BRUTTI E CATTIVI


di Cosimo Gomez
TRAMA

Un uomo senza gambe, una donna senza braccia, un tossico e un rapper nano compiono una rapina. Le cose si complicano.


RECENSIONI

«Il brutto è meno relativo del bello», diceva Umberto Eco: ne tiene conto Cosimo Gomez, già scenografo e regista televisivo, che all’opera prima offre un’aperta manipolazione del genere. Brutti e cattivi, da titolo, inscena un “cattivismo” ponendosi in netta antitesi al buonismo e alla sostanziale correttezza del cinema italiano popolare. È una contrapposizione tanto radicale quanto dichiarata: se in senso comune i brutti sono buoni, se ai cattivi si oppongono i buoni, qui c’è solo il brutto che è anche cattivo. E basta. Per sviluppare il concetto l’autore, sceneggiando con Luca Infascelli, tratteggia il classico pasticcio criminale, che inizia come heist movie e continua facendosi noir, diventando pulp, mettendo tutti contro tutti: il racconto avanza per accumulo di eventi e caratteri, partendo da una miccia (il colpo) che innesca l’avvitarsi della situazione nel grottesco, inanellando criminali, drogati, femme fatale, prostitute su una linea di rapine, omicidi, tradimenti, rese dei conti. Mostri su mostri, assurdo su assurdo. Che si compiace di sé: lo attesta la messinscena, mescolando la finzione a servizi televisivi e falsi videoclip, con riprese brevi e stacchi veloci di montaggio, spesso (quasi sempre) aperte dal brano musicale. Lo conferma un’idea di narrativa che affastella i rovesciamenti (esemplare il personaggio di Santamaria, prima eliminato e poi recuperato in flashback), chiama in causa lo spettatore con un’ironia che suppone il divertimento, lo dà per scontato, lo ritiene dovuto vista la materia.

Non rileva il fatto, in Brutti e cattivi, ma l’essenza delle sue figure: è puro esercizio di ribellismo, ostentato gesto di opposizione. All’apparenza. In realtà, infatti, mentre si forma il disegno complessivo la scorrettezza si stempera, la rivolta si fa meno radicale di quanto sembri. Alla fine il film, in barba al presupposto, sceglie una deviazione sentimentale che prevede un happy end, seppure “mostrificato”: e la brusca virata del racconto suona perfino interessante, a suggerire la necessità di chiusa riconciliata e non disturbante, a segnalare la contraddizione consapevole della premessa. Altro che brutti e cattivi: l’idillio finale tra il Papero e Perla è il suggello di un melò felice. L’ispirazione di Gomez è evidente: tra i mostri di Scola e il trash di Waters, egli mette in scena i suoi freak mai davvero respingenti, simboleggiati dalla Ballerina di Sara Serraiocco, una donna senza braccia interpretata da un’attrice bellissima. Ecco il paradosso: si dice ribelle ma vuole la “bellezza del brutto”, si oppone alla dittatura del gusto frequentandola. Chiede la nostra approvazione. Il suo possibile negativo è l’esordio dello spagnolo Eduardo Casanova, Pieles, film altrettanto derivativo ma che porta avanti il suo coerente discorso senza corteggiare ciò che nega.

Emanuele Di Nicola
Voto: 4.5
  
(30/10/2017)




BaronciniBertozziDi Nicola
7 4 4.5

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