LA RAGAZZA NELLA NEBBIA


di Donato Carrisi
TRAMA

Avechot, un piccolo paese di montagna ormai disertato dal turismo. Alle 17 del 23 dicembre scompare Anna Lou, ragazzina sedicenne dai capelli rossi amante dei gatti e figlia di due appartenenti alla rigidissima confraternita religiosa del luogo. A dirigere le indagini sul rapimento di Anna Lou è l'agente speciale Vogel, ispettore che può contare su una diabolica abilità nel manipolare l'opinione pubblica attraverso i media. Le ricerche hanno inizio e su Avechot si accendono i riflettori della cronaca televisiva: serve un colpevole, anche a costo di fabbricare le prove. Vogel individua in Loris Martini, insegnante di lettere nella scuola locale, l'indiziato ideale.


RECENSIONI

Impossibile contenere l'entusiasmo per un film italiano che riesce nel difficile compito di creare un universo coerente e avvincente, smarcandosi ampiamente dalle logiche asfittiche del prodotto accattivante e conciliante agghindato da critica sociologica. Qui non si salva nessuno, è bene dirlo subito. In questa fiaba nerissima intrisa di cinismo non c'è personaggio che non riveli un lato sinistro o deplorevole. Non c'è istituzione che non esca con le ossa rotte o la reputazione infangata. Non c'è circostanza che non celi un risvolto oscuro o ingannevole. La detective story viene lentamente ghermita dal noir esistenziale e il thriller si sgretola in meditazione sul male come motore del racconto. Siamo dalle parti di Friedrich Dürrenmatt e dei suoi implacabili meccanismi distruttivi: il realismo delle situazioni (qui i fatti di cronaca italiana richiamati a più riprese) non è che un pretesto per svelare la presenza strisciante e immanente del male. Ad Avechot l'innocenza sfiora la demenza (il personaggio della madre di Anna Lou), mentre la colpevolezza - o la sua variante socialmente tollerata, l'opportunismo - si stende inesorabile su tutto e tutti. Ad Avechot, piccolo paese di montagna rannicchiato in una valle cieca, un microcosmo che è fin troppo chiaramente un non-luogo, regna il sospetto (altro concetto caro a Dürrenmatt, per inciso).

Un cinema italiano di genere che, pur impiegando volti e corpi e usurati come quelli di Toni Servillo e Alessio Boni, abbia il coraggio di rifiutare il patetismo a buon mercato o la rincorsa alla risata esorcizzante è ancora possibile: ecco che cosa ci dice con abbondanza di prove La ragazza nella nebbia di Donato Carrisi. Un esordio alla regia che ci consegna un autore (in questo caso alla lettera: sua la sceneggiatura, suo il romanzo, suo il film) capace di coniugare alla perfezione il gusto del racconto con l'accuratezza visiva e l'allestimento di un apparato scenico di rara incisività (si veda il plastico di Avechot, palcoscenico in scala e metronomo della narrazione allo stesso tempo). Un autore italiano che, pur disseminando la pellicola di atmosfere che evocano altro cinema (Kubrick, i fratelli Coen, Singer, Demme, Fincher, Sergio Leone, giusto per fare qualche nome), non soffoca se stesso e il suo film sotto il giogo della cinefilia ammiccante. Non è questione di originalità, ovviamente, ma di stile: la capacità di trattare complessivamente la materia portata sullo schermo con equilibrio e decisione. Di questo teatro del sospetto e della meschinità nero come la pece ma praticamente privo di violenza esplicita (Carrisi sa anche questo: mostrare troppo degrada la visione a voyeurismo) porteremo per sempre negli occhi almeno due sequenze: la prima è quella in cui Loris Martini, abbandonato da moglie e figlia, lavora al gazebo del giardino di casa; la seconda quella in cui nelle sue e nelle nostre orecchie risuonano le note della Dança de Solidao di Beth Carvalho. Un gioiello avvelenato che non fa sconti a nessuno: cinema di genere con l'arsenico nelle vene.

Alessandro Baratti
Voto: 8
  
(29/10/2017)




BarattiBellucciDi NicolaPacilio
8 7.5 7.5 7.5

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