DEEP IN THE WOODS - IN FONDO AL BOSCO

(Promenons-nous dans les bois )

di Lionel Delplanque
TRAMA

Cinque giovani attori vengono invitati in una sperduta magione per allestire la favola di Cappuccetto Rosso alla presenza di un misterioso Barone e del suo muto figlioletto. Ma nel bosco che circonda la villa si è rifugiato un maniaco serial killer, e quando cala la notte i ragazzi, in cerca d’emozioni, decidono di uscire e addentrarsi da soli nel bosco…


RECENSIONI

L’aspetto più curioso del film di Delplanque è sicuramente la storia del suo percorso distributivo. Deep in the woods esce, infatti, prima in Francia nel lontano 2000 e, passato praticamente inosservato in patria, è riscoperto solo nell’autunno del 2001 in occasione del lancio sul mercato americano della versione DVD (commentata dal guru dell’horror Bryan Yuzna). E così, tra i due schieramenti opposti di chi ha esaltato il look accattivante e di chi invece ha criticato la mancanza d’originalità, è giunto infine in Italia, il paese che forse più d’ogni altro è chiamato a pronunciare il verdetto definitivo sull’opera di Delplanque. Non tanto perché l’Italia sia un paese di grande pubblico e grandi critici, quanto piuttosto perché Deep in the woods è un giallo nella migliore tradizione del thriller all’italiana dei grandi (per il nostro cinema) anni ’70. Un maniaco stupratore e omicida si è rifugiato nei boschi che circondano un’immensa villa, all’interno della quale cinque ignari giovani attori stanno rappresentando una versione “disinibita” di Cappuccetto Rosso alla presenza di un iracondo Barone e del suo disturbato figlioletto. Durante un’unica notte di terrore i giovani attori, uno dopo l’altro, troveranno una morte orrenda, fino allo svelamento finale. La trama di Deep in the woods è tutta qui. Il discorso sulle forme e i contenuti invece è un po’ più complesso. Se la rielaborazione della favola di Cappuccetto Rosso in chiave orrorifica ed erotica non è certo originale (era già palese in In compagnia dei lupi di Neil Jordan), e se la sceneggiatura prende ampiamente spunto dall’esordio di Michele Soavi (Deliria), Delplanque cerca di confondere le acque sovrapponendo il discorso sulla falsità dell’apparenza nei rapporti umani (i tradimenti erotici dei giovani attori) con quello sul contenuto violento della pratica del vedere (come atto d’aggressione nei confronti di chi guarda e di chi è guardato). Purtroppo nonostante Delplanque si sforzi d’essere originale non riesce nell’intento di aggiungere una boccata d’aria fresca ai temi tipici del genere, smarrendo i pochi spunti originali del testo in una drammaturgia che si fa via via più confusa e frammentaria, che lascia volentieri perdere la coerenza della scrittura per mettersi al servizio della spettacolarizzazione delle scene di omicidio. Il risultato è una storia dell’orrore convenzionale e prevedibile, che se dal punto di vista dei contenuti si preoccupa solamente di fornire un’adeguata atmosfera e può contare sulle accattivanti ambientazioni, dal punto di vista delle forme punta decisamente sulla bravura tecnica del giovane regista francese. Delplanque dimostra una buona mano e riesce a regalarci alcuni momenti di vero brivido (la scena iniziale), anche se la scelta di rifarsi continuamente ai grandi film della tradizione horror, con il rifacimento palese di alcune scene storiche come l’omicidio nel bagno (tra Psyco e Profondo Rosso), e la corsa nel bosco di notte (The Blair witch project, Evil dead) rende lo stile del francese meno ironico e originale di quello che avrebbe potuto essere. Deep in the woods vive di alcuni buoni momenti, e nonostante non riesca mai completamente a trasmetterci la sensazione di trovarci davanti ad un capolavoro dell’horror, riesce a fare discretamente il suo mestiere: spaventarci.

Massimiliano Troni
Voto: 6



Uomini, lupi e altre amenità

Tra i saldi cinematografici di fine stagione, anche questo film francese di tre anni fa che, non senza qualche pretesa, rivisita in chiave horror la fiaba di "Cappuccetto Rosso". Ma la favola è solo uno spunto per dare corpo al necessario massacro. Cinque giovinastri sono le vittime predestinate di una notte di follia, in una villa enorme e lugubre che racchiude (sorpresona!) un passato cupo e inenarrabile. La regia cerca il virtuosismo attraverso soggettive originali (tra le altre, dall'interno di un cruscotto e di una borsa) ed è molto attenta all'aspetto formale, alla geometria dei luoghi e alla molteplicità dei punti di vista. In alcune lunghe sequenze pre-delittuose sembra rievocare atmosfere alla Dario Argento, con insistiti dettagli scenografici e giovani discinte perse in grandi spazi, al ritmo di sintetizzatori in odore di Goblin. Purtroppo, però, il film non c'è e si regge su una sceneggiatura disastrosa. Per quasi tutta la durata, infatti, i personaggi si rincorrono all'interno della villa, o al massimo nel bosco limitrofo, senza un reale motivo (perché non se ne vanno subito?). I dialoghi sono quindi un susseguirsi di "Dove sei?", "Vado là", "Vieni qui!" e la regia, nonostante un grande sfoggio di tecnica, non riesce a trasportare nell'irrazionale. Non c'e nulla di magico o ineluttabile e l'occasione di approfondire la crudeltà dei racconti fiabeschi viene sprecata attraverso una messa in scena che punta sull'esplicito ed è priva di sensualità. Gli attori danno il peggio, ma non è tutta colpa loro. I personaggi che interpretano, infatti, non li aiutano. Sfuggono lo stereotipo, o la plastica dei teen-ager d'oltreoceano, ma cadono nell'anonimato e nel ridicolo. Il finale con spiegazione raccontata dall'assassino è comunque la punta più bassa del film.
Ed ora un paio di curiosità: 
- uno dei cartelloni appesi all'entrata del cinema mostra una delle interpreti con un personaggio che non compare nel film. Ha tutta l'aria di essere il maestro d'armi che le spiega come muoversi armata di sparachiodi. Qualche problema nella selezione delle foto di scena?
- il titolo originale "Promenons-nous dans le bois" è stato tradotto nello squillante ma faticoso "Deep in the woods" per il mercato italiano. Perché sostituire un titolo straniero con un altro titolo straniero? Visto che non è la prima volta (ad esempio "Sins of the father" diventato "The Unsaid - sotto silenzio") sarebbe curioso capire quale "sottile" logica motivi la discutibile scelta. "Strangers do it better"?

Luca Baroncini
Voto: 4.5




BaronciniTroni
4.5 6

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