GLI SDRAIATI


di Francesca Archibugi
TRAMA

Dopo la separazione Giorgio Selva ha ottenuto l’affido condiviso e si occupa per metà tempo del figlio Tito, diciassette anni. È un uomo realizzato, avrebbe una vita appagante, ma insieme all’adolescenza di Tito è scoppiata una guerra quotidiana.


RECENSIONI
Avere 17 anni

Francesca Archibugi adatta Michele Serra, negando sulla carta l’affresco generazionale: «Noi raccontiamo pezzi unici, Giorgio il padre e Tito il figlio (...). È una relazione individuale» (dal pressbook). La regista guarda al topos contemporaneo della famiglia disfunzionale, «una disfunzionalità paradossale» dice, perché il rapporto tra i due si configura come inversione del mito di Enea e Anchise: «La paternità in declino è Enea che si carica il vecchio Anchise sulle spalle mentre brucia Troia. Ecco, a Milano, dentro i bastioni (...), Anchise finché non muore si carica sul groppone figli più grossi di lui, li consola, giustifica, subisce, mantiene». L’impressione, al contrario, è che sullo schermo vi sia il tentativo di inscenare due generazioni, i nati degli anni Zero e i loro padri, “aprendo” il romanzo scritto in prima persona a uno sguardo doppio, appunto padre e figlio. Il racconto di Serra offre la metafora degli sdraiati: contrario degli alzati, essi sono coloro che non si svegliano presto, generazione post-tutto che non crede in nulla di alcun genere, votata al cellulare, che assume come unica ideologia il totale disimpegno, unica regola la noncuranza e il disordine (le chiavi in frigo, lo yogurt rovesciato), e marca un’incomprensione con gli adulti allarmante proprio perché non spiegata, già dato di fatto. La condizione di questi ragazzi è intimamente intrecciata a quella dei loro genitori: Giorgio, immagine da talk show, volto della retorica progressista dell’impegno, è il corpo del programma Lettere all’Italia sulla cui sigla passeggia nel paese in miniatura, quindi lo fermano per strada; è un uomo che munge la disposizione allo spettacolo mentre frequenta lo stereotipo borghese, tradendo la moglie con la colf. Gli adulti rispettosi della forma in sostanza non sono meno sdraiati dei loro figli, che infatti hanno generato, anzi ne sono diretta conseguenza in quanto bugiardi, omissivi, meno limpidi di loro perché più consapevoli, come dimostra il dialogo dallo psicologico (- Pensi che tuo padre menta? - No).

La sceneggiatura di Archibugi con Francesco Piccolo, ancora insieme dopo Il nome del figlio, si dispiega attenta a non disturbare: prevede in ciascuno un tratto umano, seppure nei loro dilemmi, reclama empatia, depura il quadro da ogni possibile asperità. Non si chiede la retorica degli adolescenti perduti ma qui, in questi teenager, non c’è un azzardo realista né una deriva immaginifica, insomma non si osa, limitandosi al massimo a una sbronza risolta bene (con la sequenza di riavvicinamento tra padre e figlio, che dormono nello stesso letto) o la consueta rappresentazione del sesso giocata su stacchi di montaggio. Gli sdraiati è dunque un film-simbolo che si vorrebbe lieve e mainstream, che dovrebbe riguardarci, ma di fatto si rivela opera a tesi costantemente urlata, puntualizzata per chi non abbia capito: il futuro romanzo di Giorgio ipotizza perfino una guerra dei vecchi contro i giovani. Archibugi la traduce visivamente per accostamenti facili, slittamenti elementari (si pensa che Tito e Alice siano fratelli: ecco che il movimento di macchina collega l’uno all’altra), uno scontro/incontro tra padre e figlio per tappe ovvie, passando attraverso una commedia stanca, la galleria dei caratteri ripartita e automatica, la battuta rassicurante come esito a cui tendere. Il dispositivo è consegnato alle spalle degli attori: da una parte Gaddo Bacchini è abbastanza ingiudicabile, ostaggio della parte, dall’altra Bisio conferma l’opportunità di abitare solo il comico andando gravemente fuori registro ogniqualvolta si approcci al drammatico. Senza discorsi generalizzanti sul “cinema italiano”, un racconto della giovinezza che in Francia sarebbe Téchiné qui conferma la difficoltà di certa produzione popolare a leggere la realtà intorno, ripetendo il noto (al massimo) in modo acuto, cercando lo spirito del tempo ma limitandosi a impaginare il suo aspetto esteriore, ovvero enunciando la complessità di un problema senza davvero metterlo in scena.

Emanuele Di Nicola
Voto: 4
  
(01/12/2017)




Di Nicola
4

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