L'impianto dimostrativo è sostenuto e, al tempo stesso, messo in discussione da una soave quanto implacabile autoironia, che coinvolge il mondo (meta)cinematografico (gli attori che assediano il regista, gli sceneggiatori tormentati dalla necessità di inserire dettagli audaci, le disquisizioni sull'eloquio del ceto operaio marsigliese, il meccanismo dell'assegnazione dei premi di categoria) e il microcosmo ordinato ma non troppo del garage, la cui superficie impeccabilmente morale (e per tale ragione lievemente "di parte") è messa in discussione dalle tante trame sotterranee che si sviluppano tra i personaggi, all'occorrenza pronti a sbarazzarsi allegramente, ed umanamente, di "valori" quali coerenza, pudicizia, trasparenza (gli amori di Marthe ed Henri, le "distrazioni" di Gigi, l'intraprendenza di Vanessa). 
Dopo un incipit prudente, quasi a sondare il terreno, il ritmo cresce e, col succedersi delle sequenze, gli "sceneggiatori" vengono messi in secondo piano dalle loro creazioni, che assumono, per così dire, vita propria, tanto che lo spettatore inizia a disinteressarsi del loro statuto "fittizio" e ne segue le vicende con sguardo partecipe, dimenticando che si è pur sempre in fase di sperimentazione, e che una scena, secondaria o meno, può essere tagliata e/o riscritta. La cornice è visibile a occhio nudo (nelle continue interruzioni "dall'esterno" come nel sipario rosso che apre e chiude, con squisita teatralità, il film), ma il quadro è bello da vedere, dunque è. Ed è sotto questo aspetto che "Ā l'attaque!" si differenzia da quasi tutto il cinema politico degli ultimi anni, ben rappresentato da "Bread and Roses", devastante polpettone cucinato da un Ken Loach in vena di buonismi un tanto a bobina: nel film di Guédiguian non mancano imperfezioni e cadute di tono, ma i personaggi non sono piatti, le situazioni non sono scontate, la macchina da presa non rimanda al solito piattume televisivo, il lieto fine può permettersi di essere irreale come quello - per restare in ambito botanico - di "Pane e tulipani". 
Per molti versi questo film si ricollega all'opera immediatamente successiva del regista francese: "La ville est tranquille", una tragedia corale ermetica, dura, di violenza spesso insostenibile, ma racchiusa, quasi messa tra parentesi da un "sipario" di fiducia nel domani: un bambino che, all'inizio, suona una pianola meccanica, destinata a cedere il posto - nell'ultima inquadratura - ad un vero pianoforte. Č quindi l'arte la chiave di volta: attraverso la pittura, il canto, la danza è possibile sognare, e in parte realizzare, la felicità, sebbene il dolore e la disperazione non siano affatto pronti a preparare le valigie. 
Servito dai colori accesi, mai da cartolina, di Bernard Cavalié (che cede ai virtuosismi solo per esprimere precise contrapposizioni di affetti, come nel prefinale), "Ā l'attaque!" è, fra le altre cose, la dimostrazione pratica che l'affiatamento del cast è una delle basi più solide per la riuscita di un film. Dotati della raffinatezza dei professionisti e della carica irresistibile degli esordienti, gli attori sono in gran parte habitué dei set di Guédiguian, che se ne serve per creare sottili "ponti" tra le sue pellicole: ad esempio, Ariane Ascaride, come ne "La ville est tranquille", ha problemi con un neonato, con se stessa e con il tenero imbranato Jean - Pierre Darroussin che pretende di allietarla con le sue canzoni. Menzione speciale a Pierre Banderet, viscido imprenditore che ci ha fatto respirare aria di casa.

Stefano Selleri
Voto: 8




BellucciSelleri
7 8

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