DARKNESS

(Darkness )

di Jaume Balagueró
TRAMA

In una casa isolata, da poco abitata da una famiglia, una minaccia viene dalle tenebre: tutto cominciò 40 anni prima...


RECENSIONI
Buio Neoclassico

Punta più sull'effetto e sull'atmosfera questa seconda prova di Bagaluerò che, dopo il successo del pluripremiato NAMELESS, sembra dirozzare il girato di alcune ingenuità e, soprattutto nell'uso dei suoi intermezzi visionari (che vorrebbero farsi cifra stilistica visto quanto ricorrono in questa come nella prima prova), fatti di montaggi fulminei carichi di immagini disturbate ed evocatrici, risulta più maturo e cosciente. Le figure sono quelle dell'horror più tipico (anche la tendenza allo stereotipo sembra una scelta di campo, che diremo "neoclassica", senza far di questa asserzione un'assoluzione né una condanna, soltanto una constatazione): le presenze incombenti, la casa come ricettacolo di malefizi passati che tornano, il buio come tabù atavico, le incomprese paure infantili. Se DARKNESS risulta migliore nella fattura (e anche più ambizioso, puntando sulle attese, le pause e su un terrore che ha fondamentalmente due momenti esplosivi, il primo dei quali solo nel secondo tempo), il regista pare rimanere sulla superficie dei fatti concentrando meno la sua attenzione su un intreccio che diventa coacervo di macchinose spiegazioni nel pesante sottofinale. Certo alla resa dei conti il film è quel che è, un accumulo di situazioni che funzionicchia per un quarto d'ora per poi sfaldarsi e rivelare, dissipata la darkness, una desolante pochezza di impianto e una gravosa pretestuosità di fondo; né giovano certe citazioni kubrickiane (SHINING, ovviamente), una serie di passaggi rabberciati e alcuni caratteri un po' pedestri (il personaggio di Giannini).  Non è completamente da buttar via, invece, questo ritratto in nero del nucleo familiare dove tutti si guardano con sospetto e dove l'amore è un'arma a doppio taglio, più pericoloso che salvifico: non andrei troppo lontano, con interpretazioni psicoanalitiche, ma il potenziale metaforico della vicenda paranormale non appare, in tal senso, una pura coincidenza. Le ascendenze dell'autore sono comunque chiare: il connazionale, ben più dotato, Amenabar e, negli USA, il maestro del new thrilling di atmosfera Shyamalan (si veda la cura nella scelta di alcune inquadrature, certi climi drammaturgici, il dipanarsi del filo tramico). Certo, a Bagaluerò va almeno riconosciuta la scelta, ancora una volta, di evitare il lieto fine, con una conclusione sospesa e confusa ma sicuramente tragica: le tenebre domineranno, l'inganno, per quanto annunciato, l'avrà vinta, il trabocchetto simulatorio sarà fatale per tutti i protagonisti. Quanto agli attori, accanto ad Anna Paquin (la bimba saccente di THE PIANO) e all'inglese Iain Glen, salutiamo con tutti gli onori che le spettano il ritorno della magnifica Lena Olin, il cui culto, da parte del sottoscritto, sfida tutte le leggi di qualità filmica e di età.
Produce Brian Yuzna.

Luca Pacilio
Voto: 5



Il sonno della ragione, si sa, genera mostri. E i mostri ultimamente hanno deciso di stabilirsi proprio in Spagna. Evidentemente giova loro il buon clima, ma tant’è, la Spagna negli ultimi anni è diventata una vera e propria mecca del cinema del terrore, capace di attirare case di produzione come la Fantastic Factory di Bryan Yuzna (Dagon, Darkness), e a sua volta il genere horror ha contraccambiato ampiamente diventando il principale viatico per tutti i giovani registi spagnoli decisi ad uscire dall’anonimato (Alex de la Iglesia, Amenabar, Balaguerò). Darkness s’inserisce in questo filone, andando a cercare da una parte una collocazione commerciale di portata internazionale (Amenabar), dall’altra riproponendo nella forma dell’horror la sostanza di quell’irrazionalismo nichilista che vanta una lunghissima tradizione (L’Esorcista). Darkness è una megaproduzione ispano-americana, possiede un cast internazionale (Paquin, Iain Glen, Giannini), e se non è stato prodotto PER l’industria internazionale per eccellenza (Hollywood), è comunque VERSO quell’orizzonte di valori (non solo commerciali) che s’indirizza. Balaguerò persegue il suo orizzonte globale attraverso la scelta di privilegiare la qualità delle immagini sui contenuti. In questo lo Spanish Horror degli ultimi anni rincorre la medesima strada percorsa dalle altre cinematografie europee capaci di rilanciarsi sul mercato mondiale: il cinema fantastico francese (Besson), il thriller alla tedesca (Hirschbiegel, Schwentke). Il testo cinematografico di Balaguerò si basa su una sostanza iconica (fotografia) eccezionale, mentre ripropone a livello della sintassi e dei temi, da una parte un linguaggio ampiamente condiviso (tecnica) e sfruttato (privo di stile), dall’altra un adeguamento totale ai clichè del genere. Per quanto riguarda la struttura narrativa di Darkness, Balaguerò traduce lo schema binario già visto in Amityville Horror (classe 1979): intreccio meccanico tra l’azione (subita) dei personaggi nella Casa Maledetta, e la re-azione (agita) dei personaggi nello svelamento del mistero legato alla casa (anche la scansione del tempo in giorni è la medesima). Mentre il luogo dell’orrore prediletto è la casa (ma senza l’ironia di Raimi), il punto di vista privilegiato è quello dei fanciulli (ma senza la potenza visionaria di Shimalan), il tempo è quello del sonno della luce (notte o eclisse che sia). In questo universo dell’orrore, Balaguerò introduce la sua personale visione dello spazio familiare come luogo di decostruzione dell’individuo e dei rapporti (la tensione al paranormale diventa la manifestazione della necessità di un rapporto altro) e come forma di smarrimento (il labirinto è interpretato come mancanza di una visione totale: amnesia). Per quanto riguarda, invece, il discorso cinematografico sulla frammentazione dello spazio e del tempo come espressione concreta dell’ansia del postmoderno, Balaguerò paga i suoi debiti ai grandi maestri del cinema: attraverso i tratti pertinenti del montaggio subliminale (Kubrick, Van Sant), e del prolungamento della suspance attraverso la sua sistematica interruzione (Rosenberg, Hitchkock), il giovane regista catalano condivide il proprio linguaggio con la coerenza (stile) dei maestri del terrore, ma non né produce una rielaborazione riconoscibile (identità).

Massimiliano Troni
Voto: 5



Buh!

Periodicamente le intramontabili case stregate tornano ad abitare incubi e sale cinematografiche. Difficile aggiungere nuova linfa a un luogo orrorifico cosi' ampiamente visitato, ma lo spagnolo Jaume Balaguero' ci riprova. Il risultato lascia perplessi perche', se da un lato si riscontra il tentativo di creare un'atmosfera di attesa e di imbastire una storia dai risvolti inquietanti, dall'altro la cornice prevale sul quadro, con una regia prevalentemente sensazionalistica. In questo senso Balaguero' amplifica i difetti del precedente "Nameless", confinando i momenti di tensione a effetti sonori e stacchi di montaggio perlopiu' gratuiti. La sceneggiatura prevede vari colpi di scena che sortiscono l'effetto di disorientare e il regista riesce con furbizia ad assecondarli catturando l'attenzione dello spettatore. La maggior parte degli eventi, pero', analizzata alla luce della razionalita', perde gran parte del suo significato. Cio' di cui si sente maggiormente la mancanza e' quindi una motivazione nei personaggi in grado di renderli autonomi dal gioco causa ed effetto attraverso cui i fatti si succedono. La concatenazione funziona nell'immediato, ma pare avere unicamente lo scopo di distrarre lo spettatore dai tanti buchi del racconto. I personaggi, poi, sono abbozzati senza lesinare sulla grossolanita'. La madre ha unicamente battute tipo "Tranquilli va tutto bene!" o "Sono esausta!", quando la narrazione suggerisce con evidenza il contrario, il padre abusa delle 
espressioni di follia del poco rassicurante Iain Glein, il bambino ha una funzione mistificatoria della verita' e non si capisce (tra le altre cose) per quale motivo la giovane protagonista resti inizialmente immune dal maleficio casalingo. A una prima parte fin troppo preparatoria, segue la cupa resa dei conti. Niente mostri in primo piano o sangue a fiotti, come la produzione di Brian Yuzna (suo il cult "Society - the horror") lascierebbe intendere. Balaguero', infatti, suggerisce anziché mostrare. Ma la scelta, sulla carta coraggiosa e controcorrente, e' minata da espedienti fini a se stessi che rivelano presto l'inconsistenza del progetto.

Luca Baroncini
Voto: 5



COMMENTI

Darkness è un mutante. Un ibrido. Un freak. La chiave dell’orrida alchimia è tutta nel nome del produttore del filmetto: Brian  Yuzna, a tutti gli effetti un sopravvissuto. A dispetto di chi (anda)va cantando che “non si esce vivi dagli anni ‘80”, il buon filippino è un reduce di quei favolosi anni ’80 in cui l’horror-splatter americano aveva un certo seguito e film come Re-Animator, Brain Damage o Street Trash erano oggetti di culto per tutta una generazione di giovani cinefili. Film sconclusionati, spesso scritti coi piedi, che però avevano dalla loro una ricerca dello “schifo” e del “disturbo” sistematica e in un certo senso eversiva, più qualche ideuzza che nobilitava le simpatiche operine (vedasi l’arcinoto Society, proprio del nostro Yuzna, caricato di fin troppi simbolismi socio-politici, o il già citato Brain Damage con la sua chiara metafora della tossicodipendenza). I tempi sono decisamente cambiati, quel modo di fare horror è morto (e citato: una battuta di American Beauty, ad esempio, rimandava proprio a Re-Animator), e Yuzna è sostanzialmente l’unico attivo tra i vecchi maestri dello “schizzo” di sangue e frattaglie: tutt’oggi si barcamena per adeguarsi ai tempi senza privarsi della propria identità, fallendo quasi sistematicamente il bersaglio (Faust, solo per citare la sua ultima regia, è un malcelato ritorno a Society travestito da marvel-movie à la X-Men). Ebbene, Darkness sembra proprio figlio di questo yuzniano tentativo di conciliare due mondi così distanti; da un lato c’è l’horror folle e sregolato degli anni ’80, che non si vergognava delle sue improponibili sceneggiature, orgoglioso della propria povertà e “improbabilità” e generoso nell’elargire pugni nello stomaco a buon mercato, dall’altro c’è il più compassato e maturo fanta-horror-thriller del nuovo millennio figlio de Il 6e6to 6en6o, in cui la parole d’ordine sono suggerire, insinuare, intravedere. Darkness attinge da (e deteriora) entrambi i “modus horrorandi”: soggetto puerile e “classico” in odor d’archetipico (la casa infestata dai fantasmi), personaggi monodimensionali, sceneggiatura a tratti ridicola (crismi tipici dello splatter/slasher) ma assenza quasi totale di “effetti”, suspense giocata sull’attesa e sul vedo-non vedo, colpo di scena finale à la Shyamalan. Quello che Balaguerò (e il suo produttore) non sembrano aver capito, però, è che Re-Animator funzionava (se funzionava) perché gli eccessi visivi al limite dell’autoparodico bastavano a se stessi, mentre il “lento” e “catatonico” Il 6e6to 6en6o teneva (e tiene) la tensione grazie a un talento registico non comune e a una sceneggiatura sapientemente “furba”. Darkness offre solo noia in quantità industriali, col suo accumulare una tensione che non c’è, coi dialoghi inascoltabili e imbarazzanti pronunciati senza nessuna convinzione e con colpi di scena finali che non solo sono goffi scimmiottamenti di quelli di Shyamalan o di Amenàbar, ma sconfinano davvero nell’intollerabile, inaccettabile, improponibile (tutto il pre-finale nella casa del povero Giannini è già negli annali del trash involontario). Vorrebbero dare “un che” qualche infantile citazione cinefila (Shining) e sprazzi di quello che si vorrebbe far passare per “stile”, ma che non va oltre banali giochini di montaggio e altrettanto banali “accelerazioni” ottenute manipolando il succedersi dei fotogrammi (con risultati stravisti non solo al cinema ma anche in molti videoclip [di Nine Inch Nails, Marilyn Manson ecc.]).

Gianluca Pelleschi
Voto: 3




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