DANCER IN THE DARK

(Dancer in the Dark )

di Lars von Trier
TRAMA

L'immigrata cecoslovacca Selma lavora in una fabbrica nella provincia americana degli anni '70. Appassionata di musical, Selma è affetta da una grave malattia ereditaria che porta lentamente alla cecità: il suo unico obiettivo è quello di lavorare duramente per salvare gli occhi del figlio. Raggiunta finalmente la cifra necessaria per l'operazione, Selma viene derubata dal padrone di casa e, in preda alla disperazione, lo uccide. L'ostinazione nel salvare il figlio dalla cecità spingerà Selma a non usare il denaro destinato all'operazione per fare ricorso alla sentenza di morte.


RECENSIONI
Musical-drama in Dogma

Procura una strana scissione la visione del film di Lars Von Trier. Da una parte c'e' il lato razionale, che cerca di associare ad ogni evento una causa scatenante, e dall'altro quello emotivo, che segue un percorso tutto interiore di adesione alle immagini e vive il film come un'esperienza di immedesimazione totale con il mondo della protagonista. Se all'inizio ci si trova spaesati e si fatica un po' ad entrare nei personaggi e nella storia, segue poi una fase quasi magica, in cui la capacita' del regista di stravolgere i generi cinematografici, consente una partecipazione totale alla vicenda narrata. Ed entrare nel mondo fantasioso di Selma (una Bjork che si annulla nel personaggio interpretato) in cui la vita dovrebbe essere un musical, diverte, stupisce ed intenerisce. Poi, pero', a mano a mano che la storia cresce, si arriva a un bivio emotivo in cui il meccanismo rischia di incepparsi. La causa e' da ricercarsi principalmente nella sceneggiatura, che vira alla tragedia senza motivare in modo approfondito il perche' degli eventi. La sensazione e' quella di un regista che vuole incidere il dito nella piaga dei sentimenti dello spettatore, aggiungendo dettagli sempre piu' dolorosi e laceranti, ma in modo un po' gratutito, senza che la storia raccontata abbia le premesse per renderli plausibili. E nel momento in cui il gioco diventa scoperto, emozionarsi e partecipare diventa molto difficile. Resta la grande capacita' di Lars Von Trier di provocare in modo intelligente, personale e fantasioso, applicando, pur con certe liberta', le regole del Dogma a un genere anti-Dogma come il musical, trasformando la Denevue in una credibile operaia (anche se il suo personaggio appare e scompare, soprattutto nella seconda parte, in modo poco motivato) e costruendo un personaggio femminile perfetto per la sensibilita' e la fisicita' della cantante Bjork (sarebbe interessante vederla in ruolo diverso). Quello che pero' si percepisce, se prevale il punto di vista razionale su quello emotivo, e' la volonta' di manipolare la buona fede cinematografica dello spettatore. E si esce dalla sala pensando che, forse, i veri sogni di Selma a occhi aperti sono tutt'altro che dogmatici, ma sfavillanti, kitsch, colorati e ritmati, proprio come quelli dei musical americani, e quello che si e' visto al cinema e' un esercizio di stile interessante, ma tutto sommato, nel suo tentativo di stravolgere la finzione, piu' finto che potente.

Luca Baroncini
Voto: 7



Requiem per una madre

È forte la tentazione, dopo aver visto questo film, di seguire l'aforisma di Wittgenstein che invita a tacere di ciò di cui non si può parlare. E davvero la parola può a stento dare un'idea confusa dell'impressionante bagaglio di idee, emozioni, suggestioni contenuto in questo devastante viaggio nella disperazione. Schermo nero, minaccioso silenzio: poi, dapprima quasi impercettibile, un palpito nel registro grave, ripetuto per tre volte, da cui si dipana una linea melodica struggente, che gradualmente coinvolge tutta l'orchestra in un canto che è insieme funebre e di ringraziamento, mentre lo schermo, implacabile, è congelato in un'immobilità che spaventa ed avvince. Basterebbe l'incipit, musicale e visivo (perché anche l'assenza di immagine è immagine), a testimoniare il carattere estremo, originale e spiazzante, dell'ultimo film di Von Trier, giustamente premiato con la Palma d'Oro. In questa "tragedia musicale" ibrida come un mostro mitologico, i difetti abituali dell'autore, vale a dire la grottesca pedanteria, l'eccesso didascalico, la presunzione, l'estro barocco, sono frenati, prosciugati, ridotti all'essenziale. Il Dogma c'è e si vede (nella macchina a mano, nelle luci velate, nell'uso delle voci degli attori anche nelle canzoni), ma, per la prima volta, la tecnica è al servizio della storia (negli "Idioti" la trama era poco più di un pretesto sperimentale) e ad essa funzionale (le riprese sfocate, traballanti, come il "nero" iniziale, sono lo specchio di ciò che vede la protagonista, e il tono "provvisorio" di tutta la pellicola esprime, meglio di ogni scambio di battute, la condizione di doppia precarietà di Selma, condannata dalla natura e dagli uomini). Inoltre, la sobrietà del contenitore (compresi i dialoghi, banali e ripetitivi ma proprio per questo plausibilmente "presi dalla vita", e le frequenti ellissi, che evitano ogni inutile prolissità) rende ancora più spettacolari, più commoventi, più "necessarie" le sequenze musicali, che non hanno nulla in comune con i gradevoli e prevedibili "omaggi al genere" di un Branagh o di un Allen, ma sono autentici poemi visuali, assemblaggi miracolosi di rumori e situazioni reali (l'officina, il treno, l'aula giudiziaria) che si trasformano in magnifici brani musicali (ovviamente scritti da Bjork), "descritti", più che semplicemente "ripresi", da Von Trier con una partecipazione emotiva ed intellettuale che infrange le regole dogmatiche di ogni tipo, quelle di Hollywood come quelle dei "giovani arrabbiati" europei, per risolversi in una pura, assoluta esaltazione del potere salvifico della musica, in grado di fermare l'attimo e resuscitare i morti. Ma, se in molte scene il regista sembra deciso a fare della musica il nuovo Messia, la sequenza finale (agghiacciante per tempi e incastri di volti e voci, mille volte più emozionante di tutto "Dead man walking") toglie ogni dubbio: la crudeltà, la stupidità, l'incapacità di sognare degli uomini possono essere solo esorcizzate, non evitate, perché "nella vita reale, non giungono mai i messaggeri a cavallo", come diceva Brecht. Spudoratamente melodrammatico nella forma (musicale, con tanto di ouverture) e nella sostanza, "Dancer in the dark" tocca le corde del cuore e non si vergogna di parlare anche alla testa, senza alcun intento predicatorio o "civile" e suscitando, a più riprese, un sorriso complice (ad esempio nelle prove di "Tutti insieme appassionatamente", allestito dal teatrino dopolavoristico). Strepitosa la performance di Bjork, che dà il meglio di sé nella commovente "I've seen it all", magnifico il resto del cast, dalla sempre più fulgida Deneuve (ma come fa?) al commovente Peter Stormare.

Stefano Selleri
Voto: 10



Un canto strozzato nel melodramma e liberato dal musical

Il musical come fuga degli "idioti" nel sogno, nel segno di THE HOLE di Tsai Ming-Liang. Dopo la Watson de LE ONDE DEL DESTINO e la Jorgensen degli IDIOTI, von Trier trova un altro corpo femminile da votare (quasi sadicamente) al sacrificio per amore. Tutte e tre le attrici hanno volti angelici, candidi e sognanti che ricordano (altra ossessione dell'autore) quelli dei minorati mentali, esseri sereni e misteriosi (IL REGNO). Trier, purificatosi dai formalismi con il "Dogma" (macchina da presa a mano, luci e set naturali), cui deroga solo durante i numeri musicali, trova la giusta misura fra cinefilia/tecnicismo e trasporto verso il sentimento. Le scene di ballo hanno una duplice funzione di "sfogo", sia per Selma/Bjork sia per il suo regista che, in questo modo, omaggia i classici hollywoodiani e il musical sovietico ambientato in fabbrica e, allo stesso tempo, non si/ci distrae con voli pindarici figurativi (vedi LE ONDE DEL DESTINO) dal cuore (Selma) del suo film. Trier ha imparato ad ascoltare il proprio battito cardiaco per intonare un canto immortale, che nemmeno la terribile "strozzatura" finale ha il potere di interrompere. Il suo percorso estetico ed umano pretendeva che perdesse un poco di se stesso (la superbia, il mettersi in mostra) diventando cieco come la propria eroina, cui apre totalmente in un melodramma estremo (ai limiti dell'artificioso: vedi, soprattutto, la sequenza dell'omicidio/suicidio, fra equivoci ed incastri). Come negli IDIOTI, la finzione si specchia nell'autobiografia di un consapevole cammino artistico. "Che c'è da vedere?" canta Bjork: l'immaginazione è potere, è "cuore". Quando partono le danze festose, si riprende fiato dal grigiore della vita, esplode la catarsi veicolata dalle ottime composizioni di Bjork, certamente uscita provata da un set dove Trier le ha rubato l'anima, standole addosso con la cinepresa come Dreyer faceva con la Falconetti, pretendendo che il suo personaggio fosse, allo stesso tempo, determinato e fragile, circondato di calore umano e immerso nella solitudine (a causa di un segreto). Con l'introduzione del dramma giudiziario, l'affare, da intimo, diventa pubblico, si perde il contatto con il "sentire" di Selma e molte scene appaiono superflue (in tribunale, nel braccio della morte), ma prendono forma "la passione" ad immagine e somiglianza di Cristo, tradito e rinnegato, e pagine strazianti indimenticabili: la condanna del silenzio in cella, il colloquio strappalacrime con Jeff (l'ottimo Stormare), la danza dei 107 passi, l'agonia dilatata del cappio.

Niccolò Rangoni Machiavelli
Voto: 8.5




BaronciniBellucciBilliGarellaPelleschiRangoni MachiavelliSelleriTaglietti
7 9 10 3.5 4 8.5 10 8
Trinchero
6.5

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