ADDIO TERRAFERMA

(Adieu plancher des vaches )

di Otar Iosseliani
TRAMA

Tra un bel castello ed una splendida Parigi si barcamenano strani personaggi (tra i quali un vecchio ubriacone amante dei trenini elettrici ed il figlio amante della vita da bohème), alcuni alla ricerca ed altri in fuga dalla terraferma.


RECENSIONI

C'è molto Bunuel in questo film di Iosseliani, come del resto c'è molto del regista del Fascino discreto della borghesia in tutta la filmografia e la poetica del regista georgiano, cittadino del mondo disincantato e sarcastico come solo i vecchi "sradicati" sanno essere. Lo sguardo realistico con il quale rende quotidiano e banale l'assurdo, la straordinaria facilità con la quale racconta le "non-storie", la ferocia spietata con la quale descrive l'ambiente alto-borghese, ormai solo patetica ombra di quello luccicante degli anni settanta, sbeffeggiato in prima persona dal regista stesso, che nel film veste i panni del vecchio patriarca ubriacone in cerca di una fuga marina, senza orizzonti o gabbie sociali; in tutto questo, e in altro ancora, si riconoscono tracce del mondo e modo bunueliani. Ma Ioseliani ha comunque una propria indubbia personalità d'autore e una conoscenza approfondita degli sviluppi della poetica dell'assurdo nel nostro secolo. Infatti, sembra non dimenticare, rielaborandola genialmente, la lezione di un grande letterato del diciannovesimo secolo: Reymond Queneau. Quest'ultimo, in uno dei suoi romanzi più riusciti, Les fleures bleu, disegnava figure di folli veggenti che fuggono dalla vita e dagli orrori della Storia prima abbandonandosi in "dolci deliri alcolici" poi riuscendo realmente ad abbandonare la terraferma favoriti da un nuovo diluvio universale. Accanto a questo venivano ad intrecciarsi periodi storici differenti, tutti segnati dalla violenza e dal sangue, attraversati da un immortale duca, burbero ed erotomane. Di tutte queste curiose figure c'è traccia in ogni personaggio del film, mentre l'attraversamento delle epoche storiche caratterizzava il precedente film dell'autore, Briganti nel tempo. La pioggia, l'acqua che scorre, testimoniano un "divenire" inarrestabile al quale o ci si arrende consapevoli in attesa di una fuga che forse è solo un chimerico sogno (come il vecchio ubriacone) o si cerca di non percepire rifugiandosi nel rassicurante grigiore borghese (come la moglie). Dietro la leggerezza del tocco, si nasconde una visione del mondo che non lascia spazio alla speranza. Si ride, ci si abbandona al dolce delirio, ma si percepisce che la fine, secondo lo stoico regista, è vicina.

Manuel Billi
Voto: 8.5




BellucciBilliPacilio
8 8.5 7.5

Back