ACCATTONE


di Pier Paolo Pasolini
TRAMA

Le periferie di Roma vengono solcate da Vittorio Cataldi detto Accattone e dai suoi compagni di sventura, tutti irrimediabili scansafatiche che cercano di condurre alla fine della giornata un’esistenza che non ha domani.


RECENSIONI

L’esordio cinematografico pasoliniano fu costellato da non trascurabili problemi in fase di produzione e di distribuzione. La neonata Federiz di Fellini aveva tutto l’interesse nel produrre un’opera realizzata da Pier Paolo Pasolini (il quale non era nuovo all’ambiente cinematografico avendo firmato alcune sceneggiature per Bolognini, Vancini e collaborato a quella di Le notti di Cabiria nel ‘56) ma quando, dopo un intensissimo lavoro di reperimento di materiale fotografico, un ‘accuratissima scelta di location, Pasolini e Bertolucci (aiuto regista) inviarono alcune scene di girato, Fellini, Fracassi e Kezich della Federiz, addetti alla supervisione, bocciarono il progetto valutandolo estremamente sgrammaticato. “Sgrammaticatura” peraltro ispirata a Pasolini dalla lezione estetica (riguardante ovviamente il montaggio) di un certo Sergej Ejzenštejn. Fu provvidenziale l’intercessione di Bolognini che mise in contatto Pasolini con Alfredo Bini (produttore de Il bell’Antonio) e Cino Del Duca, autentico finanziatore dell’operazione. Il film fu presentato al Festival di Venezia fuori concorso nel 1961. L’accoglienza viene ricordata, insieme alla successiva disastrosa distribuzione condannata da un divieto ai minori di 18 anni (primo caso nella storia delle revisioni di censura e del cinema italiano tout court), come uno degli episodi più sordidi e incivili di linciaggio fisico e morale di sempre. Il pubblico nella migliore delle ipotesi abbandona la sala limitandosi all’invettiva, la critica sia da destra che da manca, tranne in qualche raro caso, non risparmia strali polemici nei confronti del poeta divenuto neo-cineasta, ritenuto incapace di svincolarsi dagli esiti estetici della sua letteratura.
Invece è proprio nel cinema che, grazie alle sue forme linguistiche del tutto eterogenee a quelle appartenenti alla carta scritta, Pasolini può trovare l’entusiasmo necessario, attraverso un’inattesa verginità del mezzo, per irraggiare lo scenario dell’italica cultura con nuove forme di intelligente provocazione. A cominciare proprio da un piano prettamente estetico.
Il paesaggio umano descritto in Ragazzi di vita e Una vita violenta ritorna prepotente nell’energheia esemplare del cinema in Accattone in cui Pasolini sembra catturare nella fissità dei volti in primo piano e sullo sfondo di un’ancestralità figurativamente e antropologicamente sacrale la ieraticità di un mondo, che è quello del sottoproletariato urbano, non ancora inquinato dalle sorti della cultura subordinata alla ragione dominante, neo-illuminista (o neo-positivista) del capitalismo borghese, suggellandola nel contrappunto musicale di Bach. Una dimensione ferale in cui si consuma la tragedia dell’esistenza ai margini della storia e del progresso, una vita senza redenzione se non quella di un’appartenenza a un umanesimo incontaminato votato alla morte (intesa anche come liberazione dal peso del vivere) e al fallimento, nella quale la spietata lotta per la sopravvivenza quotidiana può anche nascondere una nuova pietas in grado di trasformare il conflitto in abbraccio nella condivisione leopardiana o pascoliana di un medesimo irriducibile destino, il quale, benché fatalmente mortuario, risulta distante e alieno dalla nullificazione del senso e dalla barbarie genocida dei nuovi poteri nell’epoca del neo-capitalismo. Un Pasolini che abbandonata amaramente l’utopia marxiana e blochiana rimane irrimediabilmente sospeso nel sogno-cinema tra nostalgia e profezia, tra la sacralità ossimoricamente profana di una realtà affidata all’epos del sottoproletariato (con le sue figure - Accattone, i suoi compagni di sventura e le sue puttane, un microcosmo di morti di fame - e i suoi simboli - l’urbanità degradata delle borgate romane attraversata dai frequenti e prolungati carrelli) che non è più e la de-sacrazione già in atto di una contemporaneità che spettacolarizza merci e simulacri.
Collaborazione ai dialoghi di Sergio Citti, fotografia di Tonino Delli Colli.

Mauro F. Giorgio
Voto: 9



COMMENTI

A Roma Pasolini s'innamorò delle borgate sottoproletarie, tanto degradate quanto vitali, tanto vittime della povertà quanto ribelli alle convenzioni borghesi, all'etica del lavoro inteso come sfruttamento. Vi ambientò dei romanzi ("I ragazzi di vita", "Una vita violenta"), delle sceneggiature, e quest'esordio registico, ricordandosi, per coerenza, che non si poteva "sacralizzare" (l'accostamento fra "La passione secondo San Matteo" di Bach e il profano del rappresentato) uno stile di vita, un modo di essere magnificamente "rozzo", senza cucirgli addosso anche il linguaggio cinematografico che, infatti, alterna l'orgogliosa schiettezza dell'inesperienza all'ingegno del neofita, non contaminato dagli schemi. Le Notti di Cabiria di Fellini (di cui Pasolini era sceneggiatore), I Figli della Violenza di Bunuel (la sua estetica della fame) e Ladri di Biciclette s'incontrano, il primo rinnegando il Neorealismo attraverso uno sguardo antinaturalistico, il secondo riappropriandosene con il pedinamento del personaggio in esterni, gli attori non-professionisti, l'affetto per un protagonista infame per necessità ma di gran cuore nel profondo (un “povero cristo”…). Sorprendenti la sequenza del sogno, il primo piano dell'ottimo Franco Citti ricoperto di sabbia. Mancando lo sperimentalismo rivoluzionario di opere future dell'autore, non guastava, al posto di cotanto asciutto "realismo sociologico-antropologico", maggiore afflato poetico, più trasporto emotivo. Il primo film italiano a essere vietato, con apposito decreto, ai minori di diciotto anni.  

Niccolò Rangoni Machiavelli
Voto: 8




GiorgioRangoni Machiavelli
9 8

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