NICO, 1988


di Susanna Nicchiarelli
TRAMA

Gli ultimi anni di vita della cantautrice tedesca Christa Päffgen, in arte Nico.


RECENSIONI

Nico, 1988: non un titolo, ma un epitaffio.
Quello dedicato alla cantautrice tedesca, fin dalle prime immagini, è un film pervaso dal senso della fine. Una luce rossastra in lontananza, la piccola Christa Päffgen che guarda, insieme alla madre, Berlino in fiamme alla fine della guerra. È l’inferno. Un’apocalisse osservata, contemplata con meraviglia e infine interiorizzata a tal punto da andare a costituire la principale fonte d’ispirazione di tutta una vita (“sto cercando il suono dei bombardamenti su Berlino. Il suono della sconfitta” dirà ad un certo punto). Nico non ha nemmeno sette anni, ma è già stata testimone della fine, anzi di una fine, spettatrice involontaria di un’immagine di devastazione vis(su)ta all’inizio della propria esistenza. The end... dunque, tanto per rievocare il titolo del suo celebre album del 1974, con quei puntini di sospensione a costruire una figura ossimorica piuttosto suggestiva.
Per raccontare gli ultimi tre anni di vita della “sacerdotessa delle tenebre”, Susanna Nicchiarelli parte da un prologo che si colloca molto tempo prima dell’inesorabile conto “alla rovescia” che segna l’incedere del racconto, per poi saltare immediatamente alla sua conclusione. Nonostante le due immagini non potrebbero essere più distanti, quella che segue alla distruzione della capitale tedesca racchiude al suo interno lo stesso peso di una catastrofe imminente ed inevitabile. È un’immagine di pace e quotidianità (l’artista si trova ad Ibiza per trascorrere un soggiorno sereno assieme al figlio, entrambi lontani dai propri demoni), spezzata però da un riferimento ben preciso: “Ari, io esco, prendo la bici”. Proprio cadendo da quella bici infatti, Nico si procurerà un’emorragia cerebrale che il giorno seguente la condurrà alla morte.

Ecco allora che ancor prima che sullo schermo compaia la didascalia “1986” a sancire l’inizio (della fine) della narrazione, la vita di Nico è già stata compressa entro due eventi che veicolano un soffocante senso di apocalisse, un velo malinconico e greve almeno quanto il funereo tappeto di harmonium su cui poggia gran parte della sua produzione musicale. Insomma, Susanna Nicchiarelli costruisce il personaggio proprio su questa tensione tra passato, presente e (impossibile) futuro, tra desiderio di andare avanti e spinte (degli altri) a rievocare il glorioso trascorso che fu. Non è più il tempo di essere “la femme fatale di Lou Reed” (“non chiamarmi così, mi dà fastidio”), non è più il tempo di parlare dei Velvet Underground (“cantavo solo tre canzoni, per il resto del tempo suonavo un tamburello. Ero lì solo per la mia immagine”), forse non è più neppure il tempo di essere chiamata con il nome d’arte (“non chiamarmi Nico, chiamami con il mio vero nome, Christa”). Non è più il tempo, ma non c’è più tempo. Ogni discorso sul futuro assume così un’aura inquieta e dolorosa perché in evidente contraddizione con il raggiungimento di un anno, il 1988, che rappresenta ancora una fine, anzi la fine.
Rimane però lo sforzo, la testimonianza di un tentativo soffocato. Con uno stile austero e rigoroso, ma capace di sciogliersi nelle ottime sequenze musicali (notevole quella su My Heart is Empty), la regista romana mette allora in scena un processo di riappropriazione identitaria in cui emerge la fatica di smarcarsi da una storica condizione secondaria e subordinata al fine di porsi finalmente al centro dell’azione. La Nico di Trine Dyrholm è infatti capace di far risaltare una fisicità e una pesantezza che non hanno nulla a che vedere con la bellezza eterea della figura che aveva incantato i più grandi artisti della scena statunitense di fine anni Sessanta. Un’immagine, quella, da distruggere, con l’obiettivo di porre in primo piano la persona celata dietro all’icona, in tutte le sue debolezze, in tutto il suo nichilismo.
Non più The Velvet Underground & Nico, dunque. Solo Nico. O Christa.

Marco Catenacci
Voto: 7
  
(26/10/2017)




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