BORG MCENROE

(Borg McEnroe )

di Janus Metz
TRAMA

Il film racconta della rivalità tra Björn Borg e John McEnroe, concentrandosi sull'epica finale del torneo di Wimbledon del 1980.


RECENSIONI

Quanto è difficile rappresentare il Mito? È a partire da questa domanda che va letto Borg McEnroe. La finale di Wimbledon del 1980 tra il giovane americano John McEnroe e il campione in carica Björn Borg è stata un evento mediatico di enormi proporzioni, un match che qualsiasi studioso di tennis inserisce tra i momenti più alti di questo sport, non solo dal punto di vista della pura performance sportiva ma anche per tutto ciò che di extratennistico questa partita comportava. Ma non basta questo a trasformare un evento sportivo di incalcolabile importanza in un Mito impresso nella memoria collettiva. C'è bisogno del tempo. A quasi quarant'anni di distanza infatti sono davvero poche le persone a non sapere che è esistita questa partita e che nel quarto set si è arrivati a un tiebreak teso come poche altre cose nella storia di questo sport, che per i giocatori e per gli spettatori ha rappresentato allo stesso tempo un momento di formidabile erezione agonistica (per dirla con il maestro Gianni Clerici) e un'agonia senza fine.
La potenza della fiction, cinematografica e televisiva, risiede spesso nella capacità di mettere in scena emozioni, sensazioni e riflessioni, nella forza dirompente della rappresentazione, ma come si fa quando ad essere rappresentato è un evento che è già impresso nella nostra memoria in maniera indelebile con impareggiabile vigore? Un paragone immediato è quello con gli attentati dell'11 settembre del 2011. I film che hanno scelto la strada della rappresentazione come World Trade Centre di Oliver Stone si sono scontrati con l'insuperabilità del Reale, mentre hanno centrato il bersaglio quelli come La 25a ora di Spike Lee che hanno fatto leva proprio sulla potenza dell'evento nella memoria spettatoriale per lavorare su altro.

Borg McEnroe sceglie una vita intermedia affrontando in maniera meno diretta il Mito, preferendo fondere questo approccio con quello più classico del film sportivo, costruendo dunque il tradizionale arco drammatico del personaggio (che in questo caso sono due, come ricorda in maniera programmatica il titolo) in modo da raggiungere il finale nella maniera più compiuta possibile dal punto di vista della costruzione narrativa e far coincidere il climax dell'opera con i momenti più avvincenti del match conclusivo.
Per mettere a fuoco la portata dell'evento il film si concentra soprattutto sui personaggi, sui corpi e sui caratteri dei due eroi. A questo proposito viene fatto un lavoro abbastanza convenzionale per quanto degnamente approfondito sul rapporto antitetico tra i due protagonisti. Borg è il campione maturo, il gelido svedese venuto dal basso e arrivato al vertice, quello con il gioco dalla solidità inscalfibile. McEnroe è il giovane rampante, l'americano ribelle e figlio di papà che vuole sfidare il numero uno, il genio tennistico per eccellenza. Il film è leggermente sbilanciato in favore di Borg, vero protagonista del racconto, personaggio sicuramente più stratificato rispetto al rivale. Per quanto l'uno sia utilizzato per caratterizzare l'altro (si veda il poster dello svedese in camera del giovanissimo tennista americano), sono infatti i conflitti di Borg ad essere messi maggiormente sotto indagine ed è attraverso di lui che il film conosce i suoi momenti migliori, quelli in cui l'approfondimento psicologico del protagonista permette di parlare realmente di tennis e in particolare dell'importanza cruciale della componente psicologica in questo sport.

Borg McEnroe ha il merito di essere dall'inizio alla fine un film serrato e avvincente – caratteristica fondamentale per un film sportivo, sottogenere che di solito rischia di perdere di vista il ritmo della prima parte, forte della naturale accelerazione presente nella seconda metà – capace di inquadrare una delle partite del secolo da più punti di vista, mettendo a fuoco sia l'aspetto sportivo che quello umano, senza dimenticare la componente mediatica.
Il problema principale, tuttavia, è che queste tre componenti non sono mai sviluppate in maniera ficcante, sia per l'incapacità di andare davvero fino in fondo nelle questioni affrontate, sia perché risultano scarsamente legate tra loro. In particolare il lato umano e quello della rappresentazione mediatica sono per ragioni diverse quelli meno riusciti, sebbene sulla carta fossero quelli più interessanti. Per quanto riguarda il primo, il regista finisce per straripare in ritratti troppo stereotipati (il ghiaccio contro il fuoco) e soprattutto si lascia andare a qualche sensazionalismo di troppo che rende l'intero registro filmico un po' meno raffinato rispetto a quanto consentito sulla carta dalla ricchissima materia di partenza. Per quanto riguarda il discorso sulla mediatizzazione dei due tennisti e sullo storytelling costruito da giornali, televisioni ed opinionisti, il lavoro di Metz non va mai davvero in profondità nell'analisi, in particolare a proposito della rivalità tra i due e dell'incrocio tra la componente mediatica e quella umana. Paradossalmente dove il film si difende meglio è proprio sul versante della rappresentazione sportiva, grazie a un ottimo montaggio che esalta l'aspetto ritmico del tennis e a una costruzione della tensione che raggiunge il suo apice nel celeberrimo tiebreak del quarto set finito 18-16.
Non è vero che il tennis è una cosa impossibile da raccontare, come dimostrano le magnifiche pagine scritte negli anni da David Foster Wallace, a partire dal libro dedicato a Roger Federer. Tuttavia, come sostene l'autore di Infinite Jest, il tennis, nei suoi momenti più alti, è prima di tutto “un'esperienza religiosa” straordinaria da vivere ma impossibile da riprodurre, tanto che anche un film abbastanza riuscito come Borg McEnroe non può non pagare questo dazio.

Attilio Palmieri
Voto: 6.5
  
(24/11/2017)




Palmieri
6.5

Back