LA DAMIGELLA D'ONORE

(La Demoiselle d'honneur )

di Claude Chabrol
TRAMA

Philippe vive con la madre e le due sorelle nel cuore della provincia francese. Al matrimonio di una delle sorelle conosce e si innamora di Senta, la damigella d’onore. E’ l’inizio di una passione fortissima e pericolosa.


RECENSIONI

Chabrol è una certezza e se questo, da un lato, è sicuramente un bene, dall’altro finisce col conferire alla sua ennesima fatica anche una discreta, rassicurante, prevedibilità. Ci troviamo di fronte ai soliti dilemmi di classe (quando gli si chiede perché tratti sempre della borghesia, con l’occhietto vivace l’autore risponde placido: “Perché è l’unica classe esistente”) accompagnati dalle inevitabili, svianti menzogne, due protagonisti incantatori (lui ammansisce le clienti dell’immobiliare, lei incanta lui) che si legano vicendevolmente in un rapporto ossessivo in cui, paradossalmente, Philippe, il più razionale, appare più perso della mentitrice patologica Senta, l’ombra della fatalità, l’inquietudine di un rapimento (un campanello d’allarme per la piccola comunità che brilla ossessivo dalle immagini di un telegiornale), una suspense solo a tratti fondata e in altri momenti studiatamente falsa, volta comunque a far salire un’angoscia misteriosa perché poco ancorabile a dati certi (anche se si può avere la sorpresa di scoprire che quello che si riteneva falso era vero e viceversa), una famiglia complicata (madre e figlio chiaramente innamorati, una figlia un po’ sbandata). Ancora lo sfondo dipinto della provincia in cui i problemi appaiono inevitabilmente più grandi e in cui diviene più facile individuare il consueto, intricatissimo nido di vipere; ancora l’ombra di Hitchcock, in questo adattamento (Chabrol giura fedelissimo) di un romanzo di Ruth Rendell (da un suo libro aveva tratto anche IL BUIO NELLA MENTE), che non smette di allungarsi sull’opera del maestro francese e che si incrocia con quella dell’elegante maniera.

Luca Pacilio
Voto: 6.5



Passione senza limiti?

L'infaticabile Claude Chabrol continua il suo percorso di esplorazione delle pulsioni e mette ancora una volta disordine nell'apparente pacatezza che pare regnare nella case di periferia, tutte uguali e silenziose come se racchiudessero, con ordine, sogni e obiettivi sovrapponibili. Il protagonista è Philippe, un giovane che vive con la madre e le sorelle. È una famiglia unita e serena, nonostante l'assenza di una figura paterna e le intemperanze della sorella più piccola. Un giorno, però, Philippe conosce Senta e nasce una passione forte e pericolosa. Lei, infatti, vuole una prova d'amore reciproca e, rifacendosi a un detto popolare, propone di: piantare un albero, scrivere una poesia, uccidere qualcuno e avere un rapporto omosessuale. La coppia si sofferma sull'uccidere, tralasciando (chissà perché) le altre ipotesi. Philippe vive la proposta come un gioco di cattivo gusto ed è talmente innamorato da non farci troppo caso. Senta, invece, fa sul serio. Come sempre inquietante nel modo semplice e felpato con cui inscena il dramma, Chabrol rimescola le carte del quieto vivere con ironia e spirito provocatorio. Esagera però con i simbolismi (l'onnipresente busto di pietra) e non si preoccupa troppo della raffinatezza dell'impianto visivo e dei dettagli (bruttarelli gli stacchetti di tastiera a mò di modesto thriller). Nonostante l'interesse con cui si segue il percorso dei protagonisti, inoltre, il turbamento è solo di superficie e si fatica a credere alla deriva a cui si abbandona il razionale protagonista (Benoit Magimel, in parte e credibile). Così come il disturbato candore di Senta (Laura Smet, graziosa ma non femme fatale) pare troppo sfacciato per non insinuare qualche dubbio, perlomeno nel pubblico.

Luca Baroncini
Voto: 6.5



Old Style

Claude Chabrol, (ex?) alfiere del noir, presenta un lavoro di routine puntando sul sicuro: un uomo, una donna, una statua, una prova d’amore. Tra le righe della consueta eleganza stilistica che invoglia comunque alla visione si può scovare un tentativo di recupero del classico, in bilico tra Hitchcock e Rivette, che giunge al nocciolo della questione nell’impeccabile direzione attoriale – Magimet e la splendida Smet fanno coppia con solida naturalezza. Il problema, piuttosto, è un altro: e se quell’aria ostinatamente retrò (la mitizzazione della donna-statua) fosse semplicemente vecchia? Continuando a bestemmiare, qual è il point of no return in cui un grande maestro si può dichiarare sorpassato? Lungi da me la stesura di un necrologio ma, pensando il recente MERCI POUR LE CHOCOLAT già come passato remoto, pare ormai giunta l’ora di rifare sé stessi (con classe), il malinconico accumulo della polvere in soffitta. Un griffato ruggito con la raucedine.

Emanuele Di Nicola
Voto: 6



Damigella d'orrore

La sagacia nella pittura d’ambiente; la perfida sottigliezza delle notazioni psicologiche su una famiglia di provincia che riveste la propria abitazione di una vistosa carta da parati a fiori, guarda i quiz a premi alla TV e valuta un modesto aumento di stipendio come una memorabile conquista; la saldezza della sceneggiatura, tratta dalla già frequentata Ruth Rendell, che valorizza i numerosi fili intessuti; la trasparente lucidità della scrittura cinematografica, che si dipana con movimenti essenziali e funzionali; la capacità degli interpreti di aderire con esattezza ai rispettivi personaggi, rendendoli saporiti anche se titolari di un pugno di battute (la cliente rompiscatole, il commissario di polizia): qualità che ben si conoscono nel maestro francese, qui tirate a lucido ed esibite con la nonchalance dei giorni migliori.
Pochi come Chabrol sono stati e sono capaci di mostrare l’orrore che si cela nella rispettabilità, con le sue ansie meschine e le sue assurde nevrosi. Nell’ennesimo capitolo della sua quarantennale Comédie inhumaine, in cui la maniera hitchcockiana è sempre stata la via per arrivare a un Simenon incattivito, l’analisi si appunta sull’ambizione d’ascesa sociale della piccola borghesia (il figlio diventerà socio dell’impresa ove lavora, la madre parrucchiera vuole accasarsi col proprietario di una bella villa), mentre ne Il fiore del male scrutava l’ambizione politica della ricca borghesia possidente. La calligrafica sapienza dei movimenti di macchina non cessa poi di destare ammirazione; in particolare, l’alternanza dei piani di visione è ancora una volta capace, assieme all’insistenza su dettagli apparentemente insignificanti e all’artificio dell’immagine-diversivo, di calibrare una tensione impalpabile e un senso di disagio crescenti fino ai colpi di scena finali.
Taluni vezzi narcisisti (il titolo di testa che indica la regia messo en abîme nello schermo televisivo ripreso dalla m.d.p.) o bislacchi – la testa marmorea che Philippe si porta a letto: inutile goffaggine per chiarire l’indole insoddisfatta e soffocata del giovane, nell’attaccamento alla madre come nel ruolo di padre vicario o nella passione erotica – tentano peraltro di increspare le linee di una costruzione che è sì trasparente e lucida, ma anche tendenzialmente prevedibile. L’esercizio è svolto quasi alla perfezione, l’intelligenza è come sempre somma, ma la zampata del grande autore latita nel macabro minuetto condotto dalla pazza che mette in gioco tutto e dal vile che non è capace di rinunciare a niente e vuole avere ogni cosa a prezzo modico.
Quando lo stile non si fa tanto asciutto e crudele da riscattare l’uniformità dello sguardo (Grazie per la cioccolata) o l’acredine politica non diventa furia iconoclasta – benché distillata con raffinatezza (Un affare di donne, Il buio nella mente) – la sensazione è quella di un fiume d’acque amare che si srotola sempre uguale a se stesso, in un incedere d’avvelenata ma scolastica perfezione: anche l’Accademia delude.

Hans Ranalli
Voto: 7



Scortese damigella

Una vita ordinata e ordinaria, quella di Philippe, finché non si manifesta un essere giunto dal mare. Stéphanie si fa chiamare Senta, ma è Philippe a comportarsi come l’eroina del Vascello fantasma: ossessionato da un’opera d’arte (in Wagner è un ritratto, qui una scultura), il giovane vede in Senta il riflesso di Flora e l’immagine dell’amore ideale, scivola impercettibilmente e irresistibilmente nel mondo cupo e fantastico della ragazza, si perde nel reticolo dei suoi racconti, alimenta, all’inizio con noncuranza, un progetto amoroso che non potrà risolversi che nell’assoluta dipendenza. Autore di memorabili ritratti d’implacabili e disperate manipolatrici (IL BUIO NELLA MENTE, GRAZIE PER LA CIOCCOLATA), Chabrol lascia nell’ombra la damigella eponima per aggirarsi nel mondo di Philippe, placido in superficie e ricco di abissi impensati: la piccola borghesia di provincia ha gli armadi intasati, spegnere la televisione è effimero rimedio, IL COLORE DELLA MENZOGNA (un delitto “alieno” a incorniciare la vicenda) avvelena e soffoca ogni cosa. Tutto per bene, quindi? Non proprio: come ne IL FIORE DEL MALE la scrittura non sempre è irreprensibile (la sequenza del commissariato, girata peraltro magnificamente, avrebbe tratto maggiore tensione da dialoghi più sottili), le sottolineature risultano a tratti imbarazzanti (le presenze, ma soprattutto le assenze, della testa di Flora), i comprimari (il clochard, il capo di Philippe, la cliente incontentabile) scivolano nel comico quasi senza sfiorare le desiderate corde del grottesco. Se il film, lungi dal brillare, funziona, il merito è in buona parte degli attori: Magimel risolve al meglio un ruolo ingrato, Smet ha la grazia oscura che occorre al personaggio.

Stefano Selleri
Voto: 6.5




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