A EST DI BUCAREST

(A fost sau n-a fost? )

di Corneliu Porumboiu
TRAMA

A distanza di 16 anni dalla caduta del "Conducator" Nicolae Ceausescu, brandelli di memoria storica vanno in scena nel piccolo e scalcinato studio dove viene ripreso un mediocre talk show, discutibile fiore all’occhiello della locale emittente televisiva. Nella circostanza, si cerca di stabilire se anche in quell’angolo sonnacchioso e sperduto della provincia rumena la rivoluzione dell’89 abbia avuto luogo… ma quale rivoluzione? Si ride amaro, di fronte a improbabili testimonianze e dichiarazioni più o meno assurde. La trasmissione va avanti mentre l’anziano Piscoci, uno degli ospiti, più onesto di altri nega di aver contribuito a rovesciare il regime, e continua imperterrito a costruire le sue barchette di carta davanti alle telecamere.


RECENSIONI
COMMENTI
La Rivoluzione non è mai passata di qui

Metà del film è occupata da un dibattito televisivo; lo osserviamo tramite l'occhio della telecamera intradiegetica che, con la brusca cesura linguistica segnalata da Coccia nella sua recensione, lo riprende nello studio d’una raffazzonata rete TV. Oggetto del dibattito: se in quella cittadina rumena si sia propagata, il 23 dicembre 1989, la scintilla della rivoluzione originata dai “fatti di Timisoara” (raccontati dalle cronache televisive); o se il moto popolare sia stato soltanto l’onda dell’entusiasmo per la notizia della caduta del dittatore Nicolae Ceausescu. Durante il dibattito, un professore di Storia disilluso e dedito – oggi come allora – all’alcool, difende testardamente, contro ogni smentita, l’idea della rivolta contro il potere comunista (colà incarnato dall’autorità municipale e dalla Securitate, l'onnipresente polizia politica), raccontando d’avervi preso parte con uno sparuto gruppo di intellettuali che avrebbe aperto la strada ai concittadini.
Sembra strano che un film dedito nella prima parte a illustrare l'abbandono in cui versa una comunità galleggiante fra il sogno della fuga nella metropoli e il ripiegamento su una mesta e rancorosa sopravvivenza, si concentri per quaranta minuti in una sterile e sempre più surreale discussione su fatti di sedici anni prima. Si può perciò azzardare un'interpretazione che valorizzi la presenza accentratrice della TV e addirittura della singola inquadratura (che può celare o rivelare un interlocutore o un gesto significativi), il riferimento al mito dei “fatti di Timisoara”, l'insistenza con cui ci si interroga sulla rivolta (presa del potere da parte del popolo o frutto dell'inerzia della propaganda mediatica?).
Il 15 dicembre 1989 la minoranza ungherese di Timisoara, oppressa dal cieco nazionalismo di Stato, scende in piazza per difendere il proprio pastore calvinista, reo d'aver criticato Ceausescu. Tre giorni dopo si diffonde, dalle agenzie di stampa di tutta Europa, la notizia di stragi e torture perpetrate dalla Securitate ai danni della folla inerme. Il 20 i particolari della pseudo-cronaca si fanno agghiaccianti: bambini schiacciati dai tank dell'esercito, donne incinte trafitte dalle baionette, elicotteri a mitragliare la folla. Il 21, sull'onda dell'orrore, il dittatore contestato dalla folla si dà alla fuga insieme alla moglie Elena; traditi da qualcuno dell'entourage, i due vengono arrestati. Il 22, arrivano sugli schermi di tutto il mondo le immagini del massacro: un numero impressionante di vittime accatastate in una fossa comune, sfregiate, deturpate, torturate. I giornalisti del libero Occidente inorridiscono, fotografano, raccontano, non curandosi di controllare l'attendibilità dei testimoni, di vagliare i fatti: la malvagità del dittatore scuote l'opinione pubblica delle democrazie. I rivoltosi occupano la TV di Stato e mostrano al paese atrocità inenarrabili; la sinistra fama di Ceausescu riceve una visibile conferma, la fossa di Timisoara è ciò che si stava cercando e si sperava di trovare. Giudici invisibili agli occhi della TV processano in diretta Ceausescu e la moglie, li condannano, li giustiziano.
Solo qualche tempo dopo l'inganno verrà scoperto, nella disattenzione quasi totale dell'opinione pubblica europea: i cadaveri rinvenuti a Timisoara erano deceduti per morte naturale ed erano stati prelevati dalle celle frigorifere dell'ospedale e dal cimitero. Erano serviti a offrire l'immagine della disumana ferocia del sistema, per giustificare il processo sommario al Conducator e la sua esecuzione. Senza la rapidità impenetrabile di quel processo pur esibito sugli schermi, Ceausescu avrebbe avuto modo di denunciare l'imbroglio di una rivoluzione che era una congiura di palazzo, e l'aveva scelto quale unico capro espiatorio; i suoi accusatori ne erano stati i complici, gli sgherri, i pretoriani che ora passavano dalla parte del popolo e della giustizia. Col contributo decisivo dei media, il gattopardesco trasformismo dei burocrati di regime portò le masse a illudersi di essere divenute protagoniste, e tutti a credere in un lavacro storico inesistente. E le democrazie occidentali, sempre appassionate rabdomanti di giustizia e di libertà? Sono più assetate di scoop e banalità: col loro voyeurismo televisivo che equivaleva a cecità, bevvero le falsità e la retorica della liberazione, come più tardi sarebbero accorse, con illusionistico zelo umanitario, a ingoiare le menzogne diffuse nello scannatoio dell'ex Jugoslavia, dove l'astuzia d'una cricca mafiosa riuscì a imporre al mondo intero le proprie necessità criminali come strategie indispensabili alla pace. L'esperienza si sarebbe ripetuta, con variabile intensità di cinismo strumentale da parte delle classi politiche e del mercato della comunicazione, in Rwanda e Burundi, nell'ex Zaire, in Albania, in Kosovo ¹.
Nel film, il conduttore della trasmissione televisiva cita il mito della caverna di Platone chiedendosi se noi, dopo aver già scoperto una volta di essere stati ingannati dalle ombre sulla grotta, non siamo ancora avvolti nell'illusione, credendo di aver afferrato la realtà mentre abbiamo gli occhi rivolti ai simulacri. Il controllo dell'universo dell'informazione (il cui binario televisivo è stato finora il più influente) comporta il potere di ricreare il mondo: la realtà è cancellata dal fenomeno, le cose sono sostituite dalle simulazioni, il pubblico si commuove, ride, applaude. Nello studio televisivo di A Est di Bucarest si mette in scena da un lato l'invenzione televisiva della Storia (riproducendo in scala e in teoria ciò che era accaduto nel 1989, con tanto di feroce sgherro della Securitate trasformatosi in rispettato e potente industriale), dall'altro l'indecidibilità del reale quando il suo banco di prova sia l'occhio e il linguaggio della comunicazione di massa: una gabbia a maglie deformanti, dove un barlume di sincerità diventa velenosa acredine, la cattiva fama o l'impaccio pregiudicano la credibilità della voce più sincera, e i fatti hanno lo stesso peso delle opinioni più fantasiose ². Viene così esibito un piccolo frammento della gigantesca autoclave informativa che induce ancora una volta a rincorrere le ombre; della quale siamo succubi per insipienza o per furbizia complici, ogniqualvolta rinunciamo alla fatica di “trascrivere l'invisibilità del mondo” (Magris).

¹ Sulle mistificazioni della comunicazione mediatica, in Romania come durante la prima guerra in Iraq, vedi C. Fracassi, Sotto la notizia niente, Roma, 1994; sulla guerra dei Balcani, P. Rumiz, Maschere per un massacro, Roma, 1996; sulle guerre africane, R. Cavalieri, Balcani d'Africa, Torino, 1997; sulle strategie dell'umanitarismo, AA.VV., L'illusione umanitaria, Bologna, 2001; A. Gambino, L'imperialismo dei diritti umani, Roma, 2001.

² Un istruttivo esempio dell'annichilente efficacia posseduta dalla chiacchiera mediatica nei confronti del reale, lo troviamo documentato da R. Bentivegna in Via Rasella, la Storia mistificata, Roma, 2006; l'esemplare introduzione di Sergio Luzzatto al testo costituisce il più severo disvelamento critico di tale dinamica
Hans Ranalli
Voto: 7.5
  
(06/11/2006)




BellucciCocciaRanalli
6.5 8.5 7.5

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