BABEL

(Babel )

di Alejandro Gonzalez Inarritu
TRAMA

Nel deserto del Marocco, due bambini con un fucile, Youssef e Ahmed, per provare la gittata dell’arma sparano ad un pullman che passa più a valle, colpendo una donna americana in gita col marito. In Giappone, Chieko, un’adolescente sordomuta traumatizzata dal suicidio della madre, ha problemi di relazione col padre e coi suoi coetanei. Negli Stati Uniti, Amelia, la babysitter dei figli della coppia in gita in Marocco, per partecipare al matrimonio del figlio decide di portare con sé i due bambini in Messico...


RECENSIONI
Il senso della colpa

Ultimo capitolo di una trilogia inaugurata da Amores perros e proseguita con 21 grammi, Babel conclude superbamente la riflessione sulla responsabilità e sulla compassione elaborata da Alejandro González Iñárritu in stretta collaborazione con Guillermo Arriaga, suo sceneggiatore di fiducia. Narratore di fama internazionale (i suoi romanzi sono stati pubblicati in Italia da Fazi), Arriaga è inoltre autore dello script di uno dei film più belli e importanti della scorsa stagione, Le tre sepolture, strepitoso esordio alla regia di Tommy Lee Jones. Ed è proprio al film di Lee Jones che risulta essenziale collegare la sceneggiatura di Babel, poiché qui Arriaga porta alle estreme conseguenze la nozione di senso di colpa come occasione di riscatto morale sviluppata nello splendido script di The Three Burials of Melquiades Estrada. Le quattro vicende intrecciate di Babel (due giovanissimi pastori marocchini che giocano a fare i cecchini, una turista americana colpita al collo dal proiettile sparato dal più giovane dei due, una babysitter messicana che per partecipare al matrimonio del figlio “sequestra” due bambini americani e un’adolescente sordomuta traumatizzata dal suicidio della madre) si fondano infatti su un’unica idea: il carattere ineluttabile della colpa, la colpevolezza immanente degli uomini. In quest’ottica Babel più che un film politico è un film intriso di spiritualità, quella spiritualità che gli individui sono costretti a concepire per dare un senso alle loro sventure. La sceneggiatura di Arriaga è potente e coraggiosa, non indietreggia di fronte alle scorrettezze e alle forzature: le storie disegnano incastri difficili, addirittura stridenti (come nel caso del raccordo tra il segmento marocchino e quello giapponese), ma quello che potrebbe apparire artificioso (narrativamente) e canagliesco (moralmente) è in realtà il segno di una scrittura che tratta le situazioni come banco di prova degli individui. La forte drammaticità degli eventi diventa allora il tratto che fa risaltare la statura morale dei personaggi, la loro sofferta umanità. Compassione è la parola chiave, culmine di una straziante crescita interiore, anche e soprattutto quando questa evoluzione coincide con il riconoscimento dei propri errori, con la sconfitta, la resa. Il confronto con Le tre sepolture è determinante per afferrare la radicalità di Babel: se il film di Tommy Lee Jones metteva in scena un viaggio di espiazione per una colpa effettivamente commessa, in Babel la colpa non è più additabile con nettezza e spesso si colloca al di fuori – prima – dell’inizio del racconto (la fuga di Richard alla morte del figlioletto, il suicidio della madre di Chieko, il regalo del fucile). Scaraventati in un universo in cui la colpa si confonde col caso, i personaggi sono costretti a trasformarla in responsabilità personale, escogitando strategie individuali di sopravvivenza (è il concetto di autonomia morale nella sofferenza). Iñárritu asseconda pienamente la visione di Arriaga conferendole una forma cinematografica sgretolata, martoriata, barcollante. A cuore aperto. La macchina a mano è la risorsa espressiva privilegiata per la rappresentazione dell’assoluta precarietà che caratterizza le vicende messe in scena, il montaggio “a strappi” l’arrangiamento sintattico prescelto per la definizione di un universo sul punto di collassare, il sonoro cacofonico e disturbato l’ambiente acustico appropriato per la restituzione di un’incomunicabilità totale. Nella concezione di Arriaga è il conflitto ad essere la chiave di lettura delle relazioni umane e allora Iñárritu gioca sulle collisioni, gli urti, le lacerazioni: nel segmento giapponese la sordità di Chieko (Rinko Kikuchi) frustra le aspettative sonore più accattivanti, in quello messicano alcuni spari esplosi da Santiago (Gael Garcìa Bernal) interrompono bruscamente il lirismo di una sequenza festosa, in quello marocchino un colpo secco frantuma violentemente la dolcezza del sonno di Susan (Cate Blanchett). Una regia belligerante, ma alla ricerca spasmodica di uno spiraglio di compassione, di solidarietà, di empatia. Che arriva inaspettata e commovente nel rifiuto della ricompensa in denaro da parte della guida marocchina, nell’abbraccio di un figlio alla madre disperata o in quello di un padre alla figlia nuda e afflitta. Cast superlativo – perfino Bazin sarebbe stato contento dell’amalgama tra attori professionisti (un Brad Pitt splendidamente corrugato, una Cate Blanchett dolorosamente vulnerata e una Rinko Kikuchi semplicemente prodigiosa) e non professionisti (su tutti i due bambini marocchini insieme a loro padre) – e fotografia maiuscola di Rodrigo Prieto (I segreti di Brokeback Mountain, Alexander, La 25a ora). Premio per la miglior regia al Festival di Cannes.

Alessandro Baratti
Voto: 8
  
(03/11/2006)



COMMENTI
Scontri

Il paradosso di una globalizzazione che è tale solo nella diffusione del dolore, un fucile che ne diventa simbolico testimone, l'era della comunicazione globale che nasconde incomunicabilità sin dal più piccolo nucleo sociale (la famiglia, ovviamente), la parola comprensione che sembra ridurre il suo senso al superficiale intendimento del linguaggio: Arriaga e Inarritu narrano di una contemporaneità dolente, contraddittoria, di una Babele ossimoricamente totale, frammentata ormai solo, ma più in profondità, nello spirito. Lo scontro (e non solo quello generazionale o quello tra passato e presente) diventa in un simile contesto motore di ogni vicenda: il frammento giapponese contrappone il mutismo e la fisicità di Chieko all'esasperazione di una comunicazione superficiale e comunque mediata, al segmento marocchino fa da sfondo la paura cieca e istituzionalizzata dell'altro, l'episodio messicano inscena l'indifferenza con cui il razzismo impone le gerarchie (si veda l'atteggiamento dei coniugi statunitensi nei confronti della babysitter) e la politica le conferma ottusamente. La tortuosa e complessa opera di Inarritu, a cui il riduttivo elenco sovrastante non rende giustizia nella sua semplicità, lega e moltiplica i piani del conflitto sin dalla struttura, il cui intreccio frammentato si contrappone alla limpida causalità che lega gli avvenimenti. Nel film entrano in gioco anche l'opposizione spaziale (festa/deserto) da un lato e quella uditiva dall'altro (sordità/rumore), mentre il casting radicalizza il conflitto sociale insito nell'episodio marocchino, contrapponendo le bellezze da star system di Pitt e Blanchett a luoghi e volti straordinariamente "reali", e il montaggio, soprattutto all'inizio, procede per nemmeno troppo sottili antitesi.
Spesso l'evidente programmaticità dell'opera si stempera, in un ulteriore scontro dialettico, in una regia che preferisce l'indagine alla dimostrazione, che coinvolge lucidamente mantenendo al contempo una pudica distanza. Non sono perr rari i momenti in cui, purtroppo, l'artificiosità della costruzione si fa perniciosamente smaccata, a tratti fastidiosa, irritante.
In fin dei conti, al saldo di pregi e difetti, Babel segue le coordinate abituali di quello a cui Arriaga e Inarritu ci hanno abituato. L'espressione è abusata da sempre, ma tant'è:"Prendere o lasciare".

Giulio Sangiorgio
Voto: 6
  
(03/11/2006)




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