A.I. - INTELLIGENZA ARTIFICIALE

(A.I. Artificial Intelligence )

di Steven Spielberg
TRAMA

In un futuro mai così prossimo, i coniugi Swinton, genitori di un bambino affetto da una malattia incurabile, adottano un robot. David è un bimbo meccanico, un automa programmato per concedere amore senza condizioni…


RECENSIONI
Casa di Teddy

Fin dagli esordi del cinema la “macchina vivente” è stata, sotto le forme più svariate, dal mostro metallico all’androide, al centro dell’attenzione di molti sceneggiatori e registi, non solo fra quelli dediti al genere fantascientifico. Attraverso la settima arte, nata in un’epoca d’importanti scoperte scientifiche, molti hanno tentato di anticipare con l’immaginazione non solo l’evoluzione delle tecnologie, ma soprattutto come tali cambiamenti avrebbero inciso sulla vita quotidiana. Da questo punto di vista, il nuovo film di Spielberg s’inserisce alla perfezione in una tradizione decennale, anzi, quasi secolare.
Quello che cambia è lo sguardo rivolto ai robot: non più lo sguardo del costruttore, Michelangelo contemporaneo che contempla, con percepibile fastidio, l’imperfezione di ciò che ha creato, ma quello della creatura, dell’essere mostruoso, del “diverso” (da sempre l’angolo di osservazione prediletto dal regista). La domanda alla base di “A. I.” non è “quanto di umano c’è in un robot?”, ma piuttosto “quanto di meccanico c’è in tutto quello che consideriamo umano?”: e davvero si stenta a definire “umani” (nell’accezione ordinaria del termine, che lega, con un’equazione davvero disinvolta, al concetto di umanità quello di pietà) persone incapaci di sentimenti disinteressati (Henry, che “adotta” David solo per compiacere i superiori), sempre preda di dubbi e rimorsi ma restii ad ammorbidire il proprio egoismo (Monica, in cerca di un surrogato del figlio, che allontana il “mecha”, senza ascoltare le sue suppliche e le sue spiegazioni, subito dopo che le mutate circostanze lo hanno reso superfluo), quasi involontariamente colpevoli dell’infelicità altrui (il professor Hobby, profondamente affezionato a David, che dà il colpo di grazia alle massime aspirazioni del bambino mostrandogli la sua origine e, in un certo senso, la sua discendenza).
Alla fine, i più umani sono i robot, perché – come nel caso del protagonista – hanno almeno uno scopo per cui continuare a vivere e a sperare. Il riferimento, esplicito ed insistito, è al romanzo di Collodi, ma si può scorgere, in questo essere coccolato da adulti in mala fede, improvvisamente costretto a crescere e determinato ad affermarsi come individuo, il fantasma di Nora Helmer. David non razionalizza la sua ricerca di adempiere “ai doveri verso se stesso”, ma l’avverte, anche se in modo oscuro, sotto forma di riconquista dell’amore materno.
Ma, se l’eroina di Ibsen alla fine del dramma trova il coraggio di cominciare una nuova vita, per quanto irta di difficoltà, il bambino automatico di Spielberg ha meno fortuna: la sua lunga ricerca approderà al cerchio della mente, ed il solo appagamento che gli sarà concesso, dopo millenni di preghiere rivolte ad un idolo bellissimo e fragile, non potrà essere che un sogno lungo un solo giorno. Forse neppure Kubrick avrebbe saputo essere più sconsolato e più disperatamente romantico di così.
Inquietante nella sua algida perfezione formale, “A. I.” è, oltre che un romanzo di formazione, un ripensamento non stupido del valore artistico e “sociale” (la definizione è brutta, ma calzante) del genere fantascientifico: parlando di robot, il regista mette in scena, senza concedere “pietosi” sconti, la commercializzazione e la meccanizzazione dei sentimenti e, più ancora, la strumentalizzazione degli altri che operiamo nella vita quotidiana, senza rendercene (quasi) conto. Le riflessioni di W. Benjamin sull’opera d’arte nell’epoca della riproducibilità tecnica sono applicate agli esseri viventi (come sono i robot della nuova generazione), a provare per l’ennesima volta che l’economia non solo fa girare il mondo, ma determina la vita affettiva e la costruzione del sé.
Spielberg dirige con mano sicura, calibrando gli effetti in base all’espressione degli affetti, e realizza il suo film più solido e compatto da molto tempo a questa parte. “A. I.”, all’apparenza solo una fiaba postmoderna, è forse il più lucido apologo firmato dal regista statunitense: la retorica roboante e molesta di film come “Il colore viola” è attenuata dal tono onirico, fuori dal tempo e da ogni altra coordinata razionalizzabile, della messinscena, e dall’andamento sussurrato, appunto “da fiaba”, del racconto.
Gli ambienti disegnati da Rick Carter (scene) e Bob Ringwood (costumi), con gli effetti sorprendenti di Michael Lantieri, lasciano senza fiato, e alcune trovate (il gran saggio – motore di ricerca) sono memorabili, ma in questo spettacolo astrale la fanno ancora da padroni gli attori (a dispetto di chi lo vorrebbe sostituire integralmente con insipide figurette realizzate al computer). Frances O’Connor ha tutta l’acuminata, dolente ambiguità del ruolo, William Hurt è efficace e misurato come non gli era mai successo nel corso della sua carriera; bene gli altri. Ma sono i “mecha” i veri prodigi: Jude Law, levigato come una bambola di porcellana, si tiene in miracoloso equilibrio tra la verve della “spalla” comica (geniali gli optional) e la pietrificante certezza della propria immutabilità. Haley Joel Osment, poi, non recita la parte di un robot, ma “è”, alla lettera, David: un bambino – mostro (di bravura), tanto perfetto da sembrare finto e troppo commovente, nella sua solo apparente imperturbabilità, per non essere vero: i suoi occhi (dis)chiusi sono i fari che inaugurano la navigazione nel millennio.

Stefano Selleri
Voto: 9



Spielberg o Kubrick?

Dopo anni di gestazione e buona pace tra chi vede inconciliabile la linea registica di Stanley Kubrick con quella di Steven Spielberg, ecco finalmente il frutto di tanta fatica. Intanto è bene subito chiarire, per evitare ulteriori discussioni al riguardo, che "A.I." è un film di Steven Spielberg, che ha curato anche la sceneggiatura, nato da un'idea e da un progetto di Stanley Kubrick. E il risultato è un film forse non equilibrato, nei tre atti in cui, per comodità, può essere suddiviso, ma sicuramente capace di suscitare grandi emozioni.
Tutto parte in un futuro non troppo lontano, dove l'evoluzione ha portato a costruire sofisticati robot in grado di provare emozioni. Uno dei primi prototipi viene affidato in via sperimentale ad una famiglia. In questo contesto intimo e raccolto si svolge la prima parte del film, a cui segue un momento di grande commozione prima di seguire l'evoluzione del piccolo David, sempre  più umano e meno robot. Del resto quando si parla di madri, figli, abbandoni, le lacrime sono sempre in agguato, ma il regista riesce a colpire senza cadere in facili patetismi grazie alla forza della storia che racconta.
La parte centrale, che segue il cammino del piccolo David attraverso un efficace e poetico parallelo con la favola di "Pinocchio", è forse quella meno convincente. Da un'atmosfera silenziosa e introspettiva si passa ad un fuori caotico, dove trionfano gli effetti speciali, i personaggi diventano a senso unico e la narrazione incappa in qualche buco logico. Interessante la figura del gigolo Joe, ben interpretato da Jude Law, ma un po' irrisolto il suo legame con il protagonista e il modo frettoloso con cui viene liquidato.
Con la parte finale, invece, si giunge ad un bivio. Se prevale la razionalità si rischia di trovare la conclusione patetica, se invece si riesce a spogliarsi di qualsiasi corazza critica, o meglio da critico (e il film ha la capacità di condurre a questo stato emotivo), si entra nella poesia, nel lirismo, nella favola, nel sogno e nella sincera commozione. Peccato per il disegno poco originale dell'ulteriore evoluzione umana, forse un omaggio alle stilizzate creature di "Incontri ravvicinati del terzo tipo". Tante le considerazioni suggerite dal film: i limiti etici della tecnologia, l'incerto futuro dell'uomo, l'integrazione tra diversità, ma su tutte domina il lato emozionale, acceso nella prima parte, in stand-by in quella centrale e in loop nella struggente conclusione. Chissà, forse nelle mani di Kubrick avrebbe avuto un taglio diverso, ma che importa! Godiamoci l'opportunità di tornare bambini con una bella favola! Senza difese razionali e con gli occhi spalancati!

Luca Baroncini
Voto: 8



Né Stanley Spielberg, né Steven Kubrick

Per valutare la bontà di A.I. conviene forse improvvisarsi chirurghi e sezionare il cuore dell’opera; da una parte abbiamo il ventricolo delle “intenzioni”, dall’altro quello dei “risultati”. Le intenzioni di Spielberg sono più che evidenti e si respirano dal primo all’ultimo minuto di pellicola: palesare, omaggiare e rendere modestamente e rispettosamente giustizia all’ombra che il Gigante Stanley proietta sul film (Stanley Kubrick è il primo nome proprio che compare nei titoli di testa). A ogni costo. A costo di rimuovere gran parte della propria personalità. Non è di Spielberg l’atmosfera cupa, a tratti disperata, che aleggia sulle peripezie del piccolo mecha David; non è di Spielberg una galleria di personaggi che sfugge con evidente intenzionalità ad ogni tentazione manichea; non è di Spielberg lo humour scuro che strappa sorrisi tutt’altro che rassicuranti; non è da Spielberg la scelta di un referente fiabesco splendido e terribile come il Pinocchio collodiano; non è di Spielberg la misura e la ricercatissima freddezza con cui sono tratteggiati i momenti potenzialmente commoventi e di grande intensità emotiva; non sono di Spielberg (benché da lui scritti, insieme all’intera sceneggiatura, il che è una vera rarità nel suo cinema) i dialoghi amaramente (para)filosofici messi in bocca a mecha, orga e supertoys; non è di Spielberg la deriva (quasi) astratta, (quasi) enigmatica a cui il film si abbandona nell’ultimo terzo della sua vita incerta e contraddittoria. Infatti il risultato di tutti gli evidentissimi e fin troppo manifesti sforzi di Steven Spielberg si cristallizza in un'opera assolutamente incoerente, sofferta e faticosa che alla fine sembra accasciarsi sotto l'immane peso delle sue ambizioni. Fondere armonicamente due delle anime più distanti del Cinema contemporaneo era impresa impossibile, benché (poiché) l'una abbia (ha) deciso di annullarsi in nome dell'altra, di interpretarla alla lettera e al massimo di filtrarla appellandosi alla propria sensibilità. Il che, e veniamo al punto, non è semplicemente giusto; non è giusto perché l’uno, Stanley Kubrick, non c’è più, e nessuno (senza bisogno di ricordare il maniacale modus operandi kubrickiano, l’estrema personalizzazione del suo cinema che diventa culto della [sua] personalità) sa cosa avrebbe fatto Kubrick se. Coi se e coi ma la Storia del Cinema non si fa. E non è giusto perché l’altro, Steven Spielberg, non aveva il diritto di rinunciare agli slanci patetici, alle schematizzazioni, alla melassa, alla retorica, alle lacrime, all’ingenuità e alla montagna di infantili giochi (Spiel-Berg per l’appunto…) che SONO il suo (gran bel) cinema, anche se lo stesso Spielberg sembra troppo spesso dimenticarselo. Non è un caso, infatti, che quando si azzarda ad alzare il tiro, quando “ambisce” e abbandona l’entertainment puro, combina disastri e gira banali filmetti francamente inutili: Il colore viola, Amistad, Salvate il soldato Ryan e Schindler’s List su tutti -(tra parentesi, quello Schindler’s List che proprio Kubrick non considerava un film sull’Olocausto perché “l’Olocausto riguarda sei milioni di persone che vengono ammazzate, S.L. parla di seicento persone che non vengono ammazzate”. Stanley dixit, indispettito dallo Steven "impegnato")-. A.I., cheva ad aggiungersi a questa fallimentare Spielberg's List, eredita dai suoi compagni di sventura la pretenziosità di pseudoambizioni che si sciolgono come neve al sole, visto che tutto il precedente cinema serio(so) di Spielberg è alfine riassumibile nell'assunto "guerra e razzismo sono brutte cose", mentre A.I. ripropone/propina il risaputo incontro-scontro uomo-macchina , con progressiva umanizzazione di quest'ultima (HAL9000 e il Nexus6 Roy non avevano già detto tanto forse tutto?); ma non solo, a questo peccato originale A.I. ne aggiunge un altro originalissimo e già parzialmente illustrato: l'imitazione umile ma inopportuna e ovviamente fallita di un cinema altrui radicalmente "altro" dal proprio, cosa questa tanto più evidente proprio nel momento di maggiore mimesi, quando cioè A.I. "diventa" 2001 e David-Odisseo termina il suo peregrinare spingendosi "oltre l'infinito"… è proprio qui, nel momento della verità, che la "convivenza coatta" della strana coppia raggiunge il suo apice e il fallimento si fa palese: in Kubrick l'indicibile rimaneva tale e regnavano solo il silenzio e la pura, cristallina, criptica bellezza dell'Immagine. Spielberg non resiste. Riesce solo a scimmiottare le atmosfere della Space Odyssey ma si affida alle spiegazioni, che in breve diventano verbosità e che infine saturano il tutto con un sovraccarico informativo (per far rivivere la mamma viene scomodata perfino la clonazione) che lascia perplessi. Ecco quello che si ottiene sovrapponendo gli alieni (autocitati) di Incontri ravvicinati del terzo tipo (i mecha pronipoti di David) alle enigmatiche visioni indotte da un levigato monolite nero: un pasticcio. La somma di Due Anime non ne fa (ness)Una.

Gianluca Pelleschi
Voto: 5
  
(09/03/2017)




BaronciniBellucciBilliCatoniDi NicolaGarellaPacilioPelleschi
8 5.5 10 8 5 3 3.5 5
Rangoni MachiavelliSasoSelleriZambenedetti
7.5 6 9 6

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